Memoranda/ La lezione dello sguardo

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Nel 1967 NutoRevelli ha da poco pubblicato La strada del davai (Einaudi, 1966), e continua a battere le borgate e le frazioni delle vallate di Cuneo in cerca di lettere di soldati e dispersi di Russia che confluiranno nell’Ultimo fronte (Einaudi, 1971). Sono per il piemontese anni intensi di incontri, di riflessione e di disillusione sui destini di una generazione sacrificata di italiani, arruolata nelle guerre del regime e scomparsa lontano da casa. Questa operazione di “archeologia epistolare” si trova alla base di volumi che permettono di osservare da una prospettiva inedita l’esercito italiano nel corso della disastrosa operazione di Russia. Come spesso nel caso di Revelli, una ricerca porta in sé le premesse della seguente: nell’ottobre dello stesso anno, in una lettera indirizzata ad Alessandro Galante Garrone, l’autore confessa che nel corso del suo lavoro alla ricerca di lettere di caduti si è innescato un meccanismo che lo ha portato a poco a poco a “innamorarsi della campagna cuneese”. Affermazione quanto meno curiosa quando osservata dalla specola odierna, in modo particolare se riferita a uno degli autori forse troppo velocemente classificato tra coloro i quali sarebbero legati a doppio filo al cosiddetto “mondo contadino” – espressione anch’essa piuttosto vaga e fuorviante. Affermazione che deve tuttavia far riflettere, tanto il lettore quanto lo studioso, sul processo che porta l’autore ad avvicinarsi all’oggetto di studio – la campagna cuneese – che lo occuperà per praticamente un trentennio. In altre parole, l’interesse di Revelli per la condizione contadina, cifra costitutiva dell’identità stessa dell’autore per il lettore contemporaneo, non sarebbe così scontato e naturale. E, soprattutto, esso trarrebbe origine dall’esperienza bellica, vissuta in prima persona e rivissuta anni dopo tra le pieghe della ricerca memoriale.

Nel suo saggio [Il paese dimenticato. Nuto Revelli e la crisi dell’Italia contadina, Milano, FrancoAngeli, 2020] dedicato al rapporto di NutoRevelli con la campagna cuneese e più generalmente italiana, con i suoi vinti, la sua crisi e la sua lenta agonia legata a una gestione politica al meglio indifferente quando non scientemente cinica , Gianluca Cinelli si adopera a mettere in luce questo legame. A fronte di una comoda e rassicurante definizione di Revelli “scrittore della campagna”, critico ma mosso da un interesse puramente intellettuale e potenzialmente distaccato, Cinelli mostra che il percorso che porta l’autore ad avvicinarsi alle vite di uomini e donne della campagna, della collina e della montagna cuneese ha come presupposto le penose e dolorose ricerche sulla Russia. Revelli si rende conto infatti che a distanza di decenni le ferite fisiche e psicologiche lasciategli in eredità dalla spedizione sul Don non gli sono esclusive, e che al contrario esse gettano la loro ombra su una parte consistente della società. Negli anni del miracolo economico, in cui l’Italia lotta per un posto di riguardo nelle economie dell’Europa occidentale, Revelli intraprende un cammino inverso, e ritorna nelle famiglie dei fanti conosciuti in Russia, solida base su cui poggiò l’esercito contadino schierato in prima linea. Da questo incontro scaturisce la coscienza della discrasia tra il mondo del boom, principalmente urbano, e le zone periferiche ed emarginate del territorio italiano. Ma sorge soprattutto la coscienza dell’ “ignoranza”.

Il libro di Cinelli potrebbe infatti essere letto come un elogio dell’ignoranza, preziosa risorsa che quando intesa correttamente può portare a una comprensione profonda dei problemi sociali e politici. Se l’ignoranza è innanzitutto quella reciproca fra società cittadina e mondo rurale, contro cui si adopera Revelli attraverso la ricerca di un punto di contatto, l’uscita da questa condizione può diventare il primo passo di un’avventura intellettuale vertiginosa ed esaltante. È anzi situazione imprescindibile per aspirare ad essa. Il tutto sta nel dichiararsi ignorante, e va riconosciuto a Revelli il merito di non essersi mai vergognato a confessarsi tale: è da ricercarsi qui, in questo svelamento onesto, la forza dell’autore, una determinazione tranquilla che non teme contraddittori superficiali. Partendo dalla constatazione della propria ignoranza delle campagne e montagne cuneesi – e anche da un affetto non scontato, come ammesso nella lettera citata a Galante Garrone – Revelli approda in maniera graduale alla decisione di esplorarle e di metterne in luce le problematiche. Dalla moltiplicazione delle voci individuali raccolte in questi ambienti nascono opere corali che innestano nel dibattito pubblico degli anni della corsa al progresso gli affanni e i drammi di una fetta consistente della società italiana, quella meno visibile. Opere necessarie per denunciare l’ignoranza che si annida nell’indifferenza per l’altro e nei luoghi comuni riguardanti il diverso da sé. Attraverso la compilazione delle voci contadine, filtrate da uno sguardo acuto che nutre le lunghe introduzioni alle opere, Revelli ripercorre la storia di scelte politiche miopi che costellano il dopoguerra italiano in materia agraria, le occasioni mancate e risultati disastrosi, primo fra tutti l’emorragia umana che ha svuotato i territori più impervi e meno facilmente convertibili a uno sfruttamento agricolo di massa.

