Reggio Emilia, Bosco Ospizio. Se la burocrazia uccide un bosco

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Siamo a Reggio Emilia, nel quartiere Ospizio, settore orientale della città. Un tessuto urbano che si è consolidato lungo la via Emilia. L’area denominata “Bosco Ospizio” è delimitata dall’antica strada romana e un tempo ospitava la casa di riposo e altri servizi, un’area dismessa da circa vent’anni. Non stiamo parlando di un’area agricola o in origine naturale, ma di un’area urbana svuotata e interessata da un processo di rinaturalizzazione che negli anni ha portato al consolidamento di una formazione forestale spontanea. Si tratta di una vicenda che potremmo definire esemplare delle lente dinamiche italiane in materia di rigenerazione e trasformazione urbana. Gli edifici vengono dismessi e demoliti nel 2005 e, nel 2006, il Comune avvia il Programma di Riqualificazione Urbana “Ospizio” – PRU –, formalizzato l’anno successivo attraverso una convenzione urbanistica che attribuisce all’area nuovi diritti edificatori.

Quindi un’area pubblica che viene ceduta alla società Crea, ma l’intervento previsto non viene realizzato. Nel frattempo, la vegetazione inizia progressivamente ad impadronirsi degli spazi lasciati liberi dalle demolizioni. Nel 2015 subentra Conad Centro Nord; anche in questo caso, però, il progetto rimane a lungo sulla carta, mentre il processo di rinaturalizzazione prosegue. Dopo vent’anni la previsione edificatoria è ancora vigente anche se il Comune, che nel 2014 aveva ridotto l’edificabilità da 11mila a 3.500 metri quadrati e, con il nuovo piano urbanistico, ha cercato di cancellare le previsioni edificatorie relative ai progetti di rigenerazione urbana non attuati. Ma le sentenze del Tar di Parma e del Consiglio di Stato su aree analoghe della città hanno dato ragione ai privati. Conad non era tra i ricorrenti, ma il Comune ha considerato quelle sentenze un precedente da applicare anche per i casi simili. Nel 2024 Comune e Conad definiscono una nuova convenzione per la sua attuazione e nel 2026 vengono rilasciati i permessi di costruire. Il destino è dunque segnato: l’area deve diventare un centro commerciale con alcuni servizi, anche se nel frattempo è cresciuto un bosco. Le previsioni urbanistiche di circa venticinque anni fa, seppur riviste, restano ma nel frattempo sono cambiate le condizioni climatiche e di conseguenza la sensibilità di molti cittadini sui temi ambientali. In questi ultimi anni gli appelli a piantare alberi si sono susseguiti a spron battuto, così come le analisi sul ruolo della vegetazione contro il calore e sulla necessità di fermare il consumo di suolo. È cambiato anche il rapporto con la politica, tra indifferenza e nuove forme di cittadinanza attiva.

La vicenda di Bosco Ospizio si colloca in questo quadro: un’area di 45mila metri quadrati dove, dopo la demolizione della vecchia struttura, è cresciuta una macchia boscata che, secondo alcuni botanici locali, ospita 165 specie vegetali, tra cui due orchidee protette e una ricca comunità animale. Quello che era uno spazio dismesso è diventato un luogo rinaturalizzato che le previsioni urbanistiche continuano a considerare un vuoto da riempire mentre per l’ecologia è diventato un patrimonio. Il processo urbanistico ventennale di attesa del recupero di un’area dismessa lo potremmo considerare, nella prospettiva della gestione urbana, un tempo morto, ma per l’ecologia, al contrario, ha rappresentato un tempo attivo, perché ha consentito l’avvio di un processo di rinaturalizzazione dell’area urbana. Se riconduciamo questa vicenda al quadro teorico riassunto nel testo Manifeste du Tiers-paysage del paesaggista Gilles Clément, botanico e giardiniere francese, potremmo leggere il Bosco Ospizio come uno di quegli spazi abbandonati che costituiscono dei réservoirs génétiques, luoghi trascurati dall’uomo dove però spesso si raccoglie quella diversità biologica che la nostra cultura produttivistica non riconosce come ricchezza. Non si tratta dunque di una banale colonizzazione di “erbacce”, ma di un processo ecologico che ha portato l’area ad assumere caratteri che, al momento della formazione del PRU, non aveva.

Questa vicenda fa emergere un contrasto ricorrente nelle operazioni di trasformazione urbana e di valorizzazione immobiliare. Si tratta del conflitto tra differenti sistemi di valore. Il valore immobiliare dell’area, consolidato dalle previsioni urbanistiche e dai diritti edificatori maturati nel tempo, dispone di un riconoscimento economico e giuridico preciso mentre il valore ecologico prodotto negli stessi anni dalla rinaturalizzazione spontanea dell’area appare più difficile da riconoscere, misurare e tutelare. E questo nonostante un quadro internazionale ed europeo che attribuisce alla biodiversità e al ripristino degli ecosistemi un’importanza crescente: dalla Convenzione sulla diversità biologica alle strategie europee per la biodiversità, fino alla più recente Nature Restoration Law, che introduce obiettivi vincolanti di ripristino della natura e dedica una specifica attenzione agli ecosistemi urbani, agli spazi verdi e alla copertura arborea. Gli stessi Piani nazionali di ripristino della natura previsti dal regolamento dovrebbero tradurre questi obiettivi in strategie e interventi territoriali, ma di fronte alla rilevanza economica dell’operazione immobiliare, il processo di naturalizzazione passa in secondo piano.

Il caso del Bosco Ospizio mette così in luce un’asimmetria: il piano e le procedure riconoscono e tutelano con efficacia il valore economico e i diritti edificatori generati da una decisione presa vent’anni prima, ma non riconoscono il valore ecologico di un processo che ha cambiato il contesto di partenza. Non è un dettaglio il fatto che il Regolamento europeo sul ripristino della natura (UE 2024/1991) riconosca, accanto agli interventi attivi, il ruolo dei processi passivi e spontanei: un principio che, se riferito agli ecosistemi urbani, sollecita a considerare queste dinamiche anche negli ambiti di rigenerazione. Piantare nuovi alberi è dunque una possibilità, non necessariamente l’unica né la migliore per contrastare alcuni effetti della crisi climatica, ma il Bosco Ospizio è l’esito di una rinaturalizzazione spontanea già avvenuta, e questo carattere andrebbe riconosciuto: il suo abbattimento va dunque nella direzione opposta a quella indicata dal regolamento europeo. Dunque quanto vale un bosco cresciuto da solo? Era politicamente opportuno avviare il cantiere Conad, con le ruspe accompagnate dalla polizia in assetto antisommossa, dopo due mesi di presidio pacifico e 42mila firme contrarie? E come si concilia questa scelta con lo slogan della cooperativa «Persone oltre le cose»? Infine, si può chiamare “compensazione” il conteggio di 1.348 alberi promessi contro 322 esistenti, come se un bosco fosse la somma dei suoi fusti e una nuova pianta equivalesse a un albero radicato da anni e inserito in un sottobosco ricco di vita animale e vegetale?

La vicenda pone questioni che vanno oltre il singolo intervento. È giusto che un progetto conservi validità amministrativa mentre cambiano le condizioni che ne giustificavano l’utilità? Probabilmente le amministrazioni andrebbero dotate di strumenti per valutare questi cambiamenti e motivare la conferma o la revisione delle scelte. Altrimenti le procedure diventano impermeabili alle mutazioni della realtà. Va interrogato anche il significato della rigenerazione urbana: ogni trasformazione edilizia è davvero un miglioramento? Quali interessi prevalgono, come si distribuiscono benefici e costi, quale valore si riconosce al patrimonio ecologico e sociale esistente? Quando domina il rendimento immobiliare e commerciale, la riqualificazione rischia di rispondere a logiche speculative e finanziarie difficilmente conciliabili con la transizione ecologica, il bene comune e la giustizia sociale. La questione è anche culturale e attraversa conservatori e progressisti. Politica, amministrazioni e imprese appaiono poco preparate, e forse poco disposte, al cambiamento di paradigma che da più parti viene evocato rispetto al modello di sviluppo oggi prevalente. Cambiare significa rivedere progetti e priorità, accettando che tutelare un bene collettivo possa richiedere rinunce economiche. È più facile costruire narrazioni falsamente rassicuranti dove “sostenibilità”, “transizione” e “resilienza” diventano categorie svuotate di significato ma necessarie per legittimare scelte non più sostenibili.

A tale proposito, Bosco Ospizio non è un caso isolato. A Lido di Dante, a Ravenna, riemergono pretese edificatorie su una superficie di circa 16-17 ettari, per un’espansione residenziale e turistica il cui primo accordo risale al 2008 e i cui piani attuativi risultano ancora vigenti. Una previsione oggi contestata per i rischi idraulici e la subsidenza. Nell’“ottavo lido” di Porto Garibaldi, sul litorale comacchiese, 39 ettari sono destinati alla realizzazione di un villaggio per cinquemila persone, in un’area oggi non edificata la cui trasformazione pone anche il problema della vulnerabilità alle mareggiate e all’ingressione marina. Tre vicende diverse, accomunate da una pratica comune: vecchie previsioni urbanistiche tornano a determinare il futuro di territori fragili e profondamente cambiati, cancellando boschi, dune e litorali. Si continuano a propagandare gli alberi che si pianteranno mentre si distruggono i boschi esistenti o ciò che resta delle dune.

Gli autori

Romeo Farinella

Romeo Farinella è professore di Progettazione urbanistica nel Dipartimento di Architettura della Università di Ferrara.

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One Comment on “Reggio Emilia, Bosco Ospizio. Se la burocrazia uccide un bosco”

  1. Abito vicino al cosiddetto Bosco Ospizio e trovo questo racconto non obbiettivo dove si enfatizza all estremo una storia che facendo leva su un sentimento giustamente sentito come quello della necessità della tutela del patrimonio arboreo nasconde pure carenze di analisi pratiche , legali, amministrativi di diritti acquisiti e di benefici che la comunità che vi abita aspetta da anni. Biblioteca, Casa della Salute e, sisignori anche un Supermercato di vicinanza sono richiesti da chi ci abita veramente. In quella zona della citta da anni e tutt’ora sono in corso piantumazione che solo chi non vi abita o non vuol vedere , può negare . Penso che il fragore che da tempo anima questa vicenda nasconda pure una contrapposizione non esplicitata ma chiara di strumentalizzazione che non ha solo a che fare col benessere del pianeta.

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