L’insostenibile “governo” del denaro

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Nell’attesa di constatare se l’imprevisto fenomeno della pandemia da Covid-19 recherà nella coscienza e nell’azione della classe politica una almeno parziale – e, si spera, diuturna – inversione dell’orientamento neoliberista dominante, sono certamente utili la lettura e la divulgazione dell’ultimo libro di Luigi Pandolfi, Metamorfosi del denaro (Manifestolibri, 2020).

A tale inversione, che si va sempre più a configurare quale necessità oggettiva, si presta e contribuisce un lavoro come questo. Lungo il corso della sua trattazione, infatti, grazie a una opportuna collezione di teorie e di dati fattuali consolidati, si instillano nella coscienza del lettore fondati dubbi riferiti all’adeguatezza della politica monetaria prevalente nonché all’architettura delle istituzioni che “governano il denaro”. L’accento è costantemente posto sulla dimensione del denaro, ma ciò non paia riduttivo: l’autore ci richiama alla realtà – difficilmente smentibile – che, da molti anni, è proprio la sfera finanziaria, con il suo reticolo capillare di interconnessioni e di influenza nel settore reale, il dominus del sistema economico. È pertanto essenziale, soprattutto per le categorie sociali che da tale assetto economico hanno meno da guadagnare – ancora una volta i lavoratori –, mettere a fuoco il luogo fisico da cui si dipana la matassa del potere. E poi, dall’ingegneria di “governo del denaro” alla politica economica in generale, il passo è breve.

Uno dei tratti salienti della teoria neoclassica-liberista è appunto l’idea che le variabili monetarie non influenzano l’economia reale (vi si presume un’offerta di moneta stabile – dipendente dalle autorità monetarie –, in cui le banche attraggono il risparmio ed erogano prestiti a imprese e consumatori). Ma ben diverso è il discorso se si assume, più realisticamente, che l’economia è “monetaria” e il sistema bancario crea moneta. Ciò ha molto a che vedere con l’alternanza dei cicli economici e, per logica conseguenza, con il governo dell’economia.

Fondati dubbi sulla politica monetaria, si diceva: ma che tuttavia, proprio per la resistenza politica e degli assetti di potere consolidati, faticano a farsi strada e a inverarsi in riforme progressive concrete.

Per arrivare alla conclusione della necessità di un “governo della moneta” diverso, Pandolfi si sofferma sulla natura del denaro e sulla sua evoluzione, rapportandola alle strutture sociali di riferimento storicamente determinatesi. Un percorso che, partendo dall’antichità, ha condotto a un ruolo della moneta che oggi consentirebbe – se adeguatamente sfruttato – l’adozione di politiche economiche genuinamente rivolte al popolo invece che alle élites.

La storia conta: l’evolversi delle strutture sociali modifica la forma e il ruolo della moneta. Appare, allora, una realtà bifronte: il denaro può costituire un’opportunità di sviluppo o, viceversa, un freno o un mezzo di oppressione. Non mancano opportuni riferimenti alle teorie di Marx, Smith, Locke, per giungere a Minsky e all’evoluzione storica dei sistemi monetari internazionali, al concetto di moneta endogena e alla fragilità dell’attuale sistema finanziario (che tanta parte riveste, in negativo, nell’andamento dei cicli economici). Ma l’occhio è costantemente rivolto alla contemporaneità, a come la politica potrebbe farsi parte attiva di un impiego più appropriato della risorsa “denaro” (pienamente istruttivo anche il capitolo incentrato sugli strumenti finanziari derivati – come i futures sulle materie prime –, sulla speculazione e sul “sistema bancario ombra”).

Metamorfosi del denaro non si limita a una mera ricostruzione delle concezioni della moneta, della storia della moneta e della ricognizione delle teorie critiche sul tema, ma elabora una guida di politica economica che, come anticipato, una classe politica degna di tal nome e genuinamente desiderosa di mettersi al servizio dell’interesse comune dovrebbe fare propria. Al contrario, i preannunciati programmi nazionali di riforme, il recente “piano Colao” e altre consimili “passerelle”, potranno ben poco al fine del miglioramento delle condizioni popolari. Essi, sono infatti costantemente condizionati dalla priorità di compiacere i mercati e gli interessi degli attori che vi lucrano. Se non verrà rimosso questo presupposto, tutte le riforme costantemente e affannosamente promesse non sortiranno altro effetto – al di là di qualche sostegno di facciata – che quello di conservare l’assetto di relazioni economiche che, per i ceti popolari, si è già dimostrato pertinacemente fallimentare.

Oggi si parla di Helicopter money, di Teoria monetaria moderna, di monete parallele eccetera. Si tratta di indizi e sintomi di una insoddisfazione generale circa il modo con il quale la politica monetaria è condotta da parte delle élites e dei loro sodali politici che siedono ai vari livelli delle decisione governative. Ma la questione nodale è la recisione del legame fra moneta e Stato, implementata quasi ovunque in nome della “neoclassica” indipendenza delle banche centrali. Occorre restituire allo Stato, e alle politiche fiscali che esso può realizzare, l’essenziale compito anticiclico e di controllo del mercato, ovviamente nel perimetro di istituzioni che consentano il coordinamento con le banche centrali. Sovraordinata al sistema economico reale c’è, invece, una macchina finanziaria pervasiva, intricata, iperconnessa e per questo infernale, che può implodere in qualsiasi momento e che è tenuta in vita dalla disponibilità delle banche centrali a sostenere i valori delle attività (assets) e dalle possibilità di creare denaro – autonomamente – tramite l’effetto leva. La liquidità da riversare nei circuiti finanziari è come la droga: va assunta incessantemente. Banche centrali al servizio dei privati insomma, ai quali devono restare riservate le scelte economiche strategiche e di investimento che ricadono, nel bene e nel male (più spesso nel male), sulle collettività.

Accanto a tutto ciò – ci viene detto – bisogna incentivare l’accumulazione dei risparmi e deprimere i consumi, pubblici e privati. Con tanti saluti in termini di costi legati alla disoccupazione e alla disuguaglianza di opportunità e di condizioni di vita che ne conseguono. Così la politica, dietro l’alibi della indispensabile disponibilità all’erogazione di credito da parte delle banche private, della diversificazione delle fonti di finanziamento, dell’ampliamento dell’offerta di strumenti finanziari ecc., perpetua l’assetto di potere di cui si accennava all’inizio. Tacendo, complice una diffusa indifferenza su questi temi, che la scienza economica possiede strumenti analitici e di politica economica alternativi alla cupa ineluttabilità – camuffata da regola “tecnica” – che ci viene ogni giorno raccomandata dai media.

Ecco, il pregevole saggio di Luigi Pandolfi si colloca fra quelli – non molti, del suo genere – che cercano di aprire una crepa nella parete di indifferenza alleata all’articolazione del potere attuale.

Sergio Farris

Sergio Farris, funzionario nella Pubblica Amministrazione, scrive di teoria e politica economica su varie testate giornalistiche e web magazine. Ha scritto per Eunews, Attac, Rassegna sindacale, Contropiano.

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