Che succede nel Sahara Occidentale?

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Le agenzie di stampa riportano la notizia di un conflitto tra il Marocco e il Fronte Polisario. Scontri a fuoco, in una area chiamata Ghergarat. I lanci di agenzia lo presentano come un fatto d’attualità uscito dal nulla. Invece è una storia vecchia di 50 anni.

Il conflitto tra la monarchia marocchina (sostenuta dai paesi occidentali) e il Fronte Polisario (sostenuto dall’Algeria, da Cuba e dai movimenti indipendentisti africani) per il controllo dei territori del Sahara Occidentale è un’eredità della decolonizzazione dell’Africa e della guerra fredda. All’inizio degli anni ’70 la maggior parte dei paesi africani, ad eccezione di quelli colonizzati da Spagna e Portogallo, aveva ottenuto l’indipendenza politica. Un gruppo di studenti di università marocchine e spagnole, provenienti dai territori del Sahara Occidentale (allora Sahara Spagnolo), organizzarono un movimento politico e poi rientrarono in patria per fondare, nel 1973, il Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, abbreviato in Polisario. Cominciò così la lotta per l’indipendenza di quel territorio. Nel 1976, il territorio fu invaso a Sud dalla Mauritania e a Nord dal Marocco. Le autorità coloniali spagnole, prima di ritirarsi, siglarono un accordo con questi due paesi, dividendo il territorio in due parti e tagliando fuori il Polisario. Nel 1979, in Mauritania ci fu un colpo di Stato e il nuovo esecutivo rinunciò alle sue pretese sull’area. Lo scontro rimase quindi solo tra il movimento di liberazione e il Marocco che, a metà degli anni ’80 costruì un muro di pietre e sabbia lungo 2700 chilometri per dividere la parte Est del paese, controllata dai ribelli, dalla parte Ovest, sotto il suo controllo. Ciò determinò uno stallo nella guerra fino a che, il 6 settembre 1991, si arrivò, sotto l’egida dell’ONU, a un accordo di cessate il fuoco, garantito da una forza internazionale, in attesa di un referendum in cui il popolo del Sahara Occidentale avrebbe dovuto decidere se essere parte del Regno del Marocco o Repubblica indipendente. Ma da allora tutto è rimasto bloccato. Intanto a sostenere il Fronte Polisario resta, in prima fila, l’Algeria, anche per la sua rivalità storica con il Marocco, che lo supporta economicamente e militarmente e ospitando le popolazioni fuggite dalle zone di guerra all’inizio del conflitto. Nei campi profughi in Algeria ha anche sede il governo in esilio della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD).

Per capire quello che è successo negli ultimi giorni bisogna capire di che si tratta e dove si svolge.

Ghergarat (spesso scritto: Guergarat) è una piccola località di frontiera, che si trova sul confine tra i territori sotto controllo del Fronte Polisario e la Mauritania. Dopo il cessate il fuoco del 1991, i territori controllati dal Marocco sono rimasti senza collegamenti terrestri con la Mauritania e con altri paesi subsahariani. Per riattivare le rotte commerciali, il Marocco ha tenuto aperto un corridoio di circa 11 chilometri e ha stabilito un posto di frontiera, facendo del paesino di Guergarat una specie di enclave marocchina in territorio controllato dal Polisario. Nonostante questa anomalia, non contemplata negli accordi di pace, la situazione è rimasta stabile in tutti gli anni in cui si sperava in una risoluzione pacifica della controversia. Anche perché quell’apertura era una boccata d’ossigeno per tutti. Poi, negli ultimi anni, l’ONU e la comunità internazionale si sono dimenticati della questione Sahrawi. I profughi scappati dai territori occupati verso il Sud dell’Algeria sono rimasti a marcire per 40 anni in campi profughi mentre quelli rimasti sotto il controllo del Marocco vivono in una situazione ultra-militarizzata, dove vengono repressi violentemente a ogni segno di dissenso verso la monarchia.

In questa situazione, verso la fine dell’estate, dei manifestanti civili, sostenuti dal Fronte Polisario, hanno organizzato, davanti al valico di Ghergarat, delle proteste che, a partire dal 20 ottobre, si sono trasformate in un blocco permanente con centinaia di TIR fermi da una parte e l’altra del confine. In seguito si è scatenata una guerra diplomatica a livello dell’Onu, dell’Unione Africana e della Lega araba: il Marocco accusa il Polisario (e l’Algeria) di terrorismo, il Polisario accusa il Marocco di avere violato, con l’apertura del passaggio abusivo, gli accordi di cessate il fuoco. Nella notte del 12 novembre, l’esercito marocchino ha aperto varie brecce nel muro di separazione e ha effettuato operazioni militari in territorio Polisario, riaprendo con la forza la strada e il valico per la Mauritania. A queste operazioni il Fronte Polisario ha reagito con operazioni condotte con armi pesanti. Per ora, peraltro, non si hanno notizie affidabili sul numero di feriti e di eventuali morti.

I fattori che hanno portato agli scontri di questi giorni sono molti. Da alcuni mesi si era notata un’intensa attività della diplomazia marocchina che, approfittando della debolezza del Governo algerino (messo a dura prova dalle proteste popolari per la democrazia), ha cercato di far crescere il consenso internazionale intorno al suo progetto di annessione. In risposta all’attivismo della diplomazia marocchina, il Fronte Polisario ha attivato proteste di civili nei territori occupati. Una di questa è, appunto, il blocco del valico di Ghergarat. Il fatto è che, dopo 39 atti dagli accordi di cessate il fuoco, la situazione, sia per i Sahrawi profughi in territorio algerino che per quelli costretti a vivere sotto occupazione marocchina, è diventata insopportabile. Così, anche per evitare il pericolo di rivolte interne, il Polisario è costretto a dare segni di attività.