Ma per quanto nobile e desiderabile privilegio da spendere, la situazione dell’ignorante sfocia fatalmente in ripensamenti che investono e rimettono in discussione il suo passato, le sue ingenuità e le speranze in esso riposte. Nel caso di Revelli, a venire ripensati a distanza di tempo non sono tanto gli anni del regime, già oggetto di lucide analisi e confessioni, quanto quelli della guerra fascista e della Resistenza, con il loro carico di conseguenze e soprattutto le loro eredità. In effetti, se la direzione di ricerca scelta dall’autore gli permette di esplorare a fondo e di rendere omaggio al retroterra culturale dei suoi fanti di Russia, il viaggio all’interno delle loro case e dei loro affetti coincide con un ritorno sulle terre che tanta parte hanno avuto nel corso della guerra per bande. Si presenta all’autore l’occasione per trarre un bilancio dell’eredità lasciata dai gruppi partigiani, dai loro valori, dalla loro visione ideale dell’Italia del dopoguerra. Tuttavia, come nel caso del destino dei territori poveri, il bilancio del lascito della lotta clandestina è senza appello: il genocidio cui è andato incontro in un breve torno d’anni un ampio pezzo di cultura e di tradizioni secolari non è altro che un aspetto –il più visibile ma anche quello in apparenza meno legato ad essa – di una ferita profonda e irreversibile che investe l’eredità della Resistenza. Come indica lucidamente Cinelli sulla scorta di Revelli, il fallito coinvolgimento dei contadini nel processo politico locale e nazionale ha segnato in maniera irreversibile la crisi dei territori poveri. Il tentativo di salvare non foss’altro che la memoria di luoghi e persone è allora per Revelli anche un modo di rinnovare gli ideali dell’impegno, e insieme un tentativo per capire il fallimento dell’innesto su larga scala dei suoi ideali.

Il doppio parametro del collettivo e dell’individuale, del pubblico e dell’intimo, diventa nel libro di Cinelli una riflessione su quella che potrebbe venire chiamata la “lezione dello sguardo” portata da Revelli attraverso la sua opera. Osservate da lontano, la campagna e la montagna piemontese, e più largamente l’insieme dei territori periferici del territorio, appaiono come sistemi omogenei e inerti, ai quali è possibile applicare ricette valide per zone che condividono con esse unicamente l’appartenenza allo stesso Paese. Da vicino la realtà appare invece più frastagliata e meno classificabile in larghe categorie. Proprio per evitare ogni errore di parallasse, Revelli sceglie di avvicinarsi il più possibile a quella che gli appare come la posizione ideale di lettura, prima attraverso l’intimità delle lettere, poi in quella delle case e delle famiglie, tanto patriarcali all’apparenza quanto matriarcali alla prova dei fatti. Viene così evitata una scorretta prospettiva omologante. Tra le preziose lezioni lasciate da Revelli quest’ultima brilla di un’attualità urgente: la pazienza tenace dell’osservatore che ripercorre senza posa luoghi diventati nel tempo familiari, spingendosi ogni volta più a fondo nell’analisi di spunti sempre rinnovati e dei dettagli minuti che fanno l’esistenza, è l’unico antidoto da opporre a pericolose e – ahimè – comode scorciatoie del pensiero.

Alessandro Martini

Alessandro Martini è Maître de conférences presso l' Université Jean Moulin Lyon 3, Faculté Des Langues. Nei suoi studi si è occupato tra l'altro di Beppe Fenoglio (Au-delà des collines : Beppe Fenoglio témoin et romancier de la Résistance), della "ricezione italiana e internazionale dell’opera di Giorgio Bassani", dell'impegno politico dei letterati (Des historiens trop passionnés. Beppe Fenoglio et Giorgio Bassani : quelques considérations sur le roman et l'écriture de l'histoire).

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