Un Green New Deal per l’Europa

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Il Rapporto EuroMemorandum 2020 realizzato dall’EuroMemo Group ha per titolo “Un Green New Deal per l’Europa. Sfide e opportunità”. Di esso Sbilanciamoci! pubblica una sintesi ragionata corredata dalla dichiarazione dell’EuroMemo Group del 2 aprile 2020 “La crisi Covid-19. Un punto di svolta per il progetto europeo”.

È sempre più evidente che la crisi climatica e i vincoli allo sfruttamento delle risorse del pianeta impongono di fornire risposte politiche efficaci. Se progettato correttamente, un Green New Deal, ossia un piano che affianchi ingenti investimenti per la conversione ecologica a un’agenda rivolta all’inclusione sociale, rappresenterebbe un progetto politico fondamentale per una crescita di lungo periodo sostenibile e per la trasformazione socio-ecologica dell’economia e della società. Siamo infatti consapevoli che un modello economico realmente ispirato alla sostenibilità debba mettere in discussione la logica espansionistica intrinseca al capitalismo.

Durante gli ultimi 10.000 anni, la temperatura si è modificata all’interno di un intervallo di +/- 1°C1. Ora siamo a 1.1°C. Nel caso in cui l’attuale tendenza di crescita delle emissioni di CO2 dell’1,5% p.a. dovesse progredire, il rapporto sul riscaldamento globale elaborato dall’IPCC stima un aumento della temperatura globale di 3° o più entro il 2100. Questo provocherebbe conseguenze devastanti sul pianeta. Non è un caso che l’accordo di Parigi abbia definito l’obiettivo climatico «ben al di sotto dei 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali» e abbia ribadito la necessità di «sforzi rivolti a limitare l’aumento della temperatura anche oltre i 1,5 gradi Celsius».

Inoltre, il cambiamento climatico interesserà in misura maggiore e sproporzionata i Paesi del Sud, cioè proprio quelle regioni del globo che non hanno alcuna responsabilità storica riguardo al surriscaldamento globale. Mentre il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni di CO2 legate ai livelli di consumo, il 50% più povero è responsabile solo del 10% di esse. Si deve inoltre tener conto della limitata capacità di resilienza nella gestione del cambiamento climatico in queste aree, data la mancanza di strumenti tecnologici e finanziari. Allo stesso tempo, la volontà dei popoli del Sud del mondo di aumentare il proprio livello di benessere economico è certamente legittima, seppure sia ben documentato come la generalizzazione dei livelli di consumo dei Paesi ad alto reddito in altri Paesi provocherebbe il superamento dei limiti ecologici del pianeta.

L’accordo di Parigi cerca di esprimere queste diverse posizioni tramite il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate» (art. 2.2). In termini concreti, l’accordo impegna le parti a fornire finanziamenti per il clima quantificati in 100 miliardi di euro entro il 2020 come forma di compensazione, gestiti dal “Green Climate Found” (GCF). La conferenza dei donatori del GCF, ha stanziato una cifra ben più esigua del valore di 10 miliardi di dollari per il fondo del 2019 (di cui circa due terzi provenienti dal Paesi UE), ossia solo il 2,5% dei 400 miliardi di euro che i Paesi si sono impegnati a raccogliere per il periodo 2020-2023. Appare evidente, dunque, come gli sforzi internazionali siano ancora del tutto insufficienti.

Guardando alla prospettiva più propriamente europea, lo European Green Deal proposto dalla Commissione Europea presieduta da Von der Leyen non è in grado di rispondere efficacemente alle sfide attuali. Gli importi dei finanziamenti sono limitati, condizionati ad accordi con i singoli Stati membri e orientati eccessivamente ai contributi verso il settore privato. Le politiche per garantire una transizione equa, che non lasci nessuno indietro, rimangono vaghe. La dimensione internazionale rimane ancorata al paradigma della competitività e l’interesse dell’UE a garantirsi il libero accesso alle materie prime impedisce proposte concrete per promuovere la cooperazione internazionale. In definitiva, un processo più a lungo termine di trasformazione ecologica necessita il superamento delle dinamiche espansionistiche del capitalismo.