Questa riaccensione di un conflitto che sembrava da tempo assopito, arriva in un momento di profonda crisi per tutta la regione del Nord Africa. Il caos in Libia e in Mali crea tensioni che a ogni momento possono portare la zona, in modo particolare la Tunisia e l’Algeria, a entrare a pieno piede nel conflitto armato.

L’Algeria vive difficoltà economiche dovute al crollo dei prezzi del petrolio e del gas e attraversa un lungo periodo di turbolenza politica. Le dimissioni del vecchio presidente Bouteflika e l’elezione del nuovo presidente, Abdelmadjid Tebboune, dovevano calmare la piazza algerina. Invece il popolo non è soddisfatto e chiede un cambiamento radicale del sistema politico e continua a protestare. Solo grazie alla crisi del Covid-19, il governo ha avuto una tregua. Ma la protesta continua sui mezzi di comunicazione e la popolazione è decisa a tornare in piazza appena la situazione sanitaria lo permetterà. La caduta del clan di Bouteflika ha creato degli sconvolgimenti importanti e tutti i dignitari del sistema anteriore al 2019 sono in carcere per corruzione. Il presidente Tebboune è malato e ricoverato in Germania. Voci di corridoio parlano di Covid-19. Altre lasciano capire che potrebbe essere un avvelenamento. L’unica istituzione stabile nel paese è l’Esercito Nazionale Popolare (ANP) e il coinvolgimento del paese in uno scontro RMTO porterebbe rafforzarne il ruolo annullando lo sforzo della protesta popolare che da anni chiede un governo di civili.

Parallelamente anche la monarchia marocchina sta passando momenti difficili. Re Mohammed VI è pure lui malato, probabilmente in modo grave ed è da tempo assente dalla gestione del paese. Sua moglie, Salma, è scomparsa dalla scena pubblica dopo aver chiesto il divorzio. Il figlio, Hassan III, è ancora troppo giovane per regnare in caso di morte dell’attuale monarca, e ci sono tensioni interne al palazzo. Mentre la famiglia reale litiga per il potere, la società è in gravi difficoltà economiche, il carovita strangola le famiglie e un’orda di affaristi affamati sta saccheggiando il paese. La crisi del Covid ha messo in luce la grave situazione della sanità pubblica, e le restrizioni alla circolazione mettono in difficoltà ampie fette della società, soprattutto quelle più fragili. Niente di meglio di una crisi con la già odiata popolazione Sahrawi e con l’Algeria, il nemico di sempre, per far dimenticare i guai interni. A seguito del cambiamento della Costituzione niente impedisce all’esercito algerino di entrare nelle terre sotto controllo della RASD per «difendere i limiti designati negli accordi di cessate il fuoco del 1991». Ma un ingresso dell’esercito algerino in territorio sahrawi darebbe alla monarchia marocchina ragione sul fatto che il nemico algerino è la causa di tutta l’infelicità del popolo. Tamburi di guerra vogliono dire limitazione delle libertà, chiusura della poca libertà di espressione presente nei due paesi, più soldi e mezzi per l’esercito, le forze dell’ordine… Una manna in tempi di vacche magre.

Ma la piccola escalation degli ultimi giorni potrebbe anche essere un’opportunità. Il conflitto del Sahara Occidentale, infatti, avvelena la vita di tutto il Nord Africa e di buona parte del continente. Le rotte tradizionali di scambio sono interrotte da decenni. Il confine tra Algeria e Marocco è chiuso da quasi 60 anni. La circolazione tra Marocco e Mauritania è molto difficile. In epoca coloniale, era possibile viaggiare in treno da Marrakech fino al Mar Rosso. Oggi è impensabile. Le relazioni diplomatiche tra i paesi africani, già non facili, sono complicate da questo scontro. Spesso gli Stati sono costretti a scegliere una posizione per o contro, in una questione che non tutti riescono a capire. Ciò disturba profondamente, ad esempio, i lavori dell’Unione Africana e della Lega Araba e impedisce qualsiasi piano di sviluppo integrato tra i paesi del Maghreb e tra questi e i loro vicini del Sahel. Anche gli incontri delle società civili africane, come i Forum Sociali di Dakar e Tunisi, sono disturbati dagli interventi dei Servizi segreti del Fronte Polisario e del Marocco per creare zizzania e impedire un dibattito sereno sulla questione. 

Nonostante i pericoli di escalation, quel che sta accadendo potrebbe essere un passo verso un ulteriore sviluppo e l’uscita da una condizione di muro contro muro che dura da più di mezzo secolo e che ha logorato tutti.

Una versione più ampia dell’articolo è pubblicata sul sito http://www.labottegadelbarbieri.org

Karim Metref

Karim Metref è nato in Algeria nel 1967. Dopo studi in scienze dell’educazione è diventato insegnante di educazione artistica e poi formatore in pedagogie alternative. Vive a Torino e collabora da 12 anni con radio e testate cartacee e digitali, principalmente sui temi legati al Nord Africa e il Medio Oriente. Ha scritto, da ultimo, il libro “Algeria tra autunni e primavere. Capire quello che succede oggi con le storie di 10 eventi e 10 personaggi” (Multimage, giugno 2019, www.multimage.org/ordinare/)

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