Le logiche perdute (e da ritrovare) della sinistra

image_pdfimage_print

Sono nato alla fine degli anni 70, come la Presidente del Consiglio, in un periodo in cui la militanza a sinistra era esperienza comune e diffusa, e sono cresciuto in una famiglia impegnata in varie forme in questa temperie. Ho fatto quindi in tempo a percepire, prima che si sciogliesse come neve al sole, cosa significasse fare politica sotto l’ombrello dei grandi partiti di massa. Cosa significasse sentirsi parte di una grande comunità, quella della sinistra italiana e in particolare del PCI in cui militavano i miei genitori, che si alimentava di, e che alimentava a sua volta, un forte senso d’identità e di appartenenza. Quante volte ho sentito dire in casa “è un compagno”, con riferimento a una persona prossima o distante, non importava si trattasse del genitore di un amico o di un attore visto solo attraverso lo schermo della tv. Dietro quell’etichetta intuivo un grumo di complicità e comunanza che nasceva da lontano e che è difficile spiegare a chi ha conosciuto questo appellativo solo nella forma parodica o dispregiativa con cui è stato tramandato in seguito. Perché ricordo tutto questo? Certo non per nostalgia o per idealizzare una realtà che non c’è più, e che, per altro, era attraversata da contraddizioni profonde. Il confronto col passato ci permette però di mettere meglio a fuoco la questione: perché oggi la sinistra sembra così incapace di fare comunità e costruire discorsi convincenti sul mondo? Perché appare così afona da non riuscire più ad aggregare soggetti e persone, che possano trovare insieme il proprio posto nel mondo? A me sembra che siano tre le logiche, i meccanismi, che hanno sostenuto il cammino storico della sinistra, che le hanno permesso di funzionare dal punto di vista sintattico direi, e che sono entrate in crisi negli ultimi decenni, inceppandosi. Logiche che ruotano intorno a tre parole chiave: emancipazione, rivendicazione e rivoluzione.

La prima parola è la più importante, perché costitutiva dell’idea stessa di sinistra. La sinistra nasce e si sviluppa storicamente declinando il concetto di emancipazione: emancipazione dei lavoratori sfruttati, emancipazione dei popoli colonizzati, emancipazione delle donne, emancipazione delle minoranze. La parola emancipazione deriva dal latino emancipatio, l’istituto attraverso il quale nel diritto romano il figlio otteneva l’estinzione della propria condizione di minorità: liberandosi dalla potestas del padre di famiglia prendeva in mano la propria vita. Emanciparsi vuol dire uscire dalla subalternità, costruire un percorso di riscatto, farsi soggetto assumendo una coscienza politica e imparando insieme ad altri a darsi un’educazione e una voce. Anche chi non appartiene al gruppo subalterno può far propria la logica emancipatoria, come ha insegnato il femminismo, a patto di accettare di mettere in discussione i cascami della propria appartenenza, perché l’emancipazione non è mai un percorso passivo. Che ruolo occupa oggi la logica dell’emancipazione nel discorso della sinistra? Molto limitato, mi pare. Innanzitutto, si confonde l’emancipazione con la compassione, che è altra cosa. La compassione, verso il povero, l’immigrato, chi sta peggio di noi, è un sentimento nobile ma non può essere la leva di un progetto politico di sinistra. La compassione, all’opposto dell’emancipazione, finisce per relegare l’altro da noi nella condizione passiva di vittima, non di soggetto attivo che ha, o deve trovare, una propria voce. Ma non è solo la compassione ad aver sostituito la spinta emancipatoria. Bisogna riconoscere che il capitalismo stesso è stato in grado di creare una sorta di imago distorta dell’emancipazione, basata sul processo di inclusione attraverso il mercato e sul potenziale di liberazione che questa inclusione è in grado di generare. Certo, la diffusione del benessere che si è registrata nei trent’anni gloriosi ‘50-‘70 (per poi ridursi, fermarsi e infine rovesciarsi nella concentrazione crescente delle ricchezze) è stata veicolo di liberazione materiale e immateriale per milioni di persone. Ma lo è stato grazie all’azione delle politiche di welfare e redistributive, che hanno permesso di tradurre in sviluppo sociale e culturale la fortissima crescita economica di quegli anni, ad esempio attraverso la mobilità sociale e il miglioramento dei livelli d’istruzione. Se dimentichiamo questo nesso causale siamo portati a credere che magicamente l’inclusione attraverso il mercato abbia permesso l’emancipazione di milioni di uomini e donne dall’ingiustizia di rapporti sociali (lavorativi, famigliari, educativi…) improntati alla gerarchia, allo sfruttamento e alla mancanza di libertà. Il senso di liberazione individuale che il mercato è in grado di indurre è una forma pervasiva di ideologia, che nasconde e giustifica la crescita delle disuguaglianze nelle società ipercapitalistiche in cui viviamo. Da sinistra facciamo fatica a riconoscere che in certe condizioni anche la cultura possa perder quel valore liberatorio che tutti gli riconosciamo, per diventare strumento di distinzione sociale e rafforzamento delle disuguaglianze stesse, come dimostrano i processi di gentrification che coinvolgono sempre più le realtà urbane italiane, a partire da Milano, la città da cui scrivo.

