Si avvicina quel momento dell’anno in cui troveremo riproposti ovunque dai media frammenti del Sorpasso (1962), quello che è rimasto nell’immaginario collettivo il road-movie italiano per eccellenza, da Roma – lungo la via Aurelia – verso le spiagge della Toscana. Frenesia e vitalismo (della stagione estiva e del boom economico) che portano allo schianto, secondo la profezia di Dino Risi. Al nostro presente si addice però di più quel disperato lato B del Sorpasso che è Profumo di donna (1974), con lo stesso Vittorio Gassman protagonista. Qui il viaggio è da Torino a Napoli e non su una scattante Lancia Aurelia Spider, ma sui più prosaici mezzi pubblici, visto che il protagonista capitano Fausto Consolo (Vittorio Gassman) non può guidare: è diventato cieco per lo scoppio di una granata durante un’esercitazione e la vita da vincente è solo un ricordo, che è meglio cancellare per non soffrire. Anche la sua spalla ha perso smalto; non è più un giovane studente di giurisprudenza con il fascino aristocratico di Jean-Louis Trintignant, ma un ragazzetto del popolo dal viso rotondo e l’eloquio un po’ volgare (Alessandro Momo).
La coppia del Sorpasso si formava grazie al fascino esercitato dal personaggio di Gassman su quello di Trintignant, in Profumo di donna invece è solo un obbligo che crea la coppia protagonista, visto che Momo, soldatino di leva, è assegnato suo malgrado come attendente al capitano; lo deve accompagnare, quasi come fosse un cane-guida, in un misterioso viaggio al termine del quale c’è la morte. Non quella subìta, al tempo stesso casuale e ammonitoria del Sorpasso, ma una morte desiderata e corteggiata, perché la vita se n’è andata e si scopre di essere diventati di pietra, come confessa Fausto: «i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano. Ma io no, non immagino niente, non ricordo niente. Potessi vedere il mondo, qui, adesso, credo che guarderei solo un deserto, nemmeno animali, alberi, solo pietre, perché anch’io sono una pietra». È l’età della disillusione che stava colpendo tutta una generazione che aveva vissuto la guerra e poi il dopoguerra con grandi speranze e che non a caso è raccontata anche nel capolavoro di Ettore Scola che uscì in quello stesso anno, C’eravamo tanto amati. Ma ciò che in Scola ha una dimensione più politica e sociale, in Risi assume invece una forma prettamente esistenziale, appunto una pietrificazione, un ritirarsi dalla vita, dai sentimenti, dagli ideali.
Che si tratti di un personaggio-manifesto, è testimoniato dalla determinazione di Risi a girare Profumo di donna. Dopo tanti film più commerciali tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, si ostinò a tradurre al cinema il romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino, perché, sosteneva, «il personaggio urlava per essere rappresentato». Il figlio Marco Risi ricorda: «Profumo di donna all’inizio non lo voleva nessun distributore. All’epoca erano i distributori a decidere. […] Si fece grazie alla caparbietà del produttore Pio Angeletti. […] Papà e Gassman decisero di accettare la metà del loro cachet abituale ma neanche questo bastò. Il film si fece perché nel cast entrò il giovane Alessandro Momo, non ancora diciottenne […]. Poi al cast si aggiunse Agostina Belli e così, finalmente, iniziarono le riprese. Questo per dire che né Vittorio Gassman né Dino Risi erano sufficienti per garantire la realizzazione di un film su un cieco burbero che da Torino va a Napoli per suicidarsi con un collega anche lui cieco». Il progetto, quindi, poté partire solo grazie all’inclusione di due nomi di cassetta, entrambi appena apparsi in due grandi successi del 1973: Alessandro Momo in Malizia e Agostina Belli in L’ultima neve di primavera.
Pur essendo molto fedele al libro per quanto riguarda il personaggio principale e alcune scene che vengono riprese quasi esattamente, la sceneggiatura di Risi e Maccari toglie una patina di pensosa letterarietà, che costituisce il limite più evidente di Arpino, attraverso una robusta iniezione di commedia. Non si tratta affatto, però, di un’operazione riduttiva o commerciale, anzi, essendo il tragico-comico la cifra del miglior Risi. Basta ricordare i due momenti artisticamente più alti de I mostri, entrambi sempre con la presenza di Gassman: I due orfanelli e La nobile arte, in cui per l’appunto i protagonisti sono, rispettivamente, un ragazzo cieco e un pugile gravemente menomato. Qui la risata e l’apparente cinismo costituiscono un sottilissimo velo steso sopra una profondissima compassione, intesa nel suo senso etimologico di partecipazione emotiva alla sofferenza altrui. Questo atteggiamento permette a Risi di evitare la lacrima, la pietà, lo sfruttamento dei sentimenti dello spettatore, in due parole il vero cinismo, cioè quello nascosto. E in questo suo tocco c’è lo stesso riscatto di umanità che attraversa nel finale il personaggio di Fausto ed è anche il miglior augurio che possiamo farci oggi, nei tempi bui che stiamo vivendo.
Profumo di donna si può vedere gratuitamente a questo link
