Andiamo a scuola!

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A circa due settimane dalla apertura delle scuole italiane, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado, possiamo provare a fare un primo, seppur parziale, bilancio di questa complicata ripartenza.

Tralasciando l’ennesimo e fastidioso editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della sera che, ancora una volta, individua nella scarsa qualità e preparazione degli insegnanti il principale problema della scuola italiana, analizziamo alcuni aspetti del difficile ritorno sui banchi (con o senza rotelle) di milioni di studenti nell’era del Covid-19.

Innanzitutto, la prima cosa che balza agli occhi è il caos prodotto dall’amministrazione pubblica per quanto concerne la nomina dei docenti annuali. Dagli errori madornali e capillari, prodotti durante l’aggiornamento delle graduatorie su base provinciale (le ormai famigerate GPS) alle attribuzioni della cattedre annuali iniziate con un ritardo più clamoroso ed evidente rispetto agli anni precedenti e ancora in svolgimento in gran parte d’Italia, l’anno scolastico 2020-21 è coinciso con una aperta violazione del diritto allo studio degli studenti e con una non nuova umiliazione di decine di migliaia di precari, trattati come pacchi postali. Di fronte a questa situazione appaiono beffarde e fanno amaramente sorridere le parole del capo dipartimento del Ministero dell’Istruzione, Marco Bruschi, il quale, in piena estate, ha dichiarato che «la conclusione delle nomine dei docenti a tempo determinato avverrà entro la data del 14 settembre», evidenziando addirittura con orgoglio, sempre nella nota inviata agli Uffici scolastici regionali, che la nuova procedura informatica adottata «abbatte i tempi di lavorazione, elimina le difformità di valutazione nelle singole graduatorie, assicurando imparzialità e oggettività, e permette di avere le graduatorie in tempo utile. Inoltre la rielaborazione dei dati ha consentito l’emergere di storture e di situazioni prive dei necessari titoli, dando garanzia di trasparenza a tutti gli aspiranti». Oltre il danno, l’insopportabile beffa.

In secondo luogo, il ritorno a scuola ha evidenziato ancora una volta come le scuole, nonostante la carenza strutturale di fondi, sappiano sempre tirare fuori energie inaspettate nei momenti di crisi ed emergenza. L’annunciata Apocalisse ad ora non vi è stata, anzi la maggior parte delle scuole è riuscita a riaprire in un contesto di sicurezza certamente maggiore di quello di ogni altro luogo di massa. L’alternanza di didattica in presenza e a distanza per le scuole con pochi spazi e molti alunni crea non pochi problemi nei processi di apprendimento, ma sta anche crescendo la consapevolezza che si tratta di un’emergenza e che le lezioni on line non possono essere il futuro della scuola, perché la vera crescita umana avviene nel rapporto personale. Gli stessi studenti, inoltre, stanno dimostrando una maturità e un senso di responsabilità nell’uso delle mascherine e nel rispetto del distanziamento fisico superiore a quello di molti adulti nei contesti lavorativi o ludici. In un mondo in cui tutto si sta trasformando in una merce dipendente dal dio Profitto, la scuola si conferma, pur tra mille contraddizioni, il principale bene comune, un luogo di confronto e rispetto da tutelare e preservare in modo prezioso.

Infine, la situazione di sofferenza della scuola pubblica italiana dopo decenni di tagli lineari e di riduzione della spesa ha ribadito come vi sia l’urgenza di far diventare l’istruzione una duratura priorità politica nazionale. La costruzione di una società più giusta e democratica passa attraverso l’edificazione di una scuola più robusta e inclusiva. Per far sì che ciò si realizzi è però necessario che i cittadini si mobilitino per chiedere a gran voce al Governo che una quota significativa dei soldi stanziati dal Recovery Fund europeo, tra il 15 e 20%, venga destinata, nell’arco di un triennio, alla scuola pubblica. Servono investimenti e non solo per quanto riguarda l’innovazione digitale: dalla costruzione e ristrutturazione degli edifici scolastici all’assunzione e formazione di docenti, l’istruzione può rappresentare l’occasione per un Rinascimento sociale ed economico, fondato su un ampliamento consapevole delle conoscenze e delle competenze degli studenti italiani. Più istruzione oggi significa meno povertà domani.

Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore di "La filosofia non è una barba" (Vallardi, 2020) e, con Chiara Foà, di “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017). È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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