2018, dove sono i pacifisti?

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Dove sono i pacifisti? La domanda è questa, è inutile girarci intorno. Del resto, abbiamo avuto il movimento pacifista più grande del mondo.

Dalla Siria martirizzata arrivano da sette anni voci, appelli, scene di resistenza civile oltre la sopportazione umana. La reazione è debole, tanto che riesce a farsi udire una minoranza di sedicente sinistra a favore di Assad baluardo antimperialista – i cretini ci sono sempre ma di fronte a un movimento forte le loro posizioni peserebbero meno di una piuma. Non è l’unica guerra del pianeta, è vero. La guerra mondiale a pezzi di Papa Francesco è una realtà. Ma la Siria è qui, nel nostro Mediterraneo, e fili lunghi della nostra civilizzazione sono passati da lì. Si sono arrabbiati parecchio gli attivisti democratici siriani, che da anni chiedono aiuto, di fronte ad alcuni toni “no war” nelle settimane scorse, dopo l’annuncio dell’attacco di Trump. Alle giuste preoccupazioni per una escalation del conflitto si è affiancata la reazione da pilota automatico, che ha bisogno dello schema classico anti-USA per svegliarsi.

Ma che ci succede, e perché?

I pacifisti esistono, anche se meno al centro della scena. Ci sono esperti, associazioni e settori dedicati, volontari, reti unitarie, campagne. La coalizione per il disarmo nucleare ha preso il Nobel per la Pace. C’è un grande lavoro nelle scuole, i campi di lavoro. Le ONG fanno il loro mestiere. Sulle cause profonde della guerra, l’ingiustizia globale, siamo più avanti che negli anni d’oro di Porto Alegre. Su commercio mondiale e libero scambio lavorano alleanze potenti, la critica al sistema è diffusa. Nella società crescono le pratiche di economia alternativa, etica, giusta. L’aspirazione a un modello nonviolento di vita è più diffuso di quanto non appaia perché non ha rappresentanza politica.

Ma tutto ciò non produce un campo di forze all’altezza della situazione. Non è un problema del pacifismo, è la cifra di questo nostro tempo – l’inadeguatezza della sinistra e delle culture del cambiamento. Non si riesce a fare massa critica, oltre la frammentazione. Ciascuno sta nel suo, non c’è la spinta a concentrarsi su un obiettivo comune, a individuare momenti e questioni chiave per tutti.

A livello internazionale la globalizzazione, invece di unirci, ci ha diviso. Neppure una sede europea comune, abbiamo più tutti insieme. La crisi ha ripiegato ciascuno sulle ferite delle proprie società, come se le alleanze oltre i confini fossero un lusso per i tempi buoni, non una urgenza per i tempi duri. È saltata anche, nella crisi, una potente base della solidarietà occidentale: il senso di colpa dei privilegiati del pianeta. Il mondo, se non quando ci tocca fisicamente, è ormai elemento accessorio della politica. Le relazioni internazionali sono in mano all’economia e alla geopolitica – che hanno, loro sì, uno sguardo lungo, e poco trasparente. Nel mondo diviso in blocchi, la politica estera era la premessa essenziale del posizionamento politico. È stata priorità per Berlinguer, Brandt, Palme – e esponenti di società civile che a quelle altezze si rapportavano.

E poi c’è la percezione che mobilitarsi non sposterà la situazione di una virgola. L’ONU praticamente non esiste. Fare appelli ai valori democratici europei quando l’Unione Europea non li realizza a casa sua appare ormai inutile anche ai nostri amici del sud. La post-democrazia in cui viviamo se ne infischia delle manifestazioni popolari. E gli strumenti della legalità internazionale da opporre alla guerra sono spuntati. In loro assenza, i popoli tornano a difendersi da soli, come possono – l’autodifesa di Kobane è soprattutto un fallimento della comunità internazionale, come i morti a Gaza.

La nostra gente ha capito che la guerra a pezzi, guerreggiata altrove, non ci mette in pericolo. Noi abbiamo la nostra, in casa – la guerra contro i migranti e ai terroristi. E si sta combattendo selvaggiamente. È pacifista chi salva i migranti in mare, chi li accoglie, li difende, chi con la forza della ragione combatte la stigmatizzazione dello straniero, dell’islamico, e fa argine all’oscurantismo reazionario, patriarcale, securitario che dilaga insieme al razzismo.

Rimane la questione più grande. Che riguarda la visione politica, l’altra idea di mondo da contrapporre a questo sbagliato – l’immaginario collettivo, il sogno buono senza il quale non riconquisteremo nessuno di coloro che si sono persi.

C’era il muro di Berlino, un tempo. E noi volevamo l’Europa unita, dall’Atlantico agli Urali. Oggi, che vogliamo?

È paradossale. Siamo stati i primi a denunciare la globalizzazione neoliberista, ai tempi di Genova 2001, e oggi stiamo lasciando a Trump la proposta di cambio rotta – il ritorno al protezionismo. Eppure basterebbe mettere insieme i frammenti di alternativa esistenti, e il coraggio di proporre una de-globalizzazione a rete e solidale che salvi l’ambiente, valorizzi territorio e comunità, recuperi senso all’attività umana al servizio della vita.

Ci opponiamo all’Europa neoliberista, ma contro austerità e dogma del debito la proposta forte è dei sovranisti. La nostra occasione l’abbiamo avuta con la Grecia, quando avremmo tutti dovuto fare l’impossibile – si è perso il treno, ora tocca ai nazionalisti di ritorno. E poi, non basta una Unione più giusta, deve essere multicentrica e pluri-culturale. La nostra Europa unita non può passare come un carro armato sulle diversità culturali, sulle diverse vocazioni e identità che la compongono. Se su questo la sinistra avesse lavorato, meno persone confonderebbero la Catalogna con la Padania.

