È solo calcio? No, è anche romanzo popolare

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Ancora non ci riesco. È passata una settimana abbondante, ma fatico tuttora a trovare le parole giuste per dare forma e sostanza al flusso di emozioni e di pensieri esplosi con il rigore di Matteo Rubin che ha portato i Grigi in serie B. Dopo quasi mezzo secolo. Io avevo un anno quando l’Alessandria è retrocessa in terza serie, senza più risalire. Decenni passati sugli spalti del “Mocca”, da ragazzino insieme a mio padre (che la finale l’ha vista in tv) e ai miei zii (e chissà se pure in cielo si gioisce per un goal..), con gli amici negli anni del liceo, poi con mio figlio ‒ in un passaggio generazionale comune a tante famiglie “mandrogne” ‒ e, infine, in punta di piedi, in tribuna stampa, accanto alle firme storiche del giornalismo sportivo alessandrino, a curare la rubrica “Materia grigia” di Alessandrianews, con l’intento, forse troppo ambizioso, di coniugare l’amore incondizionato per la filosofia e per il meraviglioso giuoco del calcio.

Una passione forte, quella per il pallone, che non è soltanto un “gioco”, appunto, ma è anche, e soprattutto, romanzo popolare, esperienza culturale ed estetica (talora di grande intensità), senso di appartenenza, e chissà cos’altro ancora. Diceva bene Pier Paolo Pasolini in una nota intervista all’Europeo: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci». Una passione fortissima pure quella per la nostra maglia, unica al mondo, grigia come i nostri autunni, e bella come sa essere la nostra città, al di là dei mugugni di chi vi abita (anche se talora giustificati).

Impossibile descrivere lo stato d’animo al momento dei rigori. A tutti i tifosi sono passati davanti anni, lustri, decenni di sofferenze. Su tutto ‒ almeno per quel che mi riguarda ‒, quell’altro 17 giugno, di quattro anni prima. La sconfitta nella finale di Firenze con il Parma e il mesto rientro in città. Temevamo che anche questa volta il fato fosse avverso. Ma aveva ragione il mio amico don Gallo, maestro di vita e mirabile prete anarchico, che citando Erri De Luca ricordava: «Invincibile non è chi sempre vince, ma chi mai si fa sbaragliare dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo». Chi continua a crederci. Chi non si fa piegare, chi non smette di lottare, di sperare, di amare, nonostante tutto. E se il calcio è metafora, siamo di fronte a una grande, grandissima lezione di vita. Don Chisciotte perde sempre, ma non si arrende mai. E poi, qualche volta, per puro caso o forse per sbaglio, vince pure…

Questa volta è toccato a noi. Gasbarro che calcia fuori l’ultimo rigore dei patavini e l’apoteosi finale. L’urlo liberatore. Corale. Bellissimo. Gli abbracci, l’invasione di campo (e pazienza se è poi arrivata una multa ingenerosa; la si salderà senza troppi patemi), la gioia che inonda le vie e le piazze di Alessandria, che per una notte sembra una città del sud traboccante di vita e di passione.

Sono andato anche io a festeggiare per le vie del centro. Ma ero disorientato. Continuavo a chiedermi se stava succedendo davvero. E ho scoperto che era una sensazione diffusa. Avevo quasi il desiderio di isolarmi, di raccogliere i pensieri, di meditare sul tempo che è passato, assaporandone ogni istante, e a immaginare il tempo che verrà. Una sensazione strana. È solo una partita di calcio, certo. Ma no, non è mai, soltanto una partita di calcio. È vita. È storia, di tutti e di ciascuno.

Io la storia la studio per passione e per mestiere. E penso a quanta vita, a quante storie si sono intrecciate sul campo e sugli spalti dello stadio Moccagatta in questo mezzo secolo. Penso alla pandemia, al tempo difficile che dobbiamo attraversare. Alla speranza di essercelo lasciato alle spalle. A come sia bello e intenso questo momento di gioia collettiva. Penso agli sforzi della società, finalmente ripagati. Al contributo decisivo di un mister vincente e di un direttore sportivo che ha davvero i Grigi nel cuore. Penso a tutti i tifosi, uniti idealmente in un grande abbraccio collettivo. Penso a chi non c’è più. A chi invece arriverà per perpetuare nel tempo questo straordinario rito laico. E penso pure a chi, legittimamente, non capisce l’amore insensato per il football, ma vive di altre passioni. Va bene tutto. L’importante ‒ credo ‒ è lasciar spazio alle emozioni, e non solo alla ragione.

A me, e a tanti come me, è capitato per ventura ciò che succedeva anche al buon Gianni Mura, inarrivabile e compianto maestro di giornalismo. Egli, con quella sua straordinaria ironia, citava spesso una bellissima frase dello scrittore iberoamericano Eduardo Galeano: «Come tutti gli uruguayani avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma un goal, prima o poi, lo possono fare tutti…

Ora i Grigi sono in serie B! Nuovo tessuto per la trama dei nostri sogni. Si inizia il 20 agosto. Non vediamo l’ora.

Giorgio Barberis

Giorgio Barberis è docente di Storia del pensiero politico contemporaneo nell’Università del Piemonte orientale e vicedirettore dell’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria. È autore di numerosi volumi e saggi nell'ambito della storia e della filosofia politica contemporanee.

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One Comment on “È solo calcio? No, è anche romanzo popolare”

  1. E’ solo calcio? Per nulla! E’ mille altre cose, non tutte commendevoli. E’ business, e pure molto sporco. E’ scandalo, quello degli ingaggi supermilionari. E’ ideologia soprattutto, e delle più perniciose: santificazione della gara, della competizione, della divisione del mondo in vincenti e perdenti, del gusto, intrinsecamente fascista, della vittoria. E’, come tutti i circenses, strumento di potere. Certo, lo capisco, può anche essere divertimento. Ma divertirsi, scriveva Adorno, vuol dire essere d’accordo.
    Cordiali saluti

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