L’età della destabilizzazione

Come è cominciata l’età della destabilizzazione? Per capire cosa accade in Medio Oriente con l’escalation diplomatica tra Stati Uniti e Iran e i raid israeliani in Siria, bisogna iniziare dalle origini.

In realtà siamo di fronte a 40 anni di tensioni e conflitti che potrebbero esplodere in una guerra più ampia. Lo dimostra la cancellazione da parte del presidente Donald Trump dell’accordo sul nucleare con l’Iran (che secondo l’Aiea gli iraniani continuano a rispettare) e l’investitura dei Benjamin Netanyahu come gendarme della regione con il riconoscimento di Gerusalemme capitale dello stato ebraico. A questo si aggiunge la crisi con la Corea del Nord e il mancato incontro con Kim Jong-un: siamo ancora all’“asse del male” di George Bush jr. Manca naturalmente l’Iraq di Saddam Hussein, disgregato dalla guerra del 2003.

L’asse Washington-Israele, con l’Arabia Saudita come partner attivo e in cerca di protezione dai suoi fallimenti nella guerra dello Yemen, è l’unica vera salda alleanza internazionale che conosciamo oggi: il resto sono intese tattiche più che strategiche. Lo stesso coordinamento tra Russia e Iran per tenere in piedi il regime di Bashar al Assad finora ha retto ma potrebbe essere incrinato nel momento in cui Vladimir Putin, sotto sanzioni per l’annessione della Crimea nel 2014, ritenesse più opportuno scendere a patti con gli Stati Uniti e con Israele con cui intrattiene frequenti rapporti.

Trump ha comunque ottimi alleati in Europa, che da una parte tenta di proteggere le intese con Teheran, ma che si divide nei fatti quando si tratta di difendere gli interessi nazionali. Piuttosto emblematico il caso della Francia che si propone con il presidente Emmanuel Macron in veste di mediatore con la Casa Bianca – la Francia dopo la Brexit è l’unica potenza nucleare dell’Unione e anche l’unica presente nel Consiglio di sicurezza Onu – ma che, al momento opportuno, schiera i suoi militari in Siria per dare una mano agli Usa e acquisire dei meriti da riscuotere sul quadrante mediorientale e su quello africano dove Parigi ha sul terreno oltre 4mila soldati e guida una coalizione con cinque Paesi.

Questa sintetica fotografia del presente ha forti radici nel passato ma bisogna conoscerlo e avere la pazienza di ricostruirlo in una versione della storia comprensiva.

Siamo entrati da tempo nell’era della destabilizzazione ma stentiamo a capire che cosa rappresenta davvero. La guerra in Siria ha messo duramente alla prova la nostra capacità di comprensione, divisi come siamo tra la condanna a un regime brutale e una realpolitik che vede in Damasco “il male minore” rispetto all’anarchia e al jihadismo. Ma davanti a questo dilemma non siamo arrivati per caso.

La percezione del terrorismo come minaccia globale contro la pace e la sicurezza internazionali si fa risalire agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti e alle dinamiche che essi hanno originato: la “guerra globale al terrorismo”, proclamata dall’amministrazione di Bush junior, e le sue ramificazioni in Afghanistan e Iraq.

In realtà le radici di questa guerra globale al terrorismo sono ambigue. Nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan a sostegno del regime filo-comunista di Kabul, venne montata la più grande operazione di destabilizzazione della storia recente. E per analizzare cosa accade oggi bisogna guardare anche al contesto storico dell’epoca perché i conti del passato li paghiamo ancora adesso. L’intervento della Russia in Siria e la “seconda guerra fredda” hanno origine in eventi i cui effetti non sono finiti qualche decennio fa.

Nel novembre del 1978 il presidente americano Jimmy Carter nominò il diplomatico George Ball capo di un task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran che riferiva al Consigliere della sicurezza nazionale, il celebre Zbigniew Brzezinski.  Ball ricalcò con abilità uno studio sul fondamentalismo islamico di uno dei massimi esperti mondiali, l’inglese Bernard Lewis, professore emerito all’Università di Princeton. Il rapporto di Lewis venne reso noto durante l’incontro del Bilderberg Group nell’aprile del 1979 in Austria ma era stato elaborato molti mesi prima della rivoluzione iraniana: esso suggeriva di appoggiare i movimenti radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Più o meno quello che è accaduto negli ultimi decenni.

Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “arco di crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco della crisi”, coniata da Lewis, ebbe un’enorme fortuna, fu ripresa da Brzezinski insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica e si diffuse sui media.

L’Iran, sfortunatamente per l’amministrazione Carter, si rivelò un problema più per gli Stati Uniti che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: gli Stati Uniti, con l’appoggio militare e logistico del Pakistan e quello finanziario dell’Arabia Saudita, armarono migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi nel Jihad, una “guerra santa” decennale, un conflitto disastroso che nell’89 costrinse i sovietici a ritirarsi.

Bernard Lewis, ispiratore del non intervento americano a favore dello Shah (scià) in occasione della rivoluzione iraniana del ’79, è stato, poco più di vent’anni dopo, l’intellettuale più influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Il presidente George Bush jr circolava con i suoi saggi e articoli sottolineati dai collaboratori nei passaggi più significativi. Se nel ’78 Lewis pensava di utilizzare gli islamici in funzione anti-sovietica, poi fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente».

