“La morte di un burocrate”

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Saltato per i motivi che tutti sappiamo e recuperato nell’inedita cornice temporale degli ultimi scampoli dell’estate, la XXXIV edizione del festival cinematografico bolognese “Il Cinema Ritrovato” ha offerto la consueta ricchezza di riscoperte, scoperte, proposte e visioni, permettendo di aggiungere tasselli spesso sorprendenti alla storia del cinema personale che ogni spettatore e ogni cinefilo costruisce.

Una delle proposte più interessanti, e anche più divertenti, è stata La morte di un burocrate (1966) del cubano Tomas Gutierrez Alea, satira sulla burocrazia ricca di influenze della comicità muta e di presagi funebri, dove Jacques Tatì, Stanlio&Ollio, Luis Bunuel e Ingmar Bergman convivono.

Ispirato a una reale vicenda, La morte di un burocrate racconta l’odissea di un giovane che deve recuperare la tessera sindacale dello zio morto da poco. Il documento è stato seppellito col defunto, come omaggio dei colleghi, ed è necessario affinché la zia vedova possa ottenere la pensione del marito, fondamentale per sopravvivere. Questa ricerca porterà il protagonista a scontrarsi con uffici, permessi, timbri, firme, ottusità ed equivoci, e inevitabilmente influirà sulla sua condizione mentale e interiore.

I titoli di testa del film mettono subito le cose in chiaro. I nomi di chi ha collaborato al film scorrono come fossero i dettagli di un documento ufficiale, accompagnati dal rumore dei tasti di una macchina da scrivere, come in una parodia del “burocratese”. Un inizio che è anche una dichiarazione di intenti di un’opera che vuole essere satirica attraverso la forza del paradosso, del surreale e soprattutto di un cinema libero e visionario, sulla scia delle varie nouvelle vague e dei numerosi riferimenti rielaborati da Gutierrez Alea. Si prendano i sogni che regolarmente interrompono l’odissea del protagonista, sottolineando il suo crescente smarrimento e, pur sempre con un’aria paradossale e sardonica, incupendo il suo cammino; visioni di morte in cui il beffardo surrealismo di Bunuel diventa quasi una sorta di parodia della potenza di analisi psicologica e interiore del cinema di Ingmar Bergman (riecheggia il sogno che apre il celebre Il posto delle fragole).

Del resto, la morte aleggia continuamente sul film; a livello di trama, come in un senso più beffardo e profondo. Lo zio defunto era celebrato per la sua produzione di busti funerari, e buona parte della narrazione si svolge tra le tombe, i viali e gli uffici del cimitero. Animali come civette e avvoltoi appaiono continuamente, intervallando le sequenze da comica slapstick muta. Su tutte, spicca la lunghissima ed enorme battaglia di corone di fiori, fanali d’auto e torte in faccia che scoppia a metà film, iniziata da una banale discussione tra il direttore del cimitero e un becchino e che si è allargata a macchia d’olio, memore delle apocalittiche e devastanti battaglie a torte in faccia del cinema di Stanlio&Ollio.

È però un altro il riferimento comico che fa capolino in La morte di un burocrate; il contemporaneo Jacques Tatì, cantore attraverso il recupero della slapstick muta di una sorta di antimodernità e dell’inadeguatezza nei confronti del progresso più disumanizzante. Per esempio, il peregrinare del protagonista nei meandri delle sedi della burocrazia ricorda il celebre smarrimento di Monsiuer Hulot (la maschera del cinema di Tatì) negli asettici uffici in Playtime (1967).

Con le unghie affilate, con La morte di un burocrate Gutierrez Alea mette in scene una danza macabra spietata e ridanciana, raccontando un girone dell’inferno, quello della burocrazia, assurdo, crudele e paradossale.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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