Anziani non autosufficienti: tanto rumore per nulla

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Grande enfasi è stata data, in questi giorni, al decreto legislativo approvato in prima lettura dal Governo per l’attuazione della legge-delega in materia di politiche in favore delle persone anziane. La sua approvazione è stata preceduta da roboanti annunci e da pacate retromarce imposte dalla Ragioneria dello Stato. Non voglio commentare il punto, ma esprimere il mio parere sull’efficacia di alcune sue misure e sulla loro coerenza con gli obiettivi dettati dalla legge-delega

Tra i pilastri del provvedimento c’era la riforma dell’indennità di accompagnamento (legge n. 18/1980) che sarebbe dovuta avvenire introducendo, in via sperimentale, una prestazione universale graduata a seconda dello «specifico bisogno assistenziale», «erogabile, a scelta del soggetto beneficiario e a carico dell’INPS, sotto forma di trasferimento monetario e di servizi alla persona, di valore comunque non inferiore alle indennità e alle ulteriori prestazioni di cui al secondo periodo, nell’ambito delle risorse di cui all’articolo 8» (art. 5, comma 2, lettera a, n. 1). L’idea, del tutto condivisibile, era quella di dare un nuovo volto e una nuova dimensione a questo casch economico erogato in forza della sola menomazione per i ciechi assoluti o, nel caso degli invalidi civili, nell’ipotesi in cui la persona non sia in grado di deambulare in maniera autonoma e/o sia impossibilitata a svolgere in piena autonomia gli atti quotidiani della vita indipendentemente dalla sua situazione economica; e di graduarne la misura in relazione all’intensità del carico assistenziale con un livello minimo di sostegno economico che non avrebbe comunque potuto essere inferiore a quello dato dall’indennità di accompagnamento (al momento 531,76 euro mensili).

L’obiettivo previsto dalla legge n. 33/2023 è stato però tradito dal Governo nonostante sia stata introdotta, in via sperimentale (dal 1 gennaio 2025 al 31 dicembre 2026), la cosiddetta «prestazione universale […] al fine di promuovere il progressivo potenziamento delle prestazioni assistenziali per il sostegno della domiciliarità e dell’autonoma delle persone anziane non autosufficienti» (art. 34, comma 1): per una serie di ragioni e perché questo intervento economico sarà forfettario e destinato a una ridottissima coorte di persone anziane non autosufficienti. Il suo importo mensile sarà, infatti di 850 euro mensili senza graduarla tenuto conto del livello di intensità assistenziale, pur essendoci persone anziane disabili che richiedono qualche ora di assistenza giornaliera (per l’igiene, la mobilizzazione e per la preparazione dei pasti) e altre che, oltre a questo, richiedono una stretta e continua sorveglianza e vigilanza protratte sulle 24 ore che, nella domiciliarità, esige il supporto continuo di almeno due assistenti domiciliari. Di tutto ciò non si è voluto tener conto tradendo, in fine dei conti, le precise indicazioni dettate dalla legge-delega.

La decisione del Governo è stata quella di dare una misura unica alla prestazione universale esentandola dall’imposizione fiscale e prevedendone la composizione in una quota monetaria fissa, corrispondente all’indennità di accompagnamento, e in una quota integrativa (cd. “assegno di assistenza” pari ad 850 euro mensili) «finalizzata a remunerare il costo del lavoro di cura e di assistenza […] o l’acquisto di servizi destinati al lavoro di cura e assistenza e forniti da imprese qualificate nel settore dell’assistenza sociale non domiciliare» (art. 36, comma 2, lettera a e lettera b). Nessuna gradazione, dunque, della indennità di accompagnamento né, tanto meno, dell’assegno di assistenza.

Per di più, essi saranno erogati non a tutti gli anziani non autosufficienti ma a una platea marginale di persone bisognose essendo stato previsto uno sbarramento legato all’età anagrafica della persona e uno stringente vincolo reddituale. Accederanno, infatti, al beneficio, su domanda, i soli grandi anziani over80 già titolari dell’indennità di accompagnamento in possesso di un indicatore economico (ISEE) non superiore a 6 mila euro/anno e con un accertato «stato di bisogno assistenziale gravissimo». Quest’ultimo, poi, è lasciato nella palude del nulla sul piano definitorio perché il suo contenuto dovrà essere esplicitato da una apposita commissione tecnico-scientifica «tenuto conto delle disposizioni di cui al decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 26 settembre 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 280 del 26 settembre 2016» (art. 34, comma 3), senza superare il «limite massimo di spesa di 300 milioni di euro per l’anno 2025 e di 200 milioni di euro per l’anno 2026» (art. 36, comma 6).

Gli sbarramenti esagerati, i vuoti non spiegabili e i continui rinvii a successivi provvedimenti normativi, oltre ad allontanare all’infinito le risposte ai problemi, offrono una risposta estremamente parziale un’emergenza che dovrebbe, invece, essere urgentemente affrontata. Le stime evidenziano, infatti, che i beneficiari di questa presunta riforma non supereranno le 25 mila unità, quando gli anziani non autosufficienti sono oltre due milioni e 800mila, di cui poco più della metà (un milione e 738mila) percepisce l’indennità di accompagnamento, e quando il 33,8% di questa platea di persone disabili ha un reddito pensionistico cumulativo inferiore a 1.000 euro mensili, del tutto insufficiente a coprire i costi effettivi di un regolare contratto di badantato (oltre 17 mila euro/anno).

Se poi l’obiettivo della riforma era anche quello di ridurre il nero regolarizzando il lavoro domestico che sappiamo essersi ridotto nel nostro Paese nel 2022 del 7,9% (-76.548 lavoratori), possiamo essere facili profeti di ciò che realmente accadrà. Non solo perché il nuovo intervento assistenziale, che di “universale” ha ben poco, sarà appena sufficiente a pagare il contratto di un assistente domiciliare e non le altre spese necessarie a vivere con un minimo di dignità, ma anche perché saranno moltissimi gli anziani non autosufficienti che di questo intervento non potranno avvalersi. Cosicché la spesa a carico delle famiglie,  stimata in 14,3 miliardi di euro/anno, non potrà essere contenuta e perché la maggior parte (51,8%) delle colf e dei badanti al lavoro in Italia (stimati in un milione e 86mila) continuerà a lavorare in nero.

Dunque, tanto rumore per quasi nulla…

Gli autori

Fabio Cembrani

Fabio Cembrani, medico legale, e professore a contratto Università di Verona.

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