Ma l’Iraq, come del resto l’intervento in Libia contro Gheddafi, si è rivelato uno dei più grandi disastri di inizio millennio: invece di combattere il terrorismo e l’instabilità, è diventato il magnete per Al Qaeda e l’Isis e ha precipitato il Paese e la regione in un caos sanguinoso

Oggi con la Siria è la stessa cosa: dopo avere partecipato alla battaglia contro il Califfato in Iraq e in Siria, l’amministrazione Usa non sa cosa fare. I recenti raid americani, francesi e britannici, giustificati dall’uso presunto di armi chimiche da parte del regime di Damasco, sono la prova di questa frustrazione. Servivano all’Occidente a salvare la faccia dopo che la Russia e l’Iran sono riusciti a tenere in piedi Bashar al Assad. E Washington, che sostiene i curdi siriani, i maggiori alleati contro il Califfato, non ha voluto scontrarsi con la Turchia di Erdogan, alleato della Nato ma arci-nemico dei curdi e alla fine ha lasciato ad Afrin che finissero massacrati dalle truppe di Ankara e dalla milizie filo-turche.

Ma torniamo all’Afghanistan del 1979. Con la direzione degli americani, l’appoggio logistico del Pakistan e finanziamenti provenienti dal mondo arabo e musulmano fu organizzata la resistenza dei mujaheddin che portò nel 1989 al ritiro dell’Armata Rossa. Una volta questi mujaheddin erano considerati gli “eroi” dell’Occidente che lottavano contro l’Impero Rosso; poi sono diventati i “barbari” che hanno portato il terrorismo anche in Europa. Il terrorismo ha, dunque, un andamento meteorologico: dipende delle stagioni della politica.

La destabilizzazione e il terrorismo nascono da molti fattori ma quelli determinanti sono i calcoli sbagliati.

Anche il terrorismo che abbiamo visto negli ultimi anni nasce da un calcolo sbagliato. Nel 2011 tutti pensavano che Assad sarebbe caduto in pochi mesi come Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. Ne erano convinti gli americani con il segretario di Stato Hillary Clinton, la Turchia di Erdogan, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati e anche la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia. Si pensò così di seguire lo stesso schema dell’Afghanistan del 1979. Gli americani dirigevano da dietro (stay behind era la dottrina Usa) mentre la Turchia si occupava dei ribelli: Erdogan aprì così “l’autostrada del Jihad” e passarono 40mila jihadisti provenienti da tutto il mondo mentre le monarchie del Golfo finanziavano i gruppi di opposizione.

Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore americano Robert Ford da Damasco andò a Hama a passeggiare in mezzo ai ribelli anti-Assad. Era il chiaro segnale che il regime di Assad doveva essere eliminato, in qualunque modo. Robert Ford ha poi riconosciuto in diverse interviste, una delle quali a Newsweek nel giugno 2017, che in Siria ci fu l’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, assieme alla Turchia, per sostenere i ribelli e che questi sono poi confluiti nei gruppi radicali dell’Isis e di Al Qaeda. Ma in Europa hanno continuato a bersi la favoletta dei gruppi ribelli moderati.

La conclusione è semplice: l’Occidente e i suoi alleati arabi e turchi hanno usato i terroristi per fare la guerra e poi i jihadisti e le loro cellule europee ci sono tornati indietro per fare gli attentati in Europa. Le forze di sicurezza europee si sono trovate a contrastare in casa un terrorismo ispirato dai jihadisti ma generato delle politiche ambigue degli stessi Stati che devono proteggere dagli attentati.

Perché abbiamo fatto questo? Perché i nostri alleati arabi sunniti sono tra i nostri maggiori investitori e clienti di armamenti e perché fa comodo a Israele, la potenza più influente a Washington, disgregare le potenze arabe ostili.

La Siria oggi è un modo per fare una guerra per procura contro l’Iran, uno Stato che ha una connotazione assai strategica perché non si è mai piegato agli Stati Uniti ed è poi è arrivato, nel 2015, a un accordo sul nucleare che adesso Washington boicotta con le sanzioni finanziarie su richiesta dei Israele e dei sauditi.

Come stanno le cose è assai chiaro: con lo spostamento dell’ambasciata Usa Gerusalemme Trump ha inviato un messaggio molto evidente su qual è l’interesse strategico primario degli Usa nella regione. Non America First ma Israel First, Saudi Arabia Second. Gli altri vengono tutti dopo, europei compresi.

Esaminando il terrorismo e la destabilizzazione negli ultimi 40 anni fino ai nostri giorni non c’è da trarre particolari conclusioni se non ricordare un proverbio dei nostri vecchi: «Chi semina grandine raccoglie tempesta».

 

Gli autori

Alberto Negri

Alberto Negri è stato inviato speciale di "Il Sole 24 Ore" per il Medio Oriente, l'Africa, l'Asia centrale e i Balcani dal 1987 al 2017. In tale qualità ha seguito i principali eventi politici e di guerra degli ultimi 30 anni, dal conflitto Iran-Iraq all'Afghanistan, dalle guerre dei Balcani a Baghdad 2003, dall'Algeria 1991 alla Siria 2011-2016, dalla Tunisia 2011 alla Turchia. Collabora attualmente a “Il manifesto”.

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