L’Europa dell’Est, dove oggi paghiamo i conti di una politica europea che per decenni ne ha fatto una colonia interna, rimane per i più una perfetta sconosciuta – nonostante lì, insieme alla reazione, stia emergendo una sinistra nuova, giovane e vitale. La Russia è un’estranea, sulla guerra in Ucraina abbiamo voltato gli occhi – un conflitto esemplare, in un continente che a est non ha confini certi, e con questa verità deve convivere, costruendo un’identità capace di intersezioni.

A sud, insieme ai migranti, fra le onde è morto il Mediterraneo. È vero, non c’è nulla di più irrealistico che fondare il futuro su un mare di problemi, conflitti e orrori. Ma è impossibile farne a meno, per noi che ci viviamo conficcati dentro. Non ci pensiamo più. Altrimenti, non avremmo girato le spalle alle rivolte nel Maghreb, delusi perché non avevano fatto la rivoluzione in un giorno. La difesa della fragile democrazia tunisina sarebbe una priorità. Saremmo stati con i siriani democratici sin dal primo giorno della loro rivolta, evitando di farli schiacciare fra l’incudine di Assad e mille altri martelli. E saremmo vitalmente interessati a decifrare le dinamiche interne al mondo arabo, islamico, dell’Oriente medio che ribolle, non solo di tensioni negative – solo un esempio, le elezioni in Iraq le hanno vinte i comunisti.

Il dominio unipolare non c’è più, e la competizione fra potenze si esercita in molti modi – il land grabbing, la Cina che zitta zitta compra porti e città anche nel Mediterraneo e in Italia. Il mondo è molto più complesso di prima.

Ma ci sono risorse, relazioni, conoscenze. La nuova generazione è piena di gente competente che vive, conosce le cose e sa raccontarle: attivisti, ricercatori, giornalisti e media-attivisti, volontari – in Italia, in ogni angolo d’Europa e del mondo. Sarebbero preziosi, per incontrare e capire questo mondo nuovo. Per esserne curiosi, sentirlo vicino, appassionarsi. Per rendere popolare la conoscenza del mondo – il pacifismo antico in fondo questo aveva fatto, togliendo la politica estera dalle mani delle diplomazie, statali e non governative. Valeva la pena lavorare mesi per portare mille italiani a Porto Alegre: il mondo diventava di tutti, non degli addetti ai lavori. Le vicende del mondo possono entrarci nel cuore, come Giulio Regeni e la sua famiglia ci stanno permettendo di fare con l’Egitto. Ma è uno sforzo che va programmato, non viene da sé. Ci vorrebbe un impegno di respiro lungo. Investimenti, convergenze. Voglia, e senso di necessità.

Non credo a chi dice non è il tempo, e aspetta la riscossa popolare che rigenererà la sinistra. Né credo che per riacchiappare il popolo bisogna occuparsi solo di ciò che oggi il popolo ha a cuore. Al contrario, chi ha più strumenti ha una enorme responsabilità di indirizzo per produrre, raccogliere e diffondere intelligenza collettiva. Fra populismo ed elitismo c’è un’altra opzione, il popolare – nell’Italia di Gramsci, dovrebbe essere una certezza. E non scarico le responsabilità sulla sinistra politica. I movimenti sociali si sono sempre fatti carico di spostare una sinistra inadeguata – da quello antinucleare alle donne a quello antirazzista. Adesso che la sinistra politica nel nostro paese è scomparsa, la responsabilità è ancora maggiore, per la sinistra sociale. C’è da ricostruire tutto, tutto insieme, e tutti insieme.

About Raffaella Bolini

Raffaella Bolini, responsabile delle relazioni internazionali dell’Arci, è da sempre attivista nella costruzione e nella manutenzione dei movimenti sociali per la pace, contro il razzismo, per la solidarietà internazionale, per un altro mondo e un'altra Europa possibile.

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One Comment on “2018, dove sono i pacifisti?”

  1. Come si può non essere d’accordo? Abbiamo perso tutte le occasioni, ma non solo da ora (si veda p.es. questo intervento di una quindicina d’anni su movimento pacifista ed elezioni europee [https://www.peacelink.it/pace/a/3916.html]).
    Recentemente ho riassunto quello che può essere considerato il nòcciolo della questione in un articolo apparso su “Rocca” [https://www.sinistrainrete.info/keynes/10306-luca-benedini-oltre-keynes.html]. Personalmente ritengo che dovremmo incrociare la ricchezza culturale della “società civile” dell’ultimo mezzo secolo con il “socialismo scientifico” di fine Ottocento (quello animato da Marx, Engels, Dietzgen, ecc. e ispiratore della prima “Internazionale” e degli inizi della seconda). Purtroppo questo movimento di più di un secolo fa è stato praticamente dimenticato nonostante la sua estrema profondità. Nel ‘900 ci si è abituati a pensare al socialismo e alla sinistra solo in modo dualista e in termini di ossessione rivoluzionaria o di penoso moderatismo. Si sono “salvati” solo in pochi, ma non sono riusciti ad incidere in modo consistente quasi su niente.
    Attualmente sta avvenendo una riscoperta accademica di Marx specialmente nei paesi anglosassoni (cfr. p.es. un’intervista di M. Musto a I. Wallerstein apparsa sul suppl. del Corsera “La lettura” qualche mese fa [https://www.sinistrainrete.info/marxismo/12128-marcello-musto-e-immanuel-wallerstein-leggete-karl-marx.html]), ma alla gente non arriva quasi nulla di questa sana e potenzialmente feconda riapertura di discorso….
    Ad maiora!

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