Uno spiraglio sulle stragi nere

image_pdfimage_print

Nei giorni scorsi la Corte d’assise di Bologna ha depositato la motivazione della condanna all’ergastolo inflitta un anno fa a Gilberto Cavallini, neofascista già aderente ai NAR, in cui l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti) viene definito «strage di Stato». È un giudizio grave e importante che cerca di fare luce sugli intrighi che si sono svolti, per lo più dietro le quinte, nella storia recente della Repubblica. Ma per ragionare sulla «strategia della tensione», pianificata e utilizzata per seminare il terrore nel Paese con le stragi per poi incolpare la sinistra e bloccarne l’ascesa e preparare il terreno alla restaurazione, è necessario tenere presente alcuni punti fermi.

Sì, i Servizi deviati esistono, ma sono una piccola minoranza costituita da chi cerca di operare nel rispetto della Carta Costituzionale, mentre nel complesso i Servizi segreti, che nel corso degli anni hanno più volte cambiato sigla per operazioni di facciata ma non di sostanza rispetto al modo di operare, sono invece lineari e, storicamente, sono stati promotori o comunque coinvolti nelle stragi nere che hanno insanguinato il Paese.

I tentativi di colpi di Stato, gli attentati e le stragi, alcune “dimenticate”, non vanno visti come episodi tra loro scollegati ma come tasselli di un piano eversivo che, va riconosciuto, ha raggiunto lo scopo di condizionare il percorso democratico nel secondo dopoguerra. L’espressione «anni di piombo», utilizzato dai media per riferirsi agli anni ’70, risulta riduttiva e fortemente deviante, perché strumentalmente rimanda a un immaginario collettivo limitato alle azioni delle Brigate Rosse o di Prima Linea, oscurando il terrorismo nero, i tentativi di svolte autoritarie, la dura repressione dei movimenti di protesta. L’espressione che può aiutare più correttamente, ma sempre con limiti, a capire il nostro passato prossimo e in particolare gli anni ’70 è «strategia della tensione», utilizzata per destabilizzare il Paese creando un clima di terrore con attentati, provocazioni e stragi addossandone la responsabilità alla sinistra al fine di creare le condizioni per riportare l’ordine con svolte autoritarie e se necessario golpiste.

C’è un inizio? Difficile da individuare. Ma sicuramente il provvedimento di amnistia e indulto del 1946, che porta la firma di Palmiro Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo De Gasperi, cui seguirono, una volta estromessi i comunisti dal Governo, ulteriori provvedimenti di condono o archiviazione dei reati commessi dai fascisti, più che facilitare un percorso di pacificazione nazionale finì per garantire impunità, grazie anche a una magistratura non rinnovata e collusa con il fascismo, e permise la continuità dei fascisti all’interno sia delle istituzioni sia dei vari corpi militari. Illuminante su questo punto è stato Sandro Pertini, Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, intervistato da Oriana Fallaci su l’Europeo del 27 dicembre 1973:

«tenga presente che, nel 1947, De Gasperi sbarcò dal governo noi socialisti e si tenne solo i socialdemocratici e fece piazza pulita degli antifascisti che avevamo messo nelle prefetture, ad esempio, nella polizia. Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che erano stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo».

Sicuramente però c’è un punto di accelerazione nella costruenda sinergia tra servizi segreti, vertici militari, destra radicale e strutture clandestine, che passa attraverso il convegno organizzato dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio svoltosi il 3-5 maggio 1965 presso l’Hotel Parco dei Principi a Roma. In quel convegno della destra golpista, finanziato dal SIFAR (il Servizio segreto italiano), ci sono presenze importanti come Stefano Delle Chiaie, Guido Giannettini, Carlo Maria Maggi, nomi che si ritroveranno, negli anni a venire, negli episodi più drammatici che sconvolgeranno il Paese: dalla strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969 alla strage di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974. Spiccano, per numero e grado, esponenti delle Forze Armate, agenti segreti e giornalisti. Il “Convegno sulla guerra rivoluzionaria” mette al centro del confronto ‒ ma non siamo già più nella sola teoria ‒ la costruzione di un «piano di difesa e contrattacco» su scala nazionale in funzione anticomunista con uno schema che rimanda al progetto di colpo di Stato dell’anno precedente: il tentato golpe del Piano Solo del 1964, che non fu meno insidioso del tentato golpe Borghese del 1970, anche perché vide il Presidente della Repubblica Antonio Segni, eletto con i voti del MSI e dei monarchici, operare, unitamente al generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni de Lorenzo, gravi pressioni per ridimensionare, con «il tintinnio di sciabole», il programma riformatore del secondo governo Moro appoggiato dal PSI di Pietro Nenni.

Tornando al convegno neofascista dell’Istituto Pollio: tra i partecipanti c’è anche il neofascista Mario Merlino che si infiltrerà, nel circolo anarchico “22 Marzo”, fondato a Roma da Pietro Valpreda e altri militanti anarchici. E questo fu un importante tassello nella pianificazione e provocazione della strage neofascista di Piazza Fontana, che vedrà il questore Marcello Guida di Milano, già direttore della colonia penale per i confinati antifascisti a Ventotene, e il commissario Calabresi, accusare da subito gli anarchici, e in particolare Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, perché – come ammise l’ex ministro Paolo Emilio Taviani, tra i fondatori dell’organizzazione segreta Gladio – la provocazione e il depistaggio a danno degli anarchici furono decisi ben prima di fare scoppiare la bomba presso la Banca dell’Agricoltura.

Il giudizio di Sandro Pertini sulla «strategia della tensione» è netto. Ancora dall’intervista a Oriana Fallaci (che può essere letta nel testo completo in http://www.oriana-fallaci.com/pertini/intervista.html):

«Sì, più degli sciagurati che volevano ammazzarci (Pertini era nella lista nera di milleseicento antifascisti da liquidare in caso di golpe della Rosa dei Venti, ndr) a me interessano i mandanti: non è possibile che le piste rosse si trasformino sempre in piste nere! Strage di piazza Fontana: il questore Guida annuncia subito la pista rossa, Pinelli e Valpreda, poi viene fuori che è una pista nera. Bomba in via Fatebenefratelli: idem. Episodi di Padova: idem. Ora sono a Padova e non è possibile che si tratti di episodi isolati, indipendenti l’uno dall’altro. C’è dietro un’organizzazione che assomiglia tanto a quelle di altri paesi. Ma è così chiaro che si vuol turbare l’ordine pubblico per ristabilire con la forza l’ordine pubblico! Come coi colonnelli in Grecia, coi generali in Cile. E noi non vogliamo che l’Italia diventi una seconda Grecia, un secondo Cile».

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav

Vedi tutti i post di Giovanni Vighetti