Lettera da Gerusalemme: lacrimogeni a digiuno

image_pdfimage_print

L’articolo riporta la testimonianza di un giovane palestinese, cittadino israeliano, che durante il digiuno e la preghiera nelle moschee di Gerusalemme, in una delle ultime giornate di Ramadan, è dovuto scappare per mettersi in salvo tra il fumo dei lacrimogeni e i proiettili di gomma. La sua testimonianza viene condivisa con uno pseudonimo (Bassel, che in arabo significa “coraggioso”) per evitare di esporlo a misure di polizia per aver manifestato il proprio diritto di culto ed esercitato la libera manifestazione del pensiero.

Ciao a tutti, chiedo scusa per il fatto che non mi presento, ma cosi è più sicuro.

Ho 26 anni, vengo da un piccolo paese palestinese al nord Israele. Sono uno studente di medicina in Italia, e attualmente mi trovo a casa mia per via dei precedenti lockdown e dello studio in modalità telematica. Ho avuto diverse occasioni di seguire vari eventi in varie parti del mondo attraverso i mezzi di comunicazione tradizionali italiani, tra cui anche quello che sta succedendo ora a casa mia. E questa mia testimonianza nasce dalla voglia di contribuire a far raggiungere in Italia una narrativa diversa da quella che si sta raccontando nelle varie istituzioni di mass media italiane.

Il giorno 10 maggio coincideva con il 28 del Ramadan. E durante gli ultimi giorni i musulmani si impegnano a partecipare ai vari rituali religiosi che si organizzano nelle varie moschee (in particolare la moschea di Gerusalemme) in preparazione della festa del “fine digiuno” in arrivo dopo due giorni. Il destino ha voluto che quello stesso giorno coincidesse con il giorno di ricordo “della unione di Gerusalemme”, durante il quale tanti gruppi israeliani di “destra religiosa” festeggiano la “liberazione” dell’est Gerusalemme dopo la guerra del 1967 in cui lo Stato di Israele si è allargato occupando le alture del Golan della Siria, il deserto del Sinai dell’Egitto e l’est Gerusalemme che all’epoca apparteneva al regime reale della Giordania. Non sono io a chiamarli territori occupati, ma le tante decisioni del Consiglio delle Nazioni Unite, che finora non sono riuscite a cambiare questa realtà imposta sul territorio dai Governi israeliani che si sono susseguiti.

Quel giorno le forze dell’ordine e i servizi segreti statali hanno deciso che i festeggiamenti dovevano essere fatti dentro la moschea. E c’è stato il consenso politico per quanto riguarda l’uso della violenza in caso di resistenza da parte di chi stava dentro. Non c’è una strada a Gerusalemme che non sia sorvegliata dai sistemi di sorveglianza israeliani, e non esiste un posto in città al di fuori del controllo delle armatissime forze dell’ordine, ma comunque bisognava festeggiare dentro la moschea per esprimere la sovranità del “paese ebreo democratico”, come lo definisce la sua Costituzione. A questo punto devo fare una premessa: togliere la piazza della moschea Al Aqsa ai cittadini di Gerusalemme è come togliere piazza Campo De Fiori ai romani, o piazza IV Novembre ai perugini. Non è solo un posto per pregare. Anzi, lo è per una piccolissima frazione della giornata. E la moschea in sé rappresenta meno del 10% dell’area totale della moschea che si estende per circa 144.000 metri quadrati. È un posto in cui gli amici si incontrano, le famiglie portano il cibo da casa per “mangiare fuori”, e i bambini vanno a comprare i giocattoli dai negozi del mercato attorno alla moschea.

Le forze armate sono entrate dai vari portoni della moschea verso le 7.00 con un solo obiettivo: svuotare la moschea. Hanno iniziato a lanciare vari tipi di lacrimogeni e bombe. La maggior parte delle famiglie è uscita subito per proteggere bambini e anziani. Noi più giovani abbiamo deciso di rimanere, per principio, e perché piuttosto che vivere una vita senza i banali motivi di piacere e senza avere la possibilità di decidere quando e perché trovarsi pacificamente in un posto così tanto amato, a volte si preferisce rischiare la propria salute e la propria vita. I lacrimogeni inutili contro le nostre cipolle sono stati velocemente sostituiti dai cosiddetti “proiettili di gomma”: degli oggetti della dimensione di una tazza di caffè, con una capacità esplosiva molto superiore a quella dei proiettili normali, che, quindi, fanno davvero molto più male di un proiettile normale visto che non hanno la capacità di penetrare nel corpo. Hanno mirato chiaramente e senza esitazione sugli occhi di ogni ragazzo che lanciava le pietre in risposta alle armi più evolute del mondo, e contro “i soldati più protetti del mondo” come affermano le tv israeliane. Almeno 10 ragazzi hanno perso un occhio per sempre quel giorno.

