Andrà tutto bene o sarà una catastrofe?

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«Confesso che ho paura» è una presa di coscienza del sentimento che ci pervade in una situazione instabile e potenzialmente negativa dell’umanità, quale la nostra generazione si trova ora a dover affrontare. Ma è anche l’invito a non arrendersi alla paura, anzi a coglierne la componente propulsiva, un’energia reattiva a cui è possibile dare forma tramite gli strumenti offerti dalla nostra cultura (scientifica, politica, filosofica, artistica…). È l’invito a ripensare, ancora una volta, il problema dell’etica, della moralità dell’uomo (1), e a delineare la possibilità di una nuova etica, in un momento – di cui ancora non riusciamo a cogliere la durata – in cui la nostra azione appare confinata entro le quattro mura domestiche, dietro lo schermo di un computer, di uno smart phone, o demandata a un’autorità pubblica che nell’eccezionalità dell’emergenza si arroga il diritto di assumere un potere il più possibile a legibus solutus, capace di penetrare in maniera capillare nelle nostre vite. Un momento in cui i principali rimedi alla paura e a una moralità bloccata sembrano essere il religioso ottimismo dello slogan «Andrà tutto bene» o il cupo pessimismo del suo alter-ego «Sarà una catastrofe», che altro non sono se non maschere di un’indifferenza sempre più diffusa all’interno della nostra società.

Dal mio punto di vista, ripensare il problema della moralità e di una nuova etica nella situazione che stiamo vivendo significa innanzitutto togliersi queste maschere, osservare la nostra realtà e condurre un’indagine sui fondamenti della nostra moralità, che consenta quella presa di coscienza e quella messa in questione che costituiscono il presupposto di qualunque cambiamento, e in special modo di qualunque cambiamento positivo.

L’indifferenza: in un recente contributo, Pietro Polito (https://www.centrogobetti.it/rubriche/820-cronache-culturali-03-20.html) richiama la lezione di Gobetti, maestro nella ricerca di antidoti contro la paura – nel suo caso, degli effetti nefasti del nichilismo politicamente incarnato nel fascismo – e la rinuncia a qualsiasi forma di impegno etico. «Non può essere morale chi è indifferente», scrive Gobetti nel 1919. Preoccupato di definire i caratteri della propria «fede politica», il teorico de La rivoluzione liberale, nel quadro di un discorso sui mali della società, si riallaccia alle considerazioni di Gramsci sull’indifferenza, associando quest’ultima all’«immoralità» nutrita di «apatia», quell’assenza di passione che gli appare come la principale nemica della vita politica, come «negazione di umanità», nei confronti della quale risulta quasi preferibile l’odio degli intolleranti, proprio in quanto animati da un’umanità appassionata e “di parte” (2). Gramsci: «Odio gli indifferenti». Eppure, Gramsci non si arresta all’odio. Come è stato rilevato (3) non è sostando nel sentimento della negazione di chi non è «partigiano», ma è a partire dallo studio e dalla ricerca dei caratteri generali di quella che potremmo definire la moralità indifferente, che Gramsci mette a punto il proprio progetto etico-politico.

Le considerazioni di Gramsci sull’indifferenza invitano a interrogarsi sui fondamenti della moralità. In questa sede si potrebbe dare avvio a una tale riflessione problematizzando provocatoriamente l’assunto gobettiano: «Non può essere morale chi è indifferente?». L’immoralità a cui fa riferimento Gobetti, in fondo – e qui penso in particolare al discorso sul non-essere del Sofista platonico –, non è che una moralità altra rispetto a quella affermata dall’autore. Ma quali sono i caratteri di questa diversa moralità? E quali relazioni intrattiene con l’essere morale di cui parla Gobetti?

Alla prima domanda proviamo a rispondere con le parole di Gramsci: l’indifferenza è «abulia», è «parassitismo», «vigliaccheria»; è l’«assenteismo dei molti», è la «massa degli uomini» che «abdica alla sua volontà, lascia fare»; è quella dell’uomo che, di fronte alla catastrofe, alla «fatalità», «si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile»; è quella di coloro che «piagnucolano pietosamente» o «bestemmiano oscenamente»; ancora, è propria di chi, pur vedendo «chiaramente», prospetta «bellissime soluzioni» per mera «curiosità intellettuale», senza alcuna «luce morale», senza il «pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita» (4).

A queste considerazioni di carattere generale Gramsci accompagna il riconoscimento del ruolo dell’indifferenza nella storia. Egli considera l’indifferenza «il peso morto della storia», che opera in essa «passivamente», ma «potentemente». La sua potenza, infatti, «è ciò che sconvolge i programmi», ciò che «rovescia i piani meglio costrutti». L’indifferenza mette in crisi l’intelligenza e la moralità di chi è «di parte». La presenza nella storia della moralità indifferente mette in luce la precarietà di ogni morale, il diverso peso che questa può assumere nella storia, nei gruppi umani e all’interno degli stessi individui; ma anche, il carattere opzionale di ogni scelta, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo. Ciò che si pone di fronte agli uomini in ogni istante della loro vita è l’alternativa tra impegno e indifferenza, tra partecipazione attiva, coinvolta e appassionata, nella storia e accettazione passiva, distaccata e apatica, di essa (5).

