Isole nella corrente

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La svolta dell’anno è sempre un momento di bilanci, previsioni, speranze. Ma questa volta il passaggio dal 2020 al 2021 è differente: la sensazione è che sia una data cruciale, da libro di storia. Il 2020 è stato l’anno di una pandemia globale, né poteva essere altrimenti in un mondo unificato, oltre che dall’elettronica, dall’industria del turismo (un fatturato di 1,7 trilioni di dollari nel 2018, vale a dire 5 miliardi di dollari al giorno). I tanto deprecati migranti sono contati dall’ Agenzia delle Nazioni Unite come 272 milioni, cioè il 3,5% di una popolazione mondiale di 7,7 miliardi. E 200 milioni di africani vivono in baraccopoli, molte delle quali vicino agli scarti di materiale elettronico contaminato (incluso quel coltan indispensabile per i computer, raccolto nelle miniere congolesi da bambini sfruttati in tutti i sensi, sesso compreso) che noi del mondo ricco gli scarichiamo illegalmente, soprattutto in Ghana. Mondo unificato, quindi, ma a spese dei più deboli e su piedi d’argilla. La pandemia si sporge anche sul 2021, aggiungendosi alla catastrofe ambientale e mostra, a chi vuol vederlo, lo schianto imminente del “nostro” mondo. Difficile prevedere come avverrà, se con ribellioni di massa o con guerre commerciali tra i pochi gestori del commercio internazionale o con guerre vere e proprie, nel qual caso si chiude la baracca e non se ne parla più, o con la moltiplicazione di guerre locali, finché si è convinti di poterle controllare.

La cecità dei potenti della terra è degna delle grandi saghe mitologiche: il diluvio universale, Deucalione e Pirra, Gilgamesh… Il problema è che non si vedono in giro tanti Noè… C’è solo un anziano gesuita sudamericano, eletto alla carica più alta della sua chiesa e detestato da molti dei cosiddetti credenti, il quale tenacemente esorta i suoi seguaci alla conversione, economica prima ancora che religiosa. Ma il sistema neoliberista creato dalla fine degli anni Novanta in poi non ha flessibilità: dovrebbe essere a tutti evidente che la crescita infinita non è praticabile, che l’accumulo di informazioni cui ci sottoponiamo freneticamente tutti i giorni si sfarina in un pulviscolo di notizie volatili, che Venezia e Firenze, tanto per fare un esempio vicino a noi, sono tornate a respirare solo grazie al Coronavirus… Soprattutto che non è facile non dico cambiare ma anche solo modificare il sistema economico imperante. Come il bambino della fiaba di Andersen che, solo tra tutti, vede il re nudo, così il Coronavirus ha scoperto la nostra impotenza.

La delocalizzazione ha sfiancato i sindacati e quello che una volta si chiamava “il movimento operaio” è stato sottoposto a ricatti di ogni genere fino all’afasia; la sinistra, in tutte le sue diversificazioni, una più triste dell’altra, è defunta da tempo. Ma è il sistema stesso dei partiti che, almeno come l’ abbiamo conosciuto finora, non può rinascere: come la televisione in anni lontani abolì la socializzazione nelle osterie e nei bar chiudendo tutti in casa, così ora la rete ha sostituito le riunioni (spesso interminabili), le scuole di partito, le cellule e gli oratori: tutte possibilità di acculturazione e formazione politica e cinghie di trasmissione circolare alto/basso e viceversa. Ma se uno vale uno scompaiono anche la mediazione e la competenza. Del resto è sufficiente anche solo vedere i parlamentari di oggi, i loro movimenti di formiche impazzite e feroci, e ricordare quelli, anche i peggiori, del secolo scorso…

 Le possibilità di cambiamento non sono a portata di mano: almeno apparentemente il capitalismo globalizzato delle multinazionali è ancora invincibile: il Coronavirus lo può indebolire ma nello stesso tempo ne rende anche più ricattabili le vittime. E se si indebolisce troppo non è da escludere una qualche uscita bellica non più solo limitata ai molteplici focolai delle periferie ma allargata a scontri globali.

Non ho digerito male il pranzo natalizio: ho paura. Non tanto per me: sono vecchio, la mia vita l’ho vissuta ed è anche stata fortunata. Ma per quello che l’avvenire ci prospetta. E mi vergogno per la mia impotenza. Per gli sguardi che mi rivolgono dalle foto dei quotidiani i bambini affamati o i profughi dalle guerre che non vogliamo tra noi o i cadaveri dei migranti che galleggiano sui nostri mari. Per i tanti che vedo dormire sui marciapiedi delle nostre città mentre i sindaci progettano ulteriori e lussuosi scempi urbani e la preoccupazione di tutti riguarda soltanto gli acquisti natalizi o le ambasce dei poveri sciatori che una volta tanto non possono devastare le Alpi di tutta Europa. L’elenco sarebbe lungo e la tentazione di rifugiarsi in Epitteto è grande. Ma la depressione non è una buona compagna. È vero: non abbiamo molti strumenti per reagire, per fermare questa deriva. Però possiamo testimoniare. Rubando a Hemingway il titolo di un suo romanzo postumo, credo che possiamo sussumere sotto la sigla “isole nella corrente” le disparate singole attività di piccoli nuclei diffusi nel territorio, un po’ come facevano i gruppi del Terzo Teatro di Eugenio Barba (tuttora molto vivaci in America Latina) o tante altre associazioni teatrali (recentemente è stato fatto in streaming una specie di convegno di quelle emiliano – romagnole). E possiamo fare rete di queste iniziative, che sono, e debbono restare, autonome ma hanno in comune la fame di un mondo diverso. Non riusciranno a realizzarlo, ma almeno testimoniano una diversità politica, culturale e anche antropologica. In fin dei conti “Volere la luna” è anche questo.

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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2 Comments on “Isole nella corrente”

  1. Un tempo si diceva, con un paio dei luoghi comuni tipici delle assemblee dei “sinistri”: “non possiamo ridurci a fare solo testimonianza”, “che fare?”
    Ecco. Forse è il caso di gettarne a mare un bel po’, di quei luoghi comuni. Finiamola di gettare quei pesci in faccia contro gli antipatici che denudano il re, o di compatirli facendo come se non contassero nulla.
    E quando il re nudo è anche quello che consideravamo buono, siamo messi maluccio. L’unica è che si rovescino i potenti dai troni, anche o forse soprattutto quando sono di cartone e sono portati in processione nei cortei.
    A quel punto, le isole nella corrente sarebbero solo l’avanguardia di una Pangea che emerge (anzichè essere l’approdo esclusivo di sfiziosi jacht di nobilacci in vacanza).

  2. Bravo Gianandrea, nella tua tristezza con qualche pertugio di speranza, mi ritrovo pienamente e ti ringrazio per l’aiuto che ci dai a tenere occhi e cuore aperti.
    Vincenzo Cottinelli

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