A questo punto abbiamo iniziato ad aver paura, e abbiamo deciso di uscire per procurare soccorso e medicazione ai ragazzi feriti. Mentre correvamo verso l’unico portone aperto della moschea, portando a gruppetti i corpi sanguinanti di chi non ce la faceva più a vedere o a camminare, la pioggia casuale e spericolata di proiettili di gomma è continuata. E di nuovo si miravano le teste, e i vari singoli che soccorrevano sono diventati anche loro feriti da soccorrere. Sono stato tra i più fortunati perché ho ricevuto un solo proiettile nella gamba, e sono riuscito a schivarne un altro che doveva colpire la mia testa, e purtroppo ha frantumato il gomito di un ragazzo che correva davanti a me.

Siamo usciti tutti. Completamente. Dentro la moschea sono rimasti solamente i soldati. Quello stesso giorno, i vari gruppi armati della striscia di Gaza hanno pubblicato una minaccia: se l’esercito israeliano non ferma questa soppressione dei palestinesi a Gerusalemme entro le 18.00, saranno lanciati dei missili su Gerusalemme stessa. Ovviamente le autorità israeliane non hanno preso sul serio queste minacce. I proiettili continuavano a volare. A Gerusalemme non si poteva aprire gli occhi perché c’era una grande nuvola di lacrimogeni che copriva tutta la città vecchia. Nel frattempo i gruppi di destra religiosa continuavano ad affollarsi davanti ai vari portoni della moschea in preparazione del grande festeggiamento.

Alle ore 18.00 sono arrivati i missili da Gaza, e sono partiti in risposta i raid israeliani che non si sono mai fermati per 11 giorni, e abbiamo visto quali sono stati i risultati. La stessa sera, nelle varie città arabe all’intero di Israele, siamo usciti nelle strade per esprimere la nostra rabbia per quello che stava succedendo a Gaza e Gerusalemme. Credo che anche a Firenze la gente non starebbe zitta se qualcuno avesse bombardato Torino ad esempio. È un atto spontaneo di solidarietà contro una guerra che poteva essere facilmente evitata se lo Stato avesse deciso di fare i festeggiamenti qualche metro al di fuori della moschea.

Da quella sera è cambiato tutto.

Il paese che pretendeva di investire miliardi sui programmi di integrazione e di pace tra le sue varie componenti etniche e religiose ci ha fatto vedere la sua vera faccia e la sua reale considerazione nei nostri confronti. Da quel giorno ci stiamo abituando agli spari in cielo, alle porte di case scassinate, ai ragazzi rapiti dai loro letti nel cuore della notte, e purtroppo anche ai funerali. Due ragazzi palestinesi cittadini israeliani sono stati uccisi con le armi della polizia durante le manifestazioni. Attualmente è in atto un’operazione intitolata “legge e ordine” che ha determinato come obiettivo l’arresto di 500 attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni pacifiche in teoria garantite e autorizzate dalla Costituzione del paese, essendo un paese “democratico”. Essendo arresti non motivati, vengono fatti di notte da parte di soggetti con vestiti civili normali, in macchine normali e non da polizia, ma armatissimi e con le facce coperte. Entrano nelle case e aggrediscono chi cerca di opporsi o di fare una domanda, prendono il loro “obiettivo”, gli fasciano gli occhi e lo portano in carceri locali, dove viene picchiato e minacciato per qualche giorno per poi essere liberato appena si dà il consenso all’avvocato di vederlo, come se niente fosse. Visto che le liste dei nomi non sono state mai rese pubbliche, ognuno di noi si sta vestendo ogni notte prima di andare a letto, cosi se dovesse toccare a lui, almeno viene portato fuori con vestiti decenti.

Questa testimonianza non ha l’obiettivo di implorare empatia o di giocare il ruolo della vittima. Siamo tutti coscienti della nostra lotta e sappiamo bene che non siamo il primo popolo a dover pagare la propria libertà con il sangue e con la paura. Nonostante ciò, ci fanno tanto piacere tutti gli atti di solidarietà e di fratellanza, perché ci danno forza e sostegno, e perché sappiamo quanto possano i popoli liberi influenzare i propri governi a riconsiderare le proprie relazioni e politiche estere, in modo da ridurre almeno il loro supporto indiretto all’oppressione. È invece un invito a tutti i miei amici italiani a considerare questo nostro caso un motivo per alzare la voce contro il “paternalismo giornalistico”, che per motivazioni ignote pensa con tanta arroganza di poter manipolare la verità trasmessa al popolo in base ai propri interessi politico-economici. Il mio diritto di vivere in pace non è superiore al diritto di informazione di nessuno cittadino italiano. Ho passato in Italia gli anni migliori della mia vita, e credo che questo mio contributo a chiarirvi alcune immagini oscurate sia un dovere morale, oltre che un’occasione per poter ricambiare una minima parte di tutto quello che l’Italia mi ha dato e insegnato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.