Come ti intimidisco il dissenso e la stampa

image_pdfimage_print

Da quando i partiti non possono più contare sul finanziamento pubblico, hanno inventato modi creativi per racimolare quattrini: fondazioni, partnership, emendamenti mirati e querele contro i giornalisti. Si tratta in quest’ultimo caso quasi sempre di cause civili, molto più remunerative per chi le intenta, e non penali, che richiedono qualche rischio in più e nelle quali bisogna dimostrare di essere stati lesi nella propria reputazione, di aver subito un danno o di essere oggetto di menzogne da parte di un giornalista. Il più delle volte sono azioni risarcitorie in moneta sonante, così che sia chiaro a tutti che chi osa parlare del querelante con toni che siano meno che lusinghieri lo fa a suo rischio e pericolo.

Dell’ultimo caso, che mi riguarda, parlo solo per l’esemplare assurdità che lo contraddistingue: la onorevole Boschi ha fatto pervenire alla redazione de Il Fatto Quotidiano un atto di messa in mora per bloccare la prescrizione riguardo un mio articolo del 2016 (cioè ci avvisa che intende farci causa): uno spiritoso excursus sui pensieri social della allora ministra che voleva cambiare la Costituzione, un pezzo di satira incentrato sul contrasto tra questi pensieri e l’altissima missione a cui si sentiva chiamata.

Il merito di quello che un giornalista scrive, come è evidente, è del tutto indifferente per chi cerca pretesti. Ma, e questo è il punto, è indifferente anche per chi scrive e si è dato il compito di osservare la realtà politica tenendo conto solo della propria coscienza.

Il rapporto tra la politica e il giornalismo nel nostro Paese è viziato dalla circostanza che i giornali più grandi e importanti sono posseduti da editori che hanno al contempo interessi nel campo della finanza, dell’imprenditoria, dell’industria; tutti ambiti che la politica non solo considera, com’è ovvio, al centro del suo operato, ma con cui intrattiene rapporti di dipendenza reciproca. Il parere del singolo giornalista che va contro gli interessi di un editore o che critica il politico con cui l’editore ha rapporti di contiguità, amicizia, interessi economici non verrà pubblicato. Questa è la regola. L’eccezione è il giudizio idiosincratico: che sia una satira, o un’inchiesta, o una denuncia, o un giudizio morale, ebbene, anche quello espresso coi toni più duri, più sarcastici, meno concilianti, rientra nell’ambito della libertà di espressione tutelata dalla Costituzione. La querela – reiterata, come nel caso di quelle subite dal direttore del Fatto – rompe questo patto, o meglio ribadisce la regola dei rapporti tra giornalismo e politica che quel patto calpesta.

La causa risarcitoria da 165 mila euro che il sindaco di Firenze Nardella – sempre del giro renziano – ha annunciato nei confronti di Tomaso Montanari (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/12/15/firenze-e-in-svendita-ma-guai-a-dirlo/), che in una puntata di Report aveva parlato della mercificazione della città ad opera dei suoi amministratori, rientra perfettamente in questo schema. Al di là del fatto che le osservazioni dello storico dell’arte sulla messa all’incanto di Firenze al miglior offerente erano pienamente condivisibili da chi conosce la storia di Firenze degli ultimi anni, qui il punto è che un potente cerca di zittire un cittadino e intellettuale che ha espresso il suo dissenso circa il modo in cui è intesa la vita politica della città in cui vive.

È questo che molti parvenu della politica non riescono a digerire: il dissenso. Che è invece il sacro sangue della democrazia, essendo l’edificazione del pensiero critico il fine ultimo della scuola, il motore interno della educazione civica. Questi maleducati civici hanno solo un modo per zittire chi dissente: spillargli dei soldi, sottoporlo allo stress di ricevere lettere dagli avvocati, per poi vantarsi sui social, magari, di averne rovinato un altro (Renzi: «Con le querele mi pago il mutuo»).

Il caso Matteo Renzi è esemplare anche per un altro motivo: colui che mal sopporta le critiche e gli sberleffi è in realtà uno dei responsabili dell’avvelenamento della dialettica politica. Basta ricordare gli insulti che rivolgeva a chi si opponeva alla sua “riforma” della Costituzione – «professoroni, rosiconi, accozzaglia» –, ai suoi avversari politici – «incompetenti, cialtroni» –, ai componenti della minoranza del PD, partito che lui considerava di sua proprietà, che minacciò di zittire col “lanciafiamme” mentre i fan della Leopolda, lui silente, li cacciavano urlando «a casa!». Nel frattempo inaugurava il contest «peggior prima pagina di giornale» e bullizzava le testate che osavano non incensarlo e prenderlo tremendamente sul serio. Da ultimo, non è nemmeno un caso se chi si dedica spesso a questa remunerativa pratica sia chi ha più da fare coi tribunali (e ne intasa l’attività), e non per questioni legate all’esercizio del libero pensiero, ma per vicende più gravi che dovrebbero, queste sì, ledere la reputazione di chi ne è protagonista.

Daniela Ranieri

Daniela Ranieri, scrittrice e antropologa, è giornalista de Il Fatto Quotidiano

Vedi tutti i post di Daniela Ranieri

One Comment on “Come ti intimidisco il dissenso e la stampa”

  1. Se la prestigiosa associazione internazionale Reporters Sans Frontiers colloca l’Italia al 41 esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa,ci sarà un motivo o no ?
    Resistere ! Resistere ! Resistere !
    Grazie per il vostro impegno .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.