Ucraina. Per una soluzione di pace

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Di fronte all’incancrenirsi della guerra in Ucraina,  il 5 maggio l’associazione Alternative per il socialismo, la Fondazione Basso e la Fondazione CRS hanno indetto una conferenza stampa “Per una soluzione di pace” con la partecipazione di Gaetano Azzariti, Claudio De Fiores e Luigi Ferrajoli. Nella presentazione della conferenza si legge, tra l’altro: «Spetta alla comunità internazionale – prima ancora che ai Paesi in guerra – garantire la sicurezza tra i popoli e le Nazioni. Rimettendo in discussione i complessivi rapporti geopolitici e gli ormai evidenti squilibri che coinvolgono le relazioni internazionali tra potenze ed aree geografiche. La politica e il diritto internazionale sopravvivranno alla guerra solo se saranno in grado di ripudiarla». Di fronte all’iniziativa delle tre associazioni storiche della sinistra, da sempre in primo piano nella difesa delle libertà e dei diritti, spiccano l’inadeguatezza delle posizioni delle istituzioni e delle forze (sedicenti) progressiste del nostro Paese e la necessità di una svolta di cui, peraltro, non si vedono segnali concreti, al di là delle flebili e incerte dichiarazioni di principio richiamate da Franco Ippolito nell’introduzione alla conferenza stampa. (la redazione)

Ritorniamo a riflettere sulla tragedia che vive l’Ucraina per tentare di individuare una via di uscita, che interrompa l’escalation di violenza, realizzi un cessate il fuoco e apra la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto. Le organizzazioni che hanno promosso questa conferenza stampa non sono animate da alcuna prevenzione antipolitica, ma ritengono del tutto inadeguata la linea complessiva che caratterizza il sistema politico italiano di fronte agli orrori della guerra. Abbiamo da subito espresso, senza ambiguità, nette valutazioni sull’invasione di Putin, sulla violenza inaudita che è stata scatenata contro il popolo ucraino e sulla doverosità del sostegno all’Ucraina, senza il quale l’armata russa avrebbe già realizzato i suoi obiettivi di annientamento. L’azione armata iniziata il 24 febbraio costituisce un’aggressione ai sensi della Risoluzione n. 3314 /1974 dell’Assemblea generale NU e una palese violazione dello Statuto delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Né l’invasione può essere legittimata in alcun modo dalla “sindrome di accerchiamento” che da anni patiscono le pulsioni o le nostalgie imperialistiche di Putin, la cui «ira» è stata «forse facilitata» (come dice Papa Francesco) da comportamenti dell’Occidente, posti in essere senza considerare il dovere e la necessità di prevenire rischi o anche soltanto pretesti di guerre.

È prevalsa negli ultimi trent’anni anni la retorica dell’etica dei principi, talvolta astratti, mentre è necessario richiamare – soprattutto in presenza di contrasti tra potenze nucleari – la weberiana etica della responsabilità che deve caratterizzare chi mette le mani negli ingranaggi della storia, quell’etica che riguarda le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie omissioni. In proposito, non possiamo che condividere le recenti dichiarazioni del Presidente Giuliano Amato, che di fronte a questa tragedia ha dichiarato di avvertire «il peso di un fallimento europeo e dell’intero Occidente» e ha ricordato, con rammarico, il vano tentativo di Javier Solana, alla metà del Duemila, di «creare un sistema di sicurezza e di difesa comune fondato sugli interessi di europei, russi e americani», non essendo «pensabile un rapporto tra Nato e Russia modellato sul rapporto tra la Nato e l’Unione Sovietica». Non fu colta l’occasione della caduta del Muro per coinvolgere tutti i Paesi ex URSS, a cominciare dalla Federazione Russa, in un nuovo accordo di convivenza internazionale, superando le vecchie logiche di alleanze e di contrapposizioni armate.

Per noi rimane ferma la differenza tra chi ha mancato al dovere di farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni od omissioni, al fine di prevenire ogni rischio di guerra (come impone la difficile costruzione della pace), e chi ha violato il divieto posto a fondamento di tutto il sistema del diritto internazionale nato nel 1945: il divieto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. In un caso si è di fronte a politiche e a strategie sbagliate, che vanno contrastate e modificate; nell’altro a condotte illecite di aggressione e di guerra, che vanno ripudiate, processate e condannate come crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ai sensi dello statuto della Corte penale internazionale (non riconosciuta da Cina, Russia e USA).

