Quanto è rischiosa l’autofiction tradotta al cinema!

Download PDF

Sono arrivati ultimamente in sala due film francesi che hanno parecchi punti in comune: registe donne, presentazione al Festival di Cannes 2025, tematica queer e soprattutto soggetto non originale ma tratto da un libro di autofiction di un certo successo.

Il primo, Love me tender di Anna Cazenave Cambet, è tratto dall’omonimo mémoire autobiografico di Constance Debré, uscito nel 2020. Clémence (Vicky Krieps), una quarantenne di importanti natali, decide di lasciare sia il suo ruolo sociale di avvocato che quello familiare di moglie per dedicarsi alla scrittura e all’esplorazione di una nuova identità sessuale, scegliendo una vita povera e bohémienne. In questa trasformazione radicale, della sua esistenza precedente vuole mantenere solo il legame con il figlio di 8 anni, ma a questo si oppone – riuscendoci – l’ex marito. Questa donna non vive affatto come un problema essere madre ed essere lesbica: il conflitto non è dentro di lei, ma è tutto all’esterno.
Il secondo film, La più piccola di Hafsia Herzi, è tratto dall’omonimo libro di Fatima Daas, uscito anch’esso nel 2020. Fatima (Nadia Melliti) è una diciottenne di origine algerina e islamica praticante, che vive nelle banlieue di Parigi; è colta nel momento in cui si trova a prendere coscienza della sua omosessualità, vivendo le prime esperienze amorose e, al tempo stesso, la difficoltà di conciliarle con la sua fede religiosa. Qui il conflitto è soprattutto interno, sia perché Fatima non arriva neppure a parlarne in famiglia (una famiglia comunque ritratta come amorevole e non oppressiva), sia perché diventa partecipe di contesti all’interno dei quali l’omosessualità è vissuta serenamente, come ad esempio la cerchia degli amici conosciuti all’università.

I due film affrontano quindi la stessa tematica in modo molto diverso, tanto quanto sono diverse le due protagoniste, ma con la stessa scarsa efficacia. Scontano infatti lo stesso peccato originale, cioè la difficoltà di adattare un racconto autobiografico, nel quale tutto è filtrato dalla soggettività di chi dice io e dove gli altri personaggi non esistono in sé e per sé, ma sono echi o proiezioni nella testa dell’autore. L’adattamento cinematografico di opere di questo genere può scegliere diverse strade: utilizzare il racconto come semplice spunto e ispirazione, distaccandosene radicalmente; integrarlo approfondendo gli altri personaggi in scena, per restituire loro più spessore; tradurre in immagini questa soggettività, come faceva, ad esempio, l’Espressionismo. Purtroppo sia Love me tender che La più piccola scelgono invece la via apparentemente più semplice, lasciando il racconto così com’è, forse per un malinteso principio di fedeltà al libro, quando invece quello che conta dovrebbe essere la coerenza interna al film. Si genera così una contraddizione irrisolta, perché debbono convivere forzatamente la prima persona del libro e la terza persona intrinseca al racconto cinematografico, nel quale tutta la messa in scena ha una materialità oggettiva e il regista occupa la posizione di narratore onnisciente (salvo appunto particolari scelte registiche).

Così in Love me tender l’ego della protagonista straripa al punto tale che non solo le sue partner sono di consistenza impalpabile, ma soprattutto il personaggio del marito è un pallido fantasma; tutto il racconto ne viene impoverito, perdendo di motivazione. Che senso ha mettere al centro del film un conflitto nel quale l’antagonista è di fatto inesistente? Così lo scopo di portare lo spettatore a empatizzare con il personaggio della madre non è raggiunto e si conferma invece il “teorema di Hitchcock”, secondo cui tanto meno è riuscito il “cattivo”, tanto meno è riuscito il film. In La più piccola la situazione è ancora più problematica per l’errore opposto. Fatima è sì costantemente in scena e gli altri personaggi sono per lo più delle meteore che entrano fugacemente nel racconto per poi uscirne altrettanto rapidamente. Ma, nonostante questo, il suo punto di vista non si impone e il conflitto interiore che la dilania non trova espressione se non nelle lacrime che ogni tanto versa silenziosamente; il film sembra così ruotare intorno a un centro vuoto. Né racconto corale, né racconto soggettivo, come se la Herzi fosse stata incapace di operare una scelta.

I due film, infine, sono accomunati anche da ciò che tiene in piedi la loro traballante struttura, cioè la buona interpretazione delle attrici protagoniste, tanto che l’esordiente Nadia Melliti è stata anche premiata come miglior attrice al Festival di Cannes. Troppo poco, però, per giustificare la visione, specie delle interminabili due ore e un quarto di Love me tender.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

Guarda gli altri post di: