Torino. Sfruttamento in Università

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Le condizioni di precarietà e di esternalizzazione di molta parte dei lavoratori dell’Università torinese è ben nota e già se ne è parlato su queste pagine (https://volerelaluna.it/lavoro/2018/07/15/precari-in-universita/). Oggi si aggiunge, sul punto, una nuova pagina rivelatrice (pur se relativa a una situazione quantitativamente limitata).

In breve. Nei mesi scorsi si è conclusa la gara d’appalto per i servizi di portierato, di supporto ai servizi logistici e agli apparati audiovisivi presso l’Università. Tale gara, che ha visto la partecipazione di 14 aziende, è stata nuovamente vinta da Rear, già aggiudicataria degli appalti precedenti. Nel nuovo appalto l’Università ha inserito nel capitolato alcune specifiche sulla paga oraria e sulla suddivisione in livelli delle/dei dipendenti. Ma, di fatto, nessun miglioramento si è avuto in questi mesi per chi lavora.

Ecco il perché. In capitolato erano previsti 5 punti per la ditta/cooperativa che garantisse una paga minima oraria pari a 6,84 euro (lordi) l’ora, paga di per sé già molto bassa perché corrispondente a un compenso, per un tempo pieno, di meno di 1100 euro lordi al mese. Questa clausola, inserita grazie al lavoro delle RSU, mirava a dare un minimo di tutela ai/alle dipendenti, perché viviamo una stagione di continui peggioramenti legislativi riguardanti il trattamento di lavoratrici e lavoratori negli appalti pubblici, in nome di una sempre più esasperata concorrenza tra imprese. Interventi legislativi che, tra le altre cose, impediscono di indicare un contratto collettivo nazionale di riferimento e che portano quindi, inevitabilmente, a un gioco al ribasso. Ma la Cooperativa Rear, che ha vinto l’appalto anche grazie all’adesione a tale clausola, paga la cifra dovuta integrando, con indennità e incrementi, una paga base che per alcune lavoratrici e lavoratori parte da 5,35 euro (lordi) orari. Peccato che tali indennità figurino solo nelle ore effettivamente lavorate (introducendo così una sorta di cottimo spurio), spariscono in caso di ferie, permessi, mutua e non vengano conteggiate nel calcolo degli straordinari o nei ratei per pensione e TFR.

Di fronte a questa situazione, che rischia di estende per i prossimi quattro anni la situazione di sfruttamento di lavoratrici e lavoratori del servizio portineria ‒ un servizio essenziale per l’università (come risulta quanto mai evidente dal ruolo svolto durante l’emergenza sanitaria) ‒, è necessario rompere il silenzio. Visto il clima di intimidazione, che rende difficile finanche rivolgersi a un sindacato per far controllare le proprie buste paga e per chiedere un parere legale, la Confederazione Unitaria di Base (CUB) è intervenuta con una lettera di diffida alla Cooperativa Rear (vincitrice dell’appalto) e all’Università. Superfluo dire che la lettera di diffida ad adempiere puntualmente la clausola prevista nel capitolato è mossa non da un’ostilità specifica nei confronti di Rear (ché, anzi, in occasione della chiusura della gara, è stato valutato positivamente il fatto che le/i dipendenti potessero evitarsi il sempre delicato passaggio ad altra società) ma dall’intento di porre un freno al sistema di sfruttamento del lavoro e al dilagare delle esternalizzazioni e degli appalti che lo alimentano. Alla diffida è seguita una presa di posizione della RSU dell’Università che ha chiesto all’amministrazione di attivare i controlli previsti sull’applicazione delle clausole contrattuali, prerogativa che l’Università ha sempre avuto ma non ha mai esercitato, nemmeno di fronte alla diffida (risalente a più di un mese fa). Tale potere di controllo ‒ va ricordato ‒ è un diritto ma anche un dovere dell’ente appaltante che, per il principio della responsabilità solidale, condivide con la ditta appaltatrice la responsabilità dell’attuazione delle clausole contrattuali.

Ancora in questi giorni si discutono in Parlamento norme ulteriormente peggiorative che potrebbero arrivare a eliminare negli appalti la clausola sociale (cioè l’obbligo di riassorbire il personale al cambio appalto), mentre, ad esempio, nella vicina Francia si discute se aumentare il salario minimo, che già oggi è di 10,25 euro/ora. Per modificare il trend è necessario che, a partire da vicende come quella qui segnalata, si attivi una mobilitazione, che coinvolga anche il mondo accademico (e non solo), ponendo l’accento su una questione ‒ quella dello sfruttamento di alcune categorie di lavoratrici e lavoratori ‒ nota a tutti ma fino ad ora accettata passivamente e che ha contribuito a creare anche qui tante e tanti working poor. Gridare “il re è nudo!” è importante perché a volte ribadire l’ovvio può rivelarsi un atto rivoluzionario.

Gli autori

Collettivo Bibliocoop UniTo

Il collettivo Bibliocoop è nato nel 2007 quando le lavoratrici/ori dei servizi delle biblioteche dell'Università di Torino hanno iniziato a organizzarsi per difendere diritti e redditi e migliorare il proprio futuro. Siamo raggiungibili alle nostre pagine FB/Instagram: BiblioCoop UniTo; mail: rsabibliocoop@outlook.com.

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