La guerra, con le sue dinamiche oppositive di amico/nemico spinge a contrapposizioni frontali non soltanto gli eserciti e i popoli direttamente coinvolti, ma ogni persona o gruppo non indifferente ai drammi e alla tragedie del mondo. Si va tracciando – scriveva ieri Luigi Manconi in un sofferto articolo – una «linea sottile, e sottilmente crudele, che divide comunità di affetti e famiglie politiche, esperienze condivise e culture comuni, affinità consolidate e storie collettive». Noi vogliamo contribuire a superare il clima, avvelenato da contrapposizioni radicali e pregiudiziali, in cui si svolge prevalentemente il discorso pubblico e vogliamo tentare di favorire un dibattito basato sul dialogo, sul confronto razionale e sul rispetto delle opinioni altrui, anche quando non le condividiamo. A tal fine, il nostro impegno è di utilizzare «argomenti di verità e di ragione», per riprendere il titolo dell’editoriale di Nello Rossi, che presenta il numero 1/2022 della Rivista Questione Giustizia, interamente dedicato ai problemi della guerra e della pace. Dinanzi alla divisione che lacera tanti rapporti e talvolta ogni persona di fronte ai dilemmi tragici posti dalla violenza che subisce il popolo ucraino, abbiamo rispettato le diverse scelte, sollecitando piuttosto a concentrarsi sulle cose da fare per mettere fine alla violenza e avviare un vero negoziato.

Oggi – dopo più di due mesi dall’inizio dell’attacco – siamo di fronte a una escalation di parole, di insulti, di minacce, ma anche di comportamenti sconsiderati, in cui si sono distinti, non soltanto Putin e Lavrov, ma anche i dirigenti dell’Amministrazione americana e del Governo inglese, rispetto ai quali ovviamente apprezziamo molto di più i sobri comportamenti del Presidente francese e del Cancelliere tedesco e i loro tentativi, per quanto ancora del tutto inadeguati, di diplomazia telefonica e di colloqui bilaterali. È sotto gli occhi di tutti che stanno prevalendo la dinamica e la logica della guerra, le quali allontanano sempre più la cessazione delle ostilità e accrescono sofferenze, rancori e odi tra i popoli, destinati a durare.

Rispetto al linguaggio armato e bellicista usato a Ramstein (26 aprile), facciamo nostro il linguaggio di saggezza, di verità e di ragione del Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso tenuto il 27 aprile al Consiglio d’Europa. Chiediamo che a quel discorso – che, citando Schuman, chiede «uno sforzo creativo per salvaguardare la pace» e il rilancio e il rafforzamento delle Nazioni Unite – si conformi il Governo italiano. E non soltanto nel proporre e sostenere le necessarie modifiche e riforme dei Trattati, come ha fatto il Presidente del Consiglio Draghi nel discorso del 3 maggio al Parlamento europeo, ma anche nel richiedere e sollecitare – nel rispetto delle alleanze, ma nella piena consapevolezza dei differenti interessi dell’Europa, più marcatamente evidenziati dalla Francia e dalla Germania – un’autonoma soggettività dell’Unione Europea nell’adozione di urgenti iniziative per propiziare il cessate il fuoco e aprire una fase di vero negoziato verso una Conferenza di pace, con l’obiettivo di ricercare e concordare un nuovo accordo di convivenza internazionale, lontano da ogni spirito di vendetta verso chicchessia. I funesti effetti di Versailles (1919) sulla crescita dei nazionalismi nella prima metà del ‘900 dovrebbero averci insegnato che dai conflitti e dalle tragedie belliche si esce soltanto con un accordo che guardi al futuro, coinvolgendo positivamente e responsabilizzando tutti gli attori della comunità internazionale.

È l’intervento introduttivo svolto dal presidente della Fondazione Basso nella conferenza stampa dallo stesso titolo, organizzata a Roma il 5 maggio da Fondazione Basso, Fondazione CRS, Alternative per il socialismo.

Gli autori

Franco Ippolito

Franco Ippolito, già magistrato e presidente di sezione della Corte di cassazione, è attualmente presidente della Fondazione Basso.

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One Comment on “Ucraina. Per una soluzione di pace”

  1. La grande domanda: come uscirne? Con il procedimento inverso. Mi pare che la concentrazione delle azioni converga su Putin mentre credo utile considerare tutti i fattori che potrebbero aver determinato questo esito.
    Perché la Russia è stata considerata un nemico anche dopo lo scioglimento dell’URSS? Perché gli USA l’hanno considerata nemico sostenendo la NATO pur essendo lontani dalla Russia europea? Perché l’Ue ha seguito la politica americana anziché una propria politica idonea ai rapporti con i vicini di casa? Perché emergono così lentamente e sommessamente le voci che tendono a considerare queste componenti del problema?
    Ora qualcosa si muove: l’idea dell’esercito europeo, la politica europea che non ha gli stessi interessi di quella americana, il danno causato in termini di vittime e profughi sostenendo la guerra con le forniture di armi all’Ucraina. la crisi è già in atto, fermare la guerra innanzitutto: non mi pare utopia un’Europa che tenda la mano a tutti coloro che desiderano la pace e la democrazia, anche la Russia, ovviamente…” l’autodeterminazione dei popoli “ e il governo italiano non potrebbe essere più preciso e deciso?

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