L’ondata di caldo in tutto il mondo, e in particolare in Europa, pone definitivamente una pietra tombale sulle tante chiacchiere negazioniste. Anche tra i negazionisti del clima c’è chi, sia pure contro la propria volontà, è costretto a riconoscere questa realtà rassegnandosi, come fa il nostro Presidente del Senato, ad affermare con cinismo che al caldo bisogna abituarsi (magari non lui che possiede case ben dotate di condizionamento, si muove in auto anch’esse condizionate, si siede nel Parlamento anch’esso condizionato).
Oggi, finalmente per molti versi, e purtroppo per altri, gli effetti del cambiamento climatico (in primis il caldo) sono riconosciuti da una gran parte della popolazione che però non sa come affrontare il problema, generando emozioni da un apocalittismo diffuso quanto impotente. Perché gli appelli a risolvere individualmente la crisi ambientale non sono sufficienti: non è sufficiente fare un po’ di raccolta differenziata, farsi una doccia con l’acqua tiepida anziché calda, limitando, in genere, i consumi energetici (anche se questi comportamenti individuali non sono irrilevanti). La causa principale del caldo è l’effetto Serra dovuto alla CO₂ in alta atmosfera, generato dall’uso massiccio dei combustibili fossili (e non solo). Ma sull’uso di questa risorsa è fondata gran parte dell’economia globale e della nostra “civiltà”. E infatti il problema dello Stretto di Hormuz dimostra come l’interruzione al traffico delle petroliere sta diventando causa della più grande crisi economica globale mai vista prima.
Dunque che fare? Si possono pensare azioni dal basso per costringere i governi a prendere i necessari rimedi, considerato che questi, sotto le pressioni delle potenti compagnie petrolifere come: ExxonMobil, Shell, TotalEnergies, Chevron e l’italiana ENI, non accetteranno mai di porre fine all’estrazione di fossili? Possiamo aspettare, sederci e asciugandoci la fronte attendere con pazienza l’Apocalisse; poi quando arriverà vedremo cosa fare (ovvero lo vedranno i pochi e ricchi superstiti abitanti che ad essa sopravviveranno). Oppure potremmo fare, da subito, pressione sugli organi di stampa, sui governi, le amministrazioni locali e su tutti i tipi di media affinché il problema sia costantemente posto all’ordine del giorno. Per inciso i pochi secondi dedicati alle previsioni del tempo, poco prima dei telegiornali della sera, assicurano “bel tempo soleggiato” anche con temperature che sfiorano i 40°C, salutando con allegria il fatto che il caldo possa durare a lungo a beneficio di ricchi turisti. In città si possono costringere i candidati Sindaci a mettere nei loro programmi elettorali in primo piano opere di mitigazione: no alla asfaltizzazione, piantumazione di alberi, limitazione del traffico individuale, potenziamento dei servizi pubblici e soprattutto un limite preciso al consumo di suolo e alle nuove opere riconvertendo ecologicamente quanto già esiste. Serve, ovvero, una nuova disciplina urbanistica incentrata sulla mitigazione e l’adattamento, rispetto a quella tradizionale incentrata sullo sviluppo e la cementificazione. Bisogna fare pressione perché le campagne elettorali siano indirizzate alla riconversione ecologica, favorendo le alleanze politiche che si schierano subito in favore di essa. In proposito docenti dell’Università Sapienza di Roma, in vista delle prossime elezioni rettorali, hanno redatto una lettera (aperta alla sottoscrizione di tutta la comunità accademica) in cui sollecita i/le candidati/e alla carica di Rettore/Rettrice affinché assumano impegni limpidi e vincolanti a favore della pace. Ma anche questa pressione dal basso da sola non basterebbe: occorre per evitare la catastrofe che sin da subito i governi e le amministrazioni pubbliche approntino misure dirette alla mitigazione (soprattutto) e poi all’adattamento destinando i fondi necessari da sottrarre alle spese del riarmo (inutili) e degli sprechi in opere non necessarie e anzi nefaste (il Ponte sullo Stretto, l’Alta velocità, altri viadotti, nuove piste aereoportuali, porti destinati all’approdo di gigantesche navi crocieristiche e quant’altro di sensazionale quanto effimero).
Il caldo inoltre incrementa i consumi energetici e sempre più spesso le nostre città sono vittime di giganteschi black out che provocano danni rilevanti. Serve subito una riconversione che metta al centro le rinnovabili dappertutto, ove possibile: sui tetti dei capannoni industriali, sui lastricati dei terrazzi, nei parcheggi, nelle scuole ed edifici pubblici. Così come servono subito impianti di pale eoliche da sistemare, però, in territori poco adatti ad altri usi e non vincolati dal paesaggio.
Anche l’over turismo, con i suoi movimenti di navi, aerei, treni, persone ha un suo peso nella crisi, aumentando il carico di energia, il costo di ulteriori inutili infrastrutture, i consumi di merci e di suolo urbano, incrementando l’ulteriore sviluppo di alberghi di lusso, piattaforme per l’affitto breve di case. Anche in questo caso, come è accaduto a Firenze, le comunità di base posso esercitare la loro pressione per costringere l’amministrazione a prendere i provvedimenti necessari, per esempio limitare gli affitti brevi.
E poi occorre fare ancora di più per battere l’inutile e dannosa campagna a favore del nucleare e non per motivi ideologici ma perché soluzione inefficace e comunque tardiva a risolvere il problema (tempi lunghi per la sua realizzazione, rischi potenziali soprattutto in territori (come l’Italia) ad alta intensità demografica, costi enormi, difficoltà di realizzazione, mancanza di siti per depositi delle scorie, ecc., come ha ben, più volte, ribadito, anche il Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Bisognerebbe cercare di unificare la battaglia per la pace con la riconversione ecologica, avviare una nuova campagna politica con queste parole prioritarie.
Forse l’avvicinarsi dell’Apocalisse può essere di qualche utilità se ad essa attribuiamo il significato di rivelazione, svelamento. Quando non sarà più possibile per nessuno negare gli effetti del cambiamento climatico, quando i segni premonitori della catastrofe saranno ancora più evidenti, allora si porrà la decisione se far collassare l’intero organismo (le specie viventi sul pianeta), oppure invertire la rotta, capovolgere la stessa nozione di progresso. Ma nel frattempo non possiamo assistere impotenti a questo immaginario della fine; esso deve diventare l’immaginario della possibile sopravvivenza,
