L’eterno loop del voto utile

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Battere la destra. Un elettore progressista non può ignorare questa priorità per le elezioni politiche del 2027. Evitare che la destra, rivincendo, prenda tutto, presidenza della Repubblica compresa, e abbia la massima libertà di scatenare ancora di più le proprie inclinazioni autoritarie. È necessario. Nonostante questa esigenza oggettiva e non trascurabile, non si può evitare la sensazione di essere di fronte all’eterna riedizione di un loop infinito. Un loop almeno trentennale: un tempo immobile, sempre uguale, fisso, impermeabile al passare degli eventi e al mutare degli scenari. In questo falso movimento succede, o non succede, sempre lo stesso. Ci si avvicina alle elezioni. Da un lato c’è la destra, che dai tempi dell’ingresso di Berlusconi in politica, viene definita come ‘i fascisti’. Di conseguenza, dall’altro lato, bisogna unire tutto, al di là di tutto, di ogni programma, idea, differenza strategica e posizione su questioni fondamentali (oggi, per esempio, l’Ucraina e il riarmo europeo), per battere la destra. Elettoralmente, tutto questo precipita nel richiamo fortissimo del voto utile come sola scelta non solo razionale, ma anche eticamente accettabile. Altrimenti, si fa il gioco della destra.

È vero. In sistemi elettorali come quelli che si succedono in Italia, perché la destra non governi serve una coalizione che le contenga il primato. Il problema è il rapporto tra l’eterno ritorno del voto utile e dell’appello antifascista, e la realtà, che è soprattutto fatta di esperienze reali. Vediamo quali esperienze reali abbiamo vissuto finora.

Primo fatto reale: il centrosinistra al-di-là-di tutto (al di là di ogni contenuto positivo e affermativo) e il voto utile servono a battere la destra, hanno in questo tutta la loro legittimazione e fonte di senso. Ma dopo il 1996, quando la destra si era presentata divisa alle urne, il centrosinistra non ha mai vinto (a livello nazionale). Ha sempre perso, al massimo (2006) pareggiato. Almeno in due occasioni ha perso quasi volontariamente. Nel 2013 Bersani, mentre il centrosinistra si avviava a una vittoria praticamente sicura, accettò l’ingiunzione di Napolitano (e di chi per lui) di rimandare le elezioni per formare (con la destra, quella da battere) il Governo Monti. Seguì logica e prevista sconfitta elettorale, dopo una campagna basata sull’“Agenda Monti”. Nel 2022, Enrico Letta decise di rompere l’alleanza con il Movimento 5Stelle, consapevole che questo avrebbe portato alla sconfitta. Evidentemente, la rottura con gli elementi popolari e pacifisti presenti nella politica dei 5Stelle era più importante della vittoria, era più decisiva di ‘salvare la democrazia dai fascisti’.

Secondo fatto. Un governo del ‘campo largo’ (Pd, 5Stelle, AVS e Italia Viva), in Italia, c’è già stato. Era il governo Conte II, senz’altro un governo dignitoso, ma di cui non è possibile ricordare alcun provvedimento significativo sui temi di cui queste forze politiche forze parlano dall’opposizione: lavoro e sanità in particolare. Perché una riedizione della stessa coalizione dovrebbe essere diversa? Si dirà che ora la guida del Pd è più connotata a sinistra. Ma la situazione durante il Conte II era molto simile: segretario del Pd era Nicola Zingaretti, eletto sulla base di un programma definito ‘socialdemocratico’, che doveva far superare al partito il centrismo renziano. Zingaretti si dimise senza dare spiegazioni. Non basta una leadership descritta come ‘di sinistra’ né per cambiare un partito, né per dare un chiaro segno politico a un governo, dice l’esperienza. Inoltre, quel governo fu fatto cadere da Renzi anche sulla base di fortissime pressioni di stampa e centri di potere economico. Per qualche misterioso motivo (che non può essere elettorale, visto il suo scarsissimo consenso), il centrosinistra sta decidendo di allearsi nuovamente con Renzi.

Terzo fatto. Il centrosinistra reale governa regioni, grandi città, comuni. Naturalmente si tratta di esperienze variegate. Tuttavia, se diciamo “modello Milano”, troviamo un’espressione piuttosto sintetica di cosa sia il governo di centrosinistra e Pd nei territori, di quali interessi – immobiliari, finanziari, speculativi, commerciali, imprenditoriali – favorisca, e quali interessi (popolari) invece marginalizzi o rimuova (a volte anche fisicamente, espellendo fasce di popolazione a basso reddito da quartieri e città).

Quarto. Il ‘campo largo’ è all’opposizione da quattro anni. Le (poche) volte che c’è stato un governo di centrosinistra, la destra ha fatto un’opposizione durissima, visibilissima e condensata, discorsivamente, in due-tre temi chiave di grande comprensibilità. L’opposizione al governo Meloni da parte del campo largo è stata debolissima. Politicamente, il centrosinistra non ha imposto nel dibattito pubblico alcuna parola d’ordine o tematica capace di coinvolgere gli elettori e indebolire gli avversari. Se si chiedesse a un elettore comune (ma anche a un esperto) di dire su quali questioni e con quali idee il centrosinistra si sia distinto in questi anni, è probabile che nessuno sappia dire niente. Viene in mente solo il salario minimo, di cui si è parlato per qualche settimana a inizio legislatura, poi più niente. Non è emerso nessun tema che connoti, che si imponga, che aggreghi domande, interessi e aspettative. Socialmente, non c’è stata quasi nessuna mobilitazione organizzata dall’opposizione. Comunicativamente, la debolezza programmatica e di principi si traduce in mancanza di identità e di comprensibilità per gli elettori. Non si tratta di “essere bravi a comunicare”, si tratta di avere qualcosa da dire, che sia possibilmente forte, chiaro e sentito come proprio da larghe parti della popolazione. In parte, questo elemento è presente nel Movimento 5Stelle, sul tema della pace, che però è anche l’elemento di maggiore conflittualità nella coalizione. Temi e problemi più nitidamente di sinistra sono toccati da AVS, che però appare troppo subordinata al Pd, e quindi incapace di affermare concretamente quello che dice. Ne risulta un centrosinistra anemico e anomico, quasi anonimo.

In questo quadro, si inserisce il fenomeno giornalisticamente definito “onda nera”, l’avanzata dell’estrema destra in Europa e non solo. È un fenomeno reale e allarmante, anche in Italia, come sappiamo bene. Nello stesso tempo, i media di centrosinistra e liberali (Repubblica, La Stampa, il Corriere della Sera, i talk show di La7 ecc.) e buona parte del mondo politico del centrosinistra, mostrano quasi un piacere perverso e un’insistenza ricorsiva nel parlare di questa ‘onda’. È una tendenza generalizzata, da almeno un decennio, a rappresentare la situazione politica europea e internazionale come un’ondata inarrestabile di forze fasciste o quasi-fasciste, un destino quasi ineluttabile, un manto che precipita irrefrenabile su territori, nazioni e continenti. Il successo di queste forze, quando c’è, viene anche quasi sempre attribuito, ‘razzisticamente’ (una forma di razzismo sociale) al ‘popolo’, cioè alle classi popolari e lavoratrici, con poche ragioni (questo va sempre sottolineato, perché il voto alle destre è largamente interclassista). In Italia, questi media liberal-democratici parlano di Vannacci dalla mattina alla sera, da mesi. Lo amano, sembrerebbe: come Steve Bannon e soci sostengono la visibilità dell’estrema destra nell’ambiente digitale, così i media liberal-democratici gli garantiscono la copertura dei media tradizionali. Da questo punto di vista Steve Bannon e Lilli Gruber, o Tiziana Panella, o Paolo Mieli ecc., fanno diversamente lo stesso mestiere.

A cosa serve questa rappresentazione? Da parte di chi è in buona fede, data la sostanziale inconsistenza ideale, valoriale e programmatica di un “Noi”, cioè del campo della sinistra (in Italia), descrivere il mondo come occupato da un pericolo esiziale e definitivo permette di dare un minimo di sostanza al proprio campo. Chi siamo “noi”? Non si sa bene, ma se ci sono i fascisti, noi siamo gli antifascisti. E ‘antifascista’ è ovviamente una categoria nobilissima, che permette di avvicinarsi almeno all’ombra di un’identità. Permette anche di attribuirsi un ruolo sociale e morale, di denuncia di un pericolo, di opposizione coraggiosa a questo pericolo, e questo vale anche per gli intellettuali che indugiano in questa rappresentazione, a volte osservatori di rovine apocalittiche, quasi in una riedizione del Grand Hotel Abisso. Per chi è in malafede (come il mondo mediatico di centro o centrosinistra, e parte del suo ceto politico), questa rappresentazione serve a dire che se da un lato ci sono i fascisti e i nazisti, dall’altro può esserci solo un’unione sacra, meglio se molto moderata, che al di là di ogni contenuto specifico – ma meglio che elimini contenuti popolari e pacifisti – si unisca per “battere la destra”, silenziando, sostanzialmente, la politica di parte. È la strada che porta ai governi tecnici e alle grandi coalizioni, ai Mario Monti e ai Mario Draghi, che le classi dirigenti italiane stanno ancora una volta pregustando per il dopo-elezioni (tifando pareggio e cercando di separare il Pd dai 5Stelle, con una forte campagna anti-Conte). È la strada migliore per perdere le elezioni, ammettendo che le si voglia vincere, invece che, come spesso è successo, accedere al governo senza passare dal Via del consenso elettorale.

Nessuna sottovalutazione del pericolo rappresentato dalla crescita delle destre radicali. Ma bisogna anche evidenziarne l’uso strumentale. Parlare di ‘onda nera’ come di un tutto omogeneo è piuttosto fuorviante. C’è senz’altro, progressivamente, già dagli anni Ottanta, una crescita delle destre radicali. Che però non è un’esplosione e non è uniforme. Ci sono nazioni in cui l’estrema destra cresce, episodi clamorosi, come le recenti elezioni in Sassonia, ma anche nazioni in cui questa destra decresce o resta stabile. In una crescita tendenziale, il quadro europeo è variegato, e le situazioni cambiano a seconda delle regioni, delle nazioni e delle fasi politiche. Ciò che si impone come dato politico, in Europa, è la forte egemonia del centrodestra e della destra tradizionale, quindi dei partiti del Partito popolare europeo e dei suoi alleati. Il problema principale, quindi, è che i partiti che fanno riferimento al Partito socialista europeo non sono in grado di contrastare questa egemonia né di arginare la crescita delle destre. Ogni caso va studiato nella sua specificità, ma se c’è una cosa che accomuna le destre, e quelle radicali in particolare, è che dicono qualcosa, aberrante quanto possa essere. Essenzialmente ne dicono una: ogni problema sociale è causato dall’immigrazione. Tu, nativo, per quanto possa essere difficile la tua condizione, sei sempre comunque migliore, più forte e con più diritti di qualcun altro, l’immigrato. Eventualmente ne dicono una seconda: tutto il sistema dei partiti è vecchio e corrotto. Attorno a questi due elementi, c’è il richiamo più o meno forte ai temi della famiglia e dei rapporti di genere. Nel vuoto, chi dice qualcosa si sente. Soprattutto se queste tematiche identitarie sono immediate e hanno un leggibile sfondo storico (Dio, nazione e famiglia). È proprio quello che manca alle forze socialiste e di centrosinistra: idee-forza che comunichino un’identità, che evochino uno sfondo storico e un’idea di società, che si staglino dal vuoto del nichilismo occidentale.

Non c’è bisogno di fare un elenco per sapere che in tutto il mondo, e in particolare in America (tutta, ma soprattutto quella del Sud) e in Europa, negli ultimi vent’anni ci sono state e ci sono nuove esperienze della sinistra, anche radicale, innovative e capaci di imporsi spesso (almeno inizialmente) contro le forze tradizionali del centrosinistra. Ognuna di queste esperienze ha la sua specificità, adatta al proprio contesto nazionale. Ma queste esperienze si somigliano per la propria capacità di rottura e di rinnovato consenso. In certi casi, come in Spagna, questa capacità ha poi consentito di costruire con i socialisti coalizioni con un leggibile segno progressista. In Italia questo tentativo non solo non è mai riuscito, non è mai stato fatto davvero. Al massimo, a sinistra del centrosinistra, si sono costruite più volte, a pochi mesi delle elezioni, liste elettorali con nomi e simboli sempre diversi, sommando forze politiche e gruppi dirigenti molto conflittuali tra loro, presi più a sabotare i propri progetti che a sostenerli. Mai si è riusciti a produrre la capacità innovativa e in certi casi egemonica che si è sviluppata in altri contesti. Non esiste, in Italia, uno spazio politico progressista e popolare al di fuori del centrosinistra? Non ne abbiamo la controprova, perché non ci si è mai provato seriamente e con costanza.

Quindi? Come detto in apertura, non si può essere indifferenti al rischio di una nuova vittoria della destra in Italia. Ognuno, forza politica e singolo elettore, farà le sue scelte. Ma parallelamente, ci dice l’esperienza, è in ogni caso necessario, nell’immediato, nel medio e nel lungo periodo, lavorare a una nuova e innovativa forza politica popolare, per uscire dall’eterno loop del centrosinistra che non batte la destra ma fa sparire la sinistra. Una nuova forza che non sia minoritaria né settaria, ma che anzi si proponga di contendere al Pd l’egemonia nel campo delle forze progressiste. Per battere davvero la destra, ma soprattutto per sapere cosa fare dopo.

Gli autori

Loris Caruso

Loris Caruso insegna Teoria sociale all'Università di Bergamo. Si è occupato a lungo di movimenti sociali e partiti politici. Attualmente il suo principale terreno di ricerca è il rapporto tra nuove tecnologie e teoria sociale. Tra le sue pubblicazioni, il saggio "Podemos e il populismo di sinistra" (Meltemi 2021, con Francesco Campolongo) e i romanzi "Il destino Rimbaud" (Oedipus 2021) e "In campo la vita sparisce. Il romanzo di Maradona" (Castelvecchi 2022). È attivo nell'associazione “Paese Reale”.

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3 Comments on “L’eterno loop del voto utile”

  1. Bellissimo articolo, condivido in pieno, aggiungo solo, alle due occasioni in cui il centrosinistra ha perso quasi volontariamente, la vittoria di stretta misura del 2006, giunta dopo una campagna elettorale surreale, iniziata con un confortevole vantaggio nei sondaggi e proseguita con la costante preoccupazione dei partiti principali del centrosinistra di ribadire la fedeltà euroatlantica e al risanamento di bilancio, contrastando ogni proposta, per quanto moderatissima, avanzata da Rifondazione (che aveva con sofferenza scelto di allearsi) e smentendo tra le righe il programma concordato (che infatti venne archiviato subito dopo le elezioni), mentre la destra uscente, con una campagna spregiudicata, condotta come se arrivasse da 5 anni all’opposizione invece che al governo, arrivava a un passo dalla vittoria.

  2. Condivido l’impietosa analisi del trentennale “voto utile”. Alla fine utile perchè nulla cambi. Il problema è uno e uno soltanto (almeno per me): fino a quando non si deciderà di rinnegare il liberismo capitalista non ci sarà sinistra. Penso che trent’anni di finto progressismo (leggi PD) siano più che sufficienti. Bisogna lavorare per un nuovo soggetto politico popolare, socialista e, seriamente, progressista.

  3. Bellissimo articolo: lucido, dettagliato, argomentato; con conclusioni – per me – pienamente condivisibili e assolutamente auspicabili

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