In base all’accordo di Parigi, l’UE si è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Alla fine del 2018 i livelli di emissioni erano inferiori del 23,2% rispetto al livello del 1990, tuttavia dal 2015 le riduzioni annuali registrate sono risultate quasi stagnanti. Secondo una recente relazione dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, le attuali politiche degli Stati membri porterebbero a una riduzione del 30% entro il 2030. Inoltre, pur implementando tutte le politiche pianificate il totale della riduzione arriverebbe al 36%. Questi numeri sottolineano chiaramente la necessità di un’azione più incisiva.

L’obiettivo proclamato della nuova Commissione Europea (CE) è quello di rendere l’UE priva di carbonio entro il 2050 e di incrementare l’obiettivo di riduzione dei gas serra al 55% per il 2030. Sono, quindi, obiettivi da accogliere in linea di principio in senso favorevole. A tal fine, la nuova CE ha proposto un piano.

Le politiche fondamentali proposte dall’European Green Deal (EGD) sono le seguenti:

  1. Un mix di politiche per garantire un’efficace determinazione dei prezzi del carbonio in tutta l’economia dell’UE: l’estensione del sistema europeo di scambio di quote di emissione ad altri settori (ETS), come il settore marittimo e del trasporto aereo. La copertura del meccanismo sarà estesa anche al traffico stradale e alle emissioni provenienti dagli edifici. Inoltre, sarà istituito il “Carbon Border Adjustment Mechanism”, un meccanismo di compensazione rivolto alla riduzione delle perdite economiche e ad impedire comportamenti scorretti all’interno dell’Unione.
  2. Una strategia industriale all’interno dell’UE incentrata sull’economia circolare al fine di ridurre lo spreco di risorse e aumentare il riutilizzo e il riciclaggio di materiali, attualmente quantificato soltanto intorno al 12%. La gestione efficiente delle attuali risorse e dei nuovi prodotti dovrebbe essere promossa da una politica incentrata sui “prodotti sostenibili”, tramite incentivi finanziari e idonea regolamentazione.
  3. È prevista, per il 2020, una strategia per la mobilità sostenibile e intelligente, al fine di ottenere la riduzione fino al 90% delle emissioni dei trasporti entro il 2050.
  4. Una strategia “farm-to-fork” sarà presentata nella primavera 2020 per aumentare la sostenibilità della produzione alimentare e diminuire l’uso di pesticidi chimici e fertilizzanti. All’interno di questo schema è prevista una “Strategia per la Biodiversità” che dovrebbe aumentare la protezione di quest’ultima, insieme a una “Strategia Europea Forestale” per incrementare l’imboschimento e promuovere la tutela forestale.
  5. Nel 2021 sarà adottato il piano d’azione “Inquinamento Zero” per l’aria, l’acqua e il suolo con l’obiettivo di garantire un ambiente privo di sostanze tossiche. A tal fine, una strategia chimica per la sostenibilità deve senz’altro «combinare una migliore protezione della salute e dell’ambiente e aumentare la competitività globale […] semplificando e rafforzando il quadro giuridico». Un approccio, quest’ultimo, che sembrerebbe abbastanza contraddittorio.
  6. Le esigenze di finanziamento dell’EGD, stimate dalla Commissione in 260 miliardi di euro annui, pari all’1,5% del PIL dell’UE fino al 2030, saranno assecondate tramite un mix di interventi. Tra questi, risulta l’implementazione del Piano d’Investimento per l’Europa Sostenibile (SEID), per un valore di 1 trilione di dollari, che includerà il “Just Transition Mechanism” per 140 miliardi di dollari, diretto alle regioni e ai settori più colpiti dalla transizione, in particolare alle regioni minerarie. Per finanziare questi programmi, il 25% dei fondi di bilancio dell’UE saranno dedicati al clima e ai relativi strumenti finanziari, per un totale di circa 500 miliardi di euro. Quest’ultimo dovrebbe stimolare gli investimenti degli Stati membri per un importo di 114 miliardi di euro. Affianco a questi, saranno mobilitati fondi pubblici e privati provenienti dagli Stati membri per un importo di 300 miliardi di euro, tramite garanzie di investimento fornite dal Fondo “InvestEU”, insieme ai prestiti garantiti dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Quest’ultima assumerà il ruolo di banca per il clima dell’UE, raddoppiando i prestiti concessi legati a questioni climatiche. In ogni caso, tuttavia, la programmazione finanziaria appena illustrata deve ancora essere concordata con gli Stati membri dell’UE. Ad oggi, solo 7,5 miliardi di euro dell’importo totale stanziato dalle risorse di bilancio dell’UE rappresentano nuovi fondi. Le cifre restanti, derivano dal trasferimento di precedenti voci di bilancio e da fondi privati di investimento sfruttati tramite garanzie pubbliche. Per il momento, quindi, il sostegno finanziario alla base del piano rimane ampiamente fittizio. In queste circostanze, sia l’impegno a mobilitare tutte le garanzie necessarie per la transizione ecologica, sia le promesse riguardo al “nessuno verrà lasciato indietro”, appaiono altamente incerti.