La seconda parola chiave, rivendicazione, si è definita nel corso di una lunga storia di lotte e conquiste. Rivendicare vuol dire reclamare un’azione presso un altro soggetto, che è unito a noi da un doppio legame: spaziale e di potere. Spaziale perché presuppone prossimità, occupazione dello stesso territorio; di potere perché questa occupazione è diseguale – qualcuno occupa posizioni migliori di altri – e riverbera disuguaglianze nei diversi campi di vita. Rivendicare vuol dire esercitare la politica in un rapporto di negoziazione con una controparte, in una relazione la cui radice filosofica rimanda alla dialettica hegeliana schiavo/padrone, fatta propria anche da Marx. La forma di relazione tra questi due soggetti, legati tra loro ma in opposizione reciproca, è il conflitto sociale, che contempla naturalmente anche la dialettica e la negoziazione, e che definisce anche una sorta di pedagogia politica per i soggetti coinvolti. Come successo per l’emancipazione, anche la logica rivendicativa sembra essere uscita dai radar della sinistra. Del resto, ci sono ragioni oggettive per questa rimozione. Innanzitutto, è più semplice riconoscere la propria controparte in una società industriale di quanto non lo sia oggi nelle società complesse del capitalismo globale. Da un lato, la globalizzazione ha allentato i rapporti di prossimità e riconoscimento tra le parti – a chi rivolgere le proprie rivendicazioni se le élite sono collocate in un altrove apparentemente irraggiungibile? – dall’altro, la finanziarizzazione ha reso più complessi i legami di potere, indebolendo anche la leva della dipendenza reciproca. Se un tempo il capitalismo non poteva fare a meno del lavoro operaio oggi lo può fare, come dimostra la progressiva irrilevanza dello sciopero, persino di quello generale. E aver contribuito alla delegittimazione dei sindacati e all’indebolimento del loro ruolo nel ciclo rivendicazione/conflitto/negoziazione è una responsabilità che purtroppo grava fortemente anche sulle spalle della sinistra. Una sinistra che sembra aver fatto propria un’idea amorfa di società, dove non c’è avversario, rivendicazione o conflitto. Mentre la destra ha approfittato di questo vuoto per proporre una versione grottesca e regressiva della rivendicazione, in cui chi sta meglio addita i poveri come capro espiatorio e nemico morale. Ma è anche la natura dei problemi ad essere mutata rispetto ad un tempo, confondendo la capacità di applicazione della logica rivendicativa. Pensiamo, ad esempio, alla questione ambientale. Non si tratta solo di problemi di portata planetaria, che necessitano quindi di risposte politiche globali, ma la logica rivendicativa si indebolisce ogni volta che deve confrontarsi con problemi che travalicano i confini di un territorio circoscritto e controllabile. Come può aiutarci, ad esempio, la logica della rivendicazione di fronte al problema urgentissimo, ma da decenni di fatto non affrontato, della qualità dell’aria nelle nostre città, che impatta drammaticamente sulla vita di bambini, anziani, persone più fragili?

L’ultima logica, infine, non ha bisogno di molte parole. La sinistra ha nel suo DNA l’anelito alla consapevole trasformazione della società, nel senso che l’orizzonte a cui tende non può prescindere dal superamento dello status quo, che è cosa diversa dalla retorica dell’innovazione per l’innovazione o, detto altrimenti, della modernità. Naturalmente il raggiungimento di questo obiettivo è stato declinato dalla sinistra con accenti e mezzi diversi, più o meno radicali o moderati a seconda delle stagioni e delle posizioni. Se la prospettiva rivoluzionaria è rimasta per lungo tempo un convitato di pietra, o se si preferisce una sorta di feticcio, a sinistra il riformismo – parola che ha perso via via i suoi connotati metodologici per assumere il valore di totem – non è mai stato disgiunto dalla prospettiva della trasformazione, anche radicale, della società. In ogni caso, anche senza agitare la parola rivoluzione, dovrebbe essere chiaro che la difesa del businnes as usual, dell’amministrazione dell’esistente, della governabilità come obiettivo supremo non possono sostenere una prospettiva di sinistra, perché un conto è interpretare con accenti diversi questo anelito al cambiamento, un conto è abdicare totalmente alla voglia di cambiamento per assumere un connotato puramente conservativo.

Chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui si chiederà a questo punto, e con ragione: va bene, ma la pars construens dov’è? Se la ragion d’essere e la spinta storica della sinistra non sono esaurite, come credo; se i tempi che abbiamo di fronte sono gravidi di sfide e problemi enormi, come è evidente; se siamo d’accordo che abbiamo estremo bisogno di una politica che da sinistra affronti questa difficile realtà, io credo che sia da quei meccanismi, quelle logiche inceppate che bisogna ripartire. Senza nascondere le contraddizioni e le aporie che le attraversano, ma sapendo che senza questi addentellati viene meno la capacità della sinistra di costruire discorsi convincenti sul mondo. Come ci dimostrano i movimenti sul clima, che in fondo rivendicano la necessità e l’urgenza di una trasformazione profonda del sistema sociale ed economico, per emanciparsi dal capitalocene che ci sta portando rapidamente al collasso ambientale. Movimenti che ci hanno insegnato a rimettere al centro il tema delle ingiustizie, mettendo in luce le faglie che si stanno allargando tra i popoli e i gruppi sociali, colpiti in maniera diseguale dalla crisi ambientale. E senza la paura di additare, allo stesso tempo, quelli che sono gli interessi e le classi sociali che ostacolano questa trasformazione e alimentano tale ingiustizia.

Come dicevo all’inizio, appartengo a una generazione che si è trovata a crescere sulla linea di faglia tra un sistema ideologico in rapida dissoluzione e la speranza dell’apertura di un nuovo orizzonte politico, che prometteva di liberarsi dell’acqua sporca del passato mantenendo però vivo il cuore pulsante di quell’esperienza. Non è andata così, altre visioni del mondo hanno prevalso, incentrate sulle parole d’ordine della competizione, del mercato, della globalizzazione, dell’economia sopra a tutto. Ora siamo a un altro momento di svolta. Non so se la sinistra sarà in grado di rispondere a queste sfide. Ma se ci proverà, potrà scoprire che non bisogna aspettare di ricevere un cuore nuovo per provare di nuovo emozioni e passioni. E imparare, da capo, ad amare.

Gli autori

Francesco Memo

Francesco Memo, sociologo di formazione, ha insegnato e fatto ricerca a lungo in Università (Bicocca e Politecnico) e da alcuni anni si occupa di educazione e animazione culturale alla Centrale dell’acqua di Milano. Ha scritto per “Doppiozero”, “Critica marxista” e altre riviste. È autore di un graphic novel, “La vita che desideri” (Tunué), che ha vinto il premio Manzoni 2019 per il romanzo storico.

Guarda gli altri post di:

2 Comments on “Le logiche perdute (e da ritrovare) della sinistra”

  1. Io penso che il problema sia più profondo e nello stesso tempo più semplice: la sinistra ha voluto “prendere” il potere delle vecchie istituzioni e non “trasformare ” quel potere in un nuovo modello di società. Questo dovuto al fatto che anche la sinistra si è riconosciuta (consapevolmente o inconsapevolmente) nella “casta”, staccata dalla vita reale e dalla società viva che originariamente la componeva.

  2. L’onestà intellettuale estinta nella società e quasi assente nel dibattito tra le sinistre è la vera chiave di volta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.