Chi difende i difensori dell’ambiente?

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Il ritrovamento dei copri senza vita di Don Philips, giornalista inviato del Guardian, e Bruno Pereira, antropologo brasiliano, nei pressi del Territorio Indigeno Javari (zona periferica della foresta Amazzonica al confine tra Brasile e Perù) ha riportato alla luce un dato spaventoso: l’altissimo numero di donne e uomini che hanno perso la vita durante le loro attività di ricerca sul campo in difesa dell’ambiente. Secondo quanto denunciato dall’organizzazione non governativa Global Witness, con il passare degli anni, il progressivo aggravarsi della situazione climatica avrebbe comportato una forte escalation nelle forme di violenza perpetrate contro chi è da sempre impegnato nella lotta per la salvaguardia e la tutela dell’ambiente. Dei 227 «attacchi letali» registrati nel corso del 2020 (cifra sottostimata secondo l’associazione, ma che comunque basterebbe a trasformare il 2020 nell’anno più violento tra quelli osservati), 20 sarebbero avvenuti in Brasile, numero che posiziona il paese sud-americano al quarto posto nella classifica generale degli Stati più pericolosi per la vita dei difensori ambientali, subito dopo Colombia (65), Messico (30) e Filippine (29).

https://volerelaluna.it/materiali/2021/09/28/crisi-climatica-e-violenze-contro-i-difensori-del-territorio/

Al fine di salvaguardare il lavoro degli attivisti impegnati nella causa ambientale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha formalmente riconosciuto con il passare degli anni la figura e il ruolo di queste donne e uomini. Nello specifico, vengono definiti Environmental human rights defenders (Ehrd) quei soggetti impegnati, volontariamente o professionalmente, nelle attività di difesa e promozione dei diritti umani relativi all’ambiente. Secondo quanto ammesso dall’ONU, la vita dei defenders sarebbe continuamente a rischio in tutto il mondo, a causa dell’alto numero di molestie e minacce ricevute quotidianamente da ogni attivista, trasformatesi, nel peggiore dei casi, in efferati omicidi. Nel tentativo di arginare il fenomeno, negli ultimi anni l’ONU ha deciso di mettere in piedi un programma di intervento specifico (Defenders Policy) volto alla protezione degli Ehrd, incentrato su quattro pilastri fondamentali: 1) denuncia degli attacchi e delle minacce subite dagli attivisti; 2) sostegno agli Stati e agli attori privati utili a garantire una maggior tutela dei diritti umani legati all’ambiente; 3) supporto alla gestione responsabile delle risorse naturali; 4) richiesta di chiarimento agli Stati riguardo tutte quelle vicende che interessano la vita dei defenders.

Come affermato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, tra le persone maggiormente colpite all’interno della cerchia dei Defenders troviamo le donne, gli agricoltori e soprattutto i membri delle comunità indigene, quest’ultimi spesso impegnati politicamente e socialmente nella lotta contro le attività di estrazione e deforestazione. A riprova di ciò, in una nota rilasciata dall’Organizzazione Indigena Univaja poco dopo il ritrovamento dei corpi di Bruno Pereira e di Don Philips, vengono denunciati i continui pericoli a cui sarebbero sottoposte le popolazioni indigene, vittime di costanti minacce da parte di gruppi criminali di cacciatori e pescatori strettamente connessi al mondo del narcotraffico, interessati soprattutto all’estrazione e al commercio di risorse naturali presenti sul territorio della Valle del Yavarì. Spaventose appaiono le ultime frasi con cui i rappresentanti dell’organizzazione Univaja chiudono il loro appello: «Siamo preoccupati per le nostre vite, per le vite delle persone minacciate […]. Cosa ci succederà? Continueremo a vivere sotto minaccia?».

Data questa situazione drammatica e in continua evoluzione, quale compito spetta agli Stati? Ancora una volta, le parole espresse dall’Alto Commissario Michelle Bachelet appaiono chiare: «Gli Stati hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare i diritti degli environmental human rights defenders e delle comunità che li rappresentano». Tuttavia, l’atteggiamento spesso ambiguo o talvolta dichiaratamente ostile assunto dagli ordinamenti statali nei confronti delle ONG e delle comunità ad esse vicine, sembrano suggerire una differente linea d’azione.

Il caso del Brasile e delle politiche nazionali messe in atto dal presidente Bolsonaro risulta emblematico. In un report del 2019 dal titolo Rainforest Mafias, l’organizzazione internazionale Human Rights, concentrandosi sul fenomeno della deforestazione illegale dell’Amazzonia ad opera di gruppi criminali, ha messo in evidenza l’insieme delle politiche anti-ambientali promosse da Bolsonaro, che, solamente nei primi otto mesi dopo il suo insediamento, hanno finito per raddoppiare le attività di deforestazione. Tra le maggiori politiche anti-ambientali spiccano: il taglio del 23 % di budget al Ministero dell’Ambiente (allora guidato da un ministro che definì il riscaldamento globale un fenomeno di importanza secondaria); l’eliminazione del dipartimento responsabile delle politiche anti-deforestazione; la riduzione massiccia del numero di multe per attività di deforestazione illegale, con l’eventualità di possibili “sconti” ad opera di una commissione costituita ad hoc; un attacco diretto e sistematico nei confronti delle ONG impegnate nell’attuazione e implementazione di politiche a tutela dell’ambiente ecc. Su quest’ultimo punto, commenta il report, ricordiamo le espressioni utilizzate dall’attuale presidente brasiliano durante la campagna elettorale per riferirsi alle organizzazioni non governative definite associazioni che sfruttano e manipolano gli interessi degli indigeni, finanche arrivando ad accusarle successivamente di essere responsabili dei numerosi incendi che hanno colpito la foresta Amazzonica (p. 8-11).

In merito alla scomparsa di Don Philips e Bruno Pereira, invitato da una giornalista a pronunciarsi sulla vicenda durante un’intervista rilasciata il 7 giugno, il presidente Bolsonaro ha definito «un’avventura non consigliata» la preziosa missione di ricerca intrapresa dai due attivisti, allontanando in seguito ogni ipotesi di omicidio. Come facile intuire, di parere opposto sembrano essere le posizioni provenienti dal mondo dell’associazionismo. Commentando l’accaduto, la direttrice generale di Amnesty International Brasile Jurema Werneck ha definito il suo paese come uno dei più «pericolosi al mondo per gli ambientalisti e per i difensori dei diritti umani», a causa di un serie di politiche statali «che attaccano le norme in difesa dell’ambiente, promuovono lo smantellamento delle istituzioni per la promozione e la protezione dei diritti dei popoli nativi e criminalizzano i movimenti della società civile e le organizzazione comunitarie».

Intanto, il 10 maggio 2022, l’organizzazione non governativa AllRise, insieme a un gruppo di giuristi, ha depositato presso la Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi) ulteriori prove a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità a carico del presidente Bolsonaro. Secondo quanto affermato dalla ONG austriaca, da ottobre 2021 le attività di deforestazione ed estrazione mineraria in Amazzonia sarebbero aumentate esponenzialmente, generando un impatto drammatico sulle popolazioni indigene che da sempre abitano quei territori.

Gli autori

Michele Sferlinga

Michele Sferlinga studia presso l’Università degli studi di Torino.

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