Nonostante una serie di proposte di fatto realizzabili, il pacchetto di politiche non sembra all’altezza delle sfide imposte dal cambiamento climatico e dalla profonda crisi sociale in corso. La portata del SEID, ad esempio, risulterà probabilmente limitata e l’obiettivo di stimolo degli investimenti del settore privato potrebbe non risultare soltanto eccessivamente ottimistico, ma anche fuorviante. Al posto del modello prevalente di finanza mista attualmente utilizzato, che vede i governi nazionali assumere i rischi, consentendo agli investitori privati di concentrarsi sui profitti, crediamo che il settore pubblico stesso debba fornire i fondi necessari per gli investimenti socio-ecologici. Il programma proposto da DiEM 25, ad esempio, per un valore totale di 5 trilioni di euro finanziati da obbligazioni verdi emesse dalla BEI e garantita dalla Banca Centrale Europea (BCE), risulta decisamente più credibile.

A questo proposito, il successo della proposta della Presidente della BCE, Christine Lagarde, di includere il cambiamento climatico tra gli obiettivi della BCE, sarà cruciale per la fattibilità di un’efficace politica climatica all’interno dell’UE. Ugualmente prioritaria risulta la necessità di un processo di assegnazione dei fondi che sia trasparente e partecipativo. A tal proposito, infatti, la lezione chiave del New Deal del 1930, negli Stati Uniti, è stata proprio la dimostrazione del ruolo di una forte leadership politica e del coinvolgimento della base sociale come elementi determinanti per superare la resistenza degli interessi acquisiti e di altri eventuali ostacoli che possono verosimilmente presentarsi lungo il cammino.

Sebbene le politiche dello EGD discusse fino ad ora possono essere qualificate come ben direzionate ma probabilmente insufficienti, altre proposte avanzate dalla CE di Von der Leyen risultano, invece, sbagliate e devono necessariamente essere respinte. Così come è da respingere con forza la politica commerciale in vigore dal 2006 e l’impegno a favore di politiche di sicurezza comuni, l’inasprimento dei controlli alle frontiere esterne sotto lo slogan del «proteggere il nostro cammino europeo della vita», che l’attuale Presidente intende supportare e perseguire. Queste proposte, infatti, smentiscono l’impegno a promuovere il multilateralismo. Contando poche eccezioni, nel programma Von der Leyen mancano iniziative concrete per promuovere la cooperazione internazionale e la solidarietà. Inoltre, l’annunciato aumento del 30% del bilancio dell’UE per le azioni estere dovrà essere attentamente monitorato dalla società civile progressista europea.

Data la sua urgenza, l’EuroMemorandum di quest’anno si concentra sulla proposta di un Green New Deal degnamente finanziato, come strumento appropriato per affrontare il cambiamento climatico a breve e medio termine. Siamo pienamente consapevoli, tuttavia, del fatto che anche un Green New Deal non sarà sufficiente a superare la logica espansionista intrinseca al modo di produzione capitalista. A tal fine, la necessaria profonda trasformazione socio-ecologica deve portare all’emergere di modi di produzione e stili di vita realmente sostenibili nel loro complesso, incentrati sull’equità e profondamente democratici. Il Gruppo EuroMemo si impegnerà a contribuire a questa sfida intellettuale ed esistenziale negli anni a venire.

Link per scaricare l’e-book gratuito:
https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2020/09/22_Euromemorandum_2020.pdf

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