Entrümpelung / Sgombero

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La lingua tedesca ha una parola difficilmente traducibile, Entrümpelung: sgombero, riordino con scarto di ciò che si rivela inutile o superfluo, come i resti abbandonati da un trasloco. Il termine, che già nel suono ha una vibrazione di insofferenza e di fastidio, è usato da Dino Buzzati nel racconto Viaggio agli inferni del secolo (nella raccolta Il Colombre e altri racconti), dove si immagina che l’Entrümpelung sia la grande Festa della primavera in cui “le famiglie hanno il diritto, anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferri vecchi.”
Ecco: ho 78 anni, vari acciacchi, anche di memoria, qualche confusione mentale, ma tutto sommato non mi lamento. Però in questo periodo di allarme sanitario, prodigo di sgangherate informazioni e raccomandazioni e allarmi spesso contraddittori tra loro, l’unica costante ferma e salda è la rassicurazione quasi gioiosa che non bisogna poi allarmarsi troppo, tanto di Coronavirus muoiono soprattutto “gli anziani”, i vecchi dai 70 in su. Che così, grazie alla loro debolezza, si trasformano in evanescenti vantaggi per le statistiche. Salvo poi tornare in auge come disneyani babysitter dei nipotini lasciati a casa per la chiusura securitaria delle scuole. Questa confusione mentale (e giornalistica) è un sintomo della fragilità della nostra società, pronta a mescolare sentimentalismo e cinismo in uno zabaglione un po’ indigesto. Che a me però ricorda i lager nazisti dove le SS facevano cantare e ballare i prigionieri che poi la mattina dopo mandavano sotto le docce a gas: l’indifferenza morale è la stessa. Coerente con quella prevalenza del disumano che ammorba la società globale. Quanto tempo restano nei nostri occhi e nei nostri cuori le immagini delle guerre e delle violenze vicinissime a noi? Arriviamo a commuoverci davanti a certe immagini che giungono da Lesbo e dai confini tra Grecia e Turchia, per qualche istante riusciamo anche a immedesimarci, ci sembra persino di udire le grida e gli spari, ma poi prevale il senso di impotenza e da questa passiamo al sentimentalismo, alibi e preludio all’indifferenza. Un tempo, remoto, si pregava nelle chiese e nelle processioni, poi si facevano le marce della pace e/o le assemblee e si andava in piazza: ora ci lasciamo sopraffare da un’informazione vera o falsa, comunque pervasiva e poco affidabile, e ci deprimiamo nell’impotenza. E infine facciamo Entrümpelung anche dei sentimenti, succubi della convinzione che la tecnologia ci salva semplificandoci la vita e regolandola al nostro posto. Le abbiamo delegato la nostra libertà e quindi la nostra responsabilità. E la nostra politica: abbiamo perduto la capacità di rispondere di persona.

Non ho ricette che mi difendano dal potere impersonale del disumano. Penso però che si debba far di tutto per ricominciare da capo e che, come diceva Vaclav Havel, si debba “ricostruire il mondo naturale come vero terreno della politica e riabilitare l’esperienza personale degli uomini come misura prima delle cose (…) e dare significato alla comunità degli uomini.” (Václav Havel, La politica dell’uomo, Castelvecchi, p.36) Solo dopo saremo in grado di padroneggiare la tecnica, anche quella politica.
Non ci sono scorciatoie, o io comunque non sono in grado di vederle. E so che non vedrò, per le ragioni anagrafiche di cui sopra, nemmeno l’inizio, se mai ci sarà, di un nuovo corso. Il che non mi esime però dal cantare, anche stonato come sono, la stessa canzone.

 

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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