Questa attenzione per il problema dell’indifferenza e della dialettica storica presenta non poche affinità con quel pensiero che, circa un ventennio più tardi, prenderà il nome di «esistenzialismo positivo», la cui opera-manifesto è data dalla Struttura dell’esistenza di Nicola Abbagnano (1939). Nel lavoro di Abbagnano, il problema dell’indifferenza è indagato su un piano ontologico-fondamentale, soprattutto a partire dal confronto con la filosofia heideggeriana; ma, a differenza di Heidegger, l’obiettivo di Abbagnano è quello di individuare delle categorie filosofiche atte tanto alla definizione del pensiero nichilista e alla comprensione della moralità indifferente a esso connessa – quella che egli definisce in termini di «scelta di indifferenza» e «dispersione banale» –, quanto all’elaborazione di un pensiero che, pur mantenendo intatto il riconoscimento nichilistico del carattere tragico dell’esistenza, consenta di tenere costantemente aperta la possibilità di un’etica «positiva», quella «delimitazione appassionata» dell’ente che è frutto di una scelta consapevole e come tale «autentica» (6); un pensiero capace di mettere in luce, al contempo, i rapporti tra queste diverse forme di moralità e il loro comune fondarsi sulla «trascendenza» della «normatività», quel «dover essere» del rapporto tra necessità e libertà che strutturalmente possibilità e definisce l’esistenza umana (7).

Con questo riferimento alla filosofia dell’esistenza di Abbagnano provo a rispondere alla seconda delle due domande poste all’inizio: la normatività dell’esistenza, in quanto delimitazione del rapporto tra necessità e libertà, è ciò che fonda l’esistenza umana e la sua moralità, sia nella forma «impropria» della scelta di indifferenza e della dispersione banalizzante, sia nella forma «autentica» della «delimitazione appassionata», per cui l’ente assume la responsabilità della propria finitudine (8). In questo quadro, i rapporti tra moralità indifferente e moralità “partigiana”, produttrice di differenza, si configurano non sulla base di un contrasto, che è sempre a posteriori rispetto alla scelta, bensì dell’alternativa: un’alternativa esistenziale, in cui ne va dell’essere tanto degli individui quanto delle comunità umane e dei loro rapporti, e quindi della storia.

In virtù di questa opzione, pertanto, chi è indifferente può essere morale; l’indifferente è oggi colui che, rivestendosi di un ottimistico «Andrà tutto bene» o di un pessimistico «Sarà una catastrofe», sceglie di eludere una tragica consapevolezza, quella visione tragica della storia di cui si è fatta portavoce un’intera generazione di intellettuali “torinesi”, che da Gramsci e Gobetti conduce sino ad Abbagnano e a Bobbio, e la cui ultima espressione si trova, a mio parere, nella prolusione al corso di Filosofia della Storia pronunciata nel 1965 da Pietro Chiodi, filosofo e partigiano, il cui ricordo resta vivo a cinquant’anni dalla morte: «La storia non va né “di bene in meglio” né “di male in peggio” né “sempre allo stesso modo”, e ciò perché la storia non va in alcun modo: non va in alcun modo perché è via via fatta andare dai progetti umani come risultato della loro collaborazione o del loro scontro. Ecco perché la storia non conosce continuità o svolgimenti necessari, ma rotture, salti, riprese» (9).

NOTE

1. Impiego il concetto di moralità quale formulato da Claudio Pavone: cfr. Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (1991), Torino, Bollati Boringhieri, 20063, p. XVIII.

2. P. Gobetti, La nostra fede, in “Energie Nove”, serie II, n. 1, 5maggio 1919, pp. 1-8: 7.

3. Cfr. D. Bidussa, Perché oggi, in A. Gramsci, Odio gli indifferenti, Milano, Chiarelettere, 2015, in particolare pp. XI e XV.

4. Cfr. A. Gramsci, Gli indifferenti (1917), in Id., Odio gli indifferenti, cit., pp. 3-5.

5. Cfr. Ibidem.

6. Cfr. N. Abbagnano, La struttura dell’esistenza, Torino, Paravia, 1939, pp. 128-31.

7. Ivi, p. 151.

8. Ivi, p. 155.

9. P. Chiodi, Filosofia, storia e realtà umana (1965), in Id., Esistenzialismo e filosofia contemporanea, a cura di G. Cambiano, Pisa, Edizioni della Normale, 2007, pp. 347-360: 359.

L’articolo è stato pubblicato anche nel sito del Centro Studi Piero Gobetti

Elisa Destefanis

Elisa Destefanis, Università di Torino, è ricercatrice del Centro studi Piero Gobetti. Ha scritto “Resistenza e filosofia nel pensiero di Norberto Bobbio, Pietro Chiodi e Luigi Pareyson”, Apeiron Ediciones, Madrid 2019.

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