Controcanto

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Controcanto

Se si supera il primo impatto con una copertina graficamente confusa, che col suo verdolino pallido e il suo lettering ricorda la collana teologica della Queriniana, il libro delle Contronarrazioni, del gruppo “Officina dei saperi” (https://officinadeisaperi.it),  curato da Tiziana Drago ed Enzo Scandurra, prefato da Piero Bevilacqua, edito da Castelvecchi, è un testo a più voci da leggere e tenere a portata di mano. Un tempo si sarebbe detto livre de chevet.

Ventidue interventi che raccontano e analizzano i mutamenti sociali, politici, culturali dagli anni Ottanta in poi in Italia e nell’Occidente. Mutamenti che dopo il ventennio Sessanta-Ottanta del secolo scorso hanno trasformato non solo l’Italia ma il globo, portandoci all’infelice situazione di cui l’attuale pandemia potrebbe essere emblema e sintesi. Crollo dell’Unione Sovietica, che con tutti i suoi orrori  ed errori era  pur sempre un argine agli orrori ed errori del capitalismo; fine, con Reagan e Tatcher, e i loro fulminei scimmiottatori, di ogni politica sociale ed emancipativa; rivoluzione tecnologica, con l’elettronica che come la lancia del pelide Achille guarisce e ferisce. Ora si sta realizzando anche il passaggio egemonico da Occidente a Oriente: dopo cinque secoli di predominio dell’Atlantico sembra che sia il Pacifico a diventare il centro del mondo e non è  né sarà un passaggio indolore. Tutto questo dentro una catastrofe ecologica che sembra impossibile scongiurare: come ha scritto tempo fa sul “manifesto” Guido Viale, “il problema è come conciliare la fine del pianeta con la fine del mese”.

Nella prefazione al libro Piero Bevilacqua scrive: “La debolezza dei partiti, la crisi crescente della politica, incapace di incidere, com’era accