Uno spettro si aggira negli Usa: la manipolazione del voto

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Le elezioni di midterm (o di metà mandato) del novembre 2026 rappresentano il grande banco di prova della “rivoluzione americana”: il momento in cui si capirà se quel ciclo può consolidarsi o se dovrà cominciare a difendersi da sé stesso. Un Congresso ostile potrebbe restituire forza al controllo parlamentare e riportare sulla scena lo spettro dell’impeachment. Una presidenza fondata sulla concentrazione del comando non può affrontare così i due anni che la separano dalla battaglia decisiva del 2028, quando a Trump dovrà succedere il trumpismo, se la rivoluzione vuole durare. Le elezioni sono diventate un pericolo per Donald Trump e per i suoi. E sono in pericolo. Eppure Trump ha sempre avuto un rapporto speciale con le elezioni. Il presidente-monarca non si presenta come un dittatore che governa nel silenzio del popolo, ma come un capo guerriero scelto da una folla acclamante, la stessa che si prepara a convocare a Washington per le grandi celebrazioni del 4 luglio. Il voto non attribuisce semplicemente un mandato temporaneo. Produce un’investitura. Che cosa accade, allora, quando una politica fondata sull’investitura plebiscitaria deve affrontare il rischio di perdere il plebiscito? La domanda diventa più comprensibile se ricollocata dentro due tradizioni profonde della storia americana: la democrazia populista e patrimoniale di Andrew Jackson e il capitalismo organizzato di William McKinley. Entrambi questi presidenti ottocenteschi, diversissimi tra loro e oggi arruolati nel mausoleo trumpiano, contribuirono a ridefinire spazio, regole e stile della competizione democratica. Trump ne eredita alcuni tratti e ne aggiunge di suoi.

Jackson: il voto come conquista delle spoglie. Jackson è il primo antecedente. Generale vittorioso, eroe di guerra, nella prima metà dell’Ottocento trasformò la democrazia americana in una politica più popolare, più diretta e più violenta. Arrivò alla presidenza mentre l’allargamento del suffragio maschile bianco portava nella competizione masse fino ad allora marginali; le sue campagne assunsero il carattere di un’appartenenza collettiva, fatta di fedeltà, mobilitazione e ostilità verso le vecchie élites. Jackson si propose come campione del popolo contro banche, giudici, apparati federali e interessi costituiti: l’uomo chiamato a spezzare le resistenze alla volontà popolare. La Jacksonian Democracy fu insieme popolare, feroce e predatoria. Allargava la partecipazione mentre rafforzava schiavitù, razzismo, espulsione dei nativi e violenza di frontiera. Mostrava così che l’energia democratica può convivere con la brutalità maggioritaria, e che il popolo può essere trasformato in una comunità chiusa, proprietaria, pronta a espellere chi non vi appartiene. Il suo lascito più duraturo è lo spoils system. Al vincitore spettano le spoglie: dietro la formula c’è un’idea precisa del potere. Chi vince le elezioni non riceve soltanto il diritto di governare entro limiti dati. Riceve il diritto di occupare l’amministrazione, sostituire i funzionari ostili, premiare i fedeli, distribuire incarichi e risorse. Mentre il voto diventa investitura, lo Stato diventa bottino. Trump recupera questo schema in forma contemporanea. La delegittimazione della burocrazia autonoma, la richiesta di fedeltà personale ai funzionari, la politicizzazione delle agenzie federali, l’uso degli apparati amministrativi per punire i nemici e favorire gli amici appartengono alla linea jacksoniana. Non è semplice insofferenza verso le regole. È una concezione proprietaria del mandato democratico: il popolo elegge il capo, il capo prende lo Stato, lo Stato viene usato per premiare, punire, proteggere e intimidire.

McKinley: il voto dentro la macchina del capitale. Il secondo antecedente è McKinley. La cifra del suo breve mandato, interrotto dall’assassinio per mano di un anarchico nel 1901, fu la trasformazione del rapporto tra democrazia elettorale e potere economico. McKinley porta la politica presidenziale americana dentro l’età della grande organizzazione capitalistica. Siamo nell’America dei robber barons, i magnati dell’industria, delle ferrovie, dell’acciaio, del petrolio e della finanza che accumularono fortune immense, spesso grazie a relazioni privilegiate con la politica. È l’era dorata dell’industria protetta, dei dazi, della paura del populismo agrario e operaio, della mobilitazione finanziaria del grande capitale. Il voto viene immerso in una macchina moderna basata sul denaro. Con McKinley, il grande capitale non si limita a influenzare il governo dopo il voto. Interviene prima. Orienta la competizione, finanzia l’organizzazione, determina il tono della propaganda e presenta la propria sicurezza come prosperità della nazione. Il popolo resta sovrano, ma il suo voto si esprime dentro un ambiente già condizionato da risorse private. Nella retorica trumpiana, però, non è plutocrazia: è il racconto di uno Stato che protegge il popolo difendendo il capitale nazionale, mentre quel capitale sostiene il potere che gli garantisce accesso e influenza. Nel trumpismo il capitale alleato non è un blocco omogeneo. Da un lato c’è il vecchio capitale dell’energia fossile e dell’industria estrattiva, saldato ai grandi sindacati del settore dalla promessa trumpiana: meno vincoli ambientali vuol dire più profitti per gli uni e difesa dell’occupazione operaia per gli altri. Dall’altro c’è il nuovo capitale digitale: piattaforme tecnologiche, intelligenza artificiale, finanza digitale. E un’élite militare-industriale di nuova generazione che aspira al ponte di comando. Sono mondi diversi, talvolta rivali, ma entrambi trovano convenienza in uno Stato forte nel comando e debole nei vincoli. Da McKinley Trump eredita l’idea che il voto popolare possa essere vinto dentro una macchina costruita dal capitale privato. Da Jackson eredita l’idea che, una volta vinto, quel voto autorizzi a prendere lo Stato. È la fusione di queste due tradizioni a dare al trumpismo la sua forza. Il popolo dà la legittimazione, il capitale arma la macchina, il capo conquista lo Stato con il suo gruppo dirigente rivoluzionario.

Donald Trump: il mandato sacro e la sconfitta impossibile. Finché il voto conferma la narrazione, questa architettura può presentarsi come democrazia maggioritaria. Il capo vince, il popolo lo acclama, il capitale lo sostiene, lo Stato viene riplasmato. Il conflitto istituzionale appare allora come resistenza illegittima di poteri non eletti: giudici, burocrati, media, amministrazioni locali non allineate. L’opposizione smette di apparire come una parte legittima della comunità politica e diventa un corpo estraneo al popolo vero. Ma se il voto non conferma la narrazione, l’edificio comincia a tremare. In una democrazia costituzionale la sconfitta è parte del gioco. In una democrazia plebiscitaria pone invece un dilemma paradossale: se il capo incarna il popolo, come può il popolo abbandonare se stesso? Da qui nasce la tentazione di separare il popolo reale dal popolo autentico. Il primo vota, cambia idea, si astiene, punisce. Il secondo viene evocato come comunità morale permanente: la nazione profonda, l’America vera, il paese tradito. Qui Trump aggiunge un elemento che né Jackson né McKinley potevano fornirgli in questa forma: la sacralizzazione carismatico-religiosa del mandato. Il linguaggio della destra cristiana contemporanea trasforma la maggioranza elettorale in comunità provvidenziale. Il popolo non è soltanto chi vota. È il popolo scelto, l’America autentica chiamata a una missione. Le celebrazioni del 250° anniversario, le preghiere pubbliche, le cerimonie di rededication della nazione a Dio non sono cornici decorative. Sono strumenti di legittimazione. Un immaginario quasi monarchico. Qui la politica si carica di un significato morale assoluto. La sconfitta elettorale non appare più come alternanza. Appare come usurpazione. Gli avversari non sono più concorrenti, ma nemici del popolo che corrompono dall’interno l’edificio della prospera nazione. Jackson dà a Trump il popolo come investitura. McKinley gli dà il capitale come macchina. Il nazionalismo cristiano gli dà il popolo come consacrazione. Una volta trasformato in mandato sacro, il voto diventa sempre più difficile da accettare quando produce un risultato sfavorevole.

La soglia autoritaria del trumpismo: manipolare il campo del voto. A questo punto entra in scena l’elemento più contemporaneo: la manipolazione diretta delle condizioni elettorali. Nel momento in cui il voto può diventare rischioso, il trumpismo interviene sul campo in cui si forma, si esprime, viene contato, certificato e contestato.

Il primo terreno è lo spazio. Il gerrymandering non nasce con Trump: viene dall’Ottocento americano e accompagna da sempre la dimensione materiale della rappresentanza. Ma nelle midterm del 2026 ridisegnare i collegi per garantirsi seggi sicuri è diventato normalità istituzionale. La volontà popolare resta formalmente libera, ma si esprime dentro confini tracciati per ridurre l’incertezza elettorale.

Il secondo terreno è l’accesso. Requisiti documentali, prove di cittadinanza, voter ID (documenti richiesi per votare), revisione delle liste, restrizioni sul voto anticipato e per corrispondenza vengono presentati nel linguaggio della difesa dell’integrità elettorale. Promettono di garantire che votino solo gli aventi diritto. Ma ogni requisito aggiuntivo pesa su quel diritto in modo diseguale. Chi ha tempo, documenti immediatamente disponibili, stabilità abitativa e flessibilità lavorativa supera più facilmente l’ostacolo. Chi lavora a ore, cambia spesso residenza o dipende dal voto postale viene scoraggiato. Una regola formalmente generale può produrre un’esclusione socialmente mirata: giovani, anziani, poveri e neri. La spina dorsale di ciò che resta del Partito Democratico, fuori dalle ZTL urbane sulle due coste.

Il terzo terreno è il dopo. La contestazione dei risultati comincia con la costruzione di una grammatica del sospetto: democratici che mobilitano masse di elettori non cittadini, rastrellano e falsificano schede postali; funzionari elettorali politicizzati o corrotti; seggi urbani fuori controllo; liste gonfiate, schede illegittime e giudici militanti che le coprono. Se il risultato è sfavorevole, quella grammatica diventa prova. A quel punto si aprono riconteggi, ricorsi, contestazioni delle certificazioni e battaglie distretto per distretto. In un Congresso diviso da pochi seggi, può bastare creare incertezza in alcuni collegi, rallentare l’insediamento, impedire una maggioranza chiara.

Il quarto terreno è l’intimidazione. Il linguaggio dell’invasione migratoria, la presenza aggressiva dell’ICE, la militarizzazione delle città democratiche, la minaccia di ricorrere all’Insurrection Act. La prospettiva più estrema è che la trasformazione di proteste e disordini in problema di ordine pubblico possa incidere sulla partecipazione senza cancellare formalmente le elezioni. Non occorre immaginare una sospensione nazionale del voto. Sarebbe più plausibile, e forse più efficace, una pressione selettiva: quartieri dichiarati insicuri, seggi chiusi o spostati, zone interdette, coprifuoco, ritardi, file ingestibili, presenza intimidatoria di agenti federali, rinvii locali giustificati da emergenze urbane. Anche pochi collegi possono contare, se il margine alla Camera è stretto.

La democrazia elettorale non muore soltanto quando le urne vengono abolite. Può essere ferita quando una parte degli elettori arriva alle urne sotto minaccia, paura, confusione o stanchezza. Può essere alterata quando il risultato non viene accettato come dato politico, ma trattato come materiale da rinegoziare nei tribunali, nelle commissioni elettorali, nelle certificazioni, nelle strade presidiate. Il trumpismo non è pericoloso perché ignora le elezioni. È pericoloso perché le carica di un significato assoluto quando le vince, le trasforma in bottino quando governa, le dichiara sospette quando rischia di perderle. È lì che la democrazia plebiscitaria può oltrepassare il proprio confine. Non quando rinuncia al voto, ma quando decide che il voto è troppo importante per essere lasciato agli elettori. Lo spettro che si aggira sull’America è il regime change, l’autocrazia elettiva.

Gli autori

Ottorino Cappelli

Ottorino Cappelli è docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. Ha scritto, da ultimo, “Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano” (Editoriale scientifica, 2026).

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