Non possono esserci dubbi nel ritenere che il tentativo di 60.000 migranti marocchini di entrare in massa e contemporaneamente a Ceuta, enclave spagnola in Africa, sia il risultato di un intrigo internazionale a danno della Spagna e dell’Europa, giocato sulla pelle dei migranti. Il Marocco, ovviamente, non può nascondere le proprie responsabilità mentre gli USA e Israele si tengono dietro le quinte, che però in questo caso risultano trasparenti. Il Governo Meloni ha confermato la sua scelta di campo: sempre pronta, in ogni caso, a schierarsi con il binomio Trump/Netanyahu, nessuna solidarietà alla Spagna di Sanchez e un assist, con il blocco del Trattato di Schengen, sia al centrodestra spagnolo sia all’ultra destra di VOX in vista delle ravvicinate elezioni. È anche una mossa utilizzata per non perdere terreno nella “maratona forcaiola” di Fratelli d’Italia con Futuro Nazionale, il cui traguardo è stabilire chi è più razzista e neofascista. Ed è, soprattutto, l’ennesimo grimaldello sovranista che, azzoppando la dovuta solidarietà tra gli stati UE, mira a indebolire ulteriormente i già fragili equilibri tra i vari Stati europei. In quest’ultimo aspetto il Governo Meloni è un’ottima sponda per la strategia di Trump che, apertamente, mira a indebolire il sistema economico europeo con la clava dei dazi e a mettere in crisi l’attuale status dell’Europa puntando sull’ascesa, nelle varie realtà, delle destre più reazionarie.
Questa “tempesta perfetta” che colpisce la Spagna è la rappresaglia di Trump, che rimprovera al Governo socialista spagnolo la condanna della guerra in Iran, e di Netanyahu che non perdona la critica al massacro dei Palestinesi che Sanchez, giustamente, ha definito genocidio. Il Marocco, oltre a essersi reso disponibile nel costruire questa destabilizzante provocazione migratoria per la sua vicinanza politica con gli USA e Israele, ha facilitato questa ritorsione verso la Spagna “colpevole” di aver aumentato i rapporti economici con l’Algeria, il vicino con cui le relazioni sono pessime, soprattutto per la questione del popolo Saharawi di cui la Spagna riconosce il diritto all’autodeterminazione.

I Saharawi sono un popolo berbero, con una tradizione nomade, che vive nel Sahara Occidentale, territorio che per quasi un secolo, e fino al 1975, ha subito il dominio della Spagna. Quando la Spagna ha “rinunciato” alla colonia, questo estremo lembo d’Africa, le cui coste atlantiche sono molto pescose e il cui territorio è ricco di giacimenti di fosfati e riserve di gas, è stato subito occupato dal Marocco. Ne è nato un lungo periodo di conflitto armato tra il Fronte del Polisario per il diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi e il Marocco che, oltre ad avere una netta superiorità militare, ha costruito un muro invalicabile, lungo 2500 km, per isolare i Saharawi verso l’inospitale interno del Sahara Occidentale.

L’attuale situazione potrebbe essere definita di stallo ma, in realtà, il Marocco quotidianamente rafforza il suo controllo su questa regione, mentre l’ONU si barcamena tra il dover riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi e il ritenere valida, come soluzione politica, il “piano di autonomia” della regione portato avanti dal Marocco ma rifiutato dai Saharawi perché di fatto non cambierebbe la sostanza dell’attuale colonizzazione. Va sottolineato che in Marocco il popolo Saharawi è invisibile e non ha alcun diritto di cittadinanza, come se non esistesse, e sui libri di geografia il Sahara Occidentale è da tempo considerato territorio marocchino. Ogni voce di dissenso a favore dei Saharawi – in realtà non credo ne esistano nella società marocchina – sarebbe punita con l’arresto e la detenzione in carcere. Anche lo scrittore Tahar Ben Jelloun, l’autore di Creatura di sabbia e Notte fatale, in una intervista a La Stampa del 1° agosto, si è allineato alla colonizzazione del Sahara Occidentale: «Quella è una questione finita, le Nazioni Unite hanno deciso che la soluzione marocchina era la migliore, lo ha anche riconosciuto Macron. L’Italia su questo dossier fa il doppio gioco perché ha molti interessi con l’Algeria».
I Saharawi vivono quindi da rifugiati in quella che, storicamente è stata la loro terra, e decine di migliaia di loro trascinano la propria vita nel silenzio e nel disimpegno crescente della comunità internazionale. Ben 200.000 Saharawi, su una popolazione complessiva di circa 600.000 unità, vivono nei campi profughi nell’infernale deserto algerino dell’Hammada. In un progetto di solidarietà, organizzato dalla Rete dei Comuni Solidali, nell’ottobre 2004 abbiamo visitato il campo profughi di Tindouf: una desertica pietraia assolata e invivibile in cui questo popolo sopravvive, con la dignità di popolo nomade ma senza alcuna via d’uscita soprattutto per i propri giovani. Riguardando le fotografie di una polverosa partitella a pallone, giocata tra le tende di Tindouf, le immagini rimandano a ragazzini che oggi saranno diventati adulti senza poter costruire alcun futuro per se stessi e il proprio popolo, sacrificati sull’altare di una stabilità geopolitica in cui il Marocco, soprattutto dopo i Patti di Abramo del 2020, può contare sull’appoggio sia di Israele sia degli USA.

Le fotografie in homepage e nell’interno sono di Giovanni Vighetti

Grazie. Articolo appassionante. Non so come il popolo dei Sahawari possa essere difeso , ma glielo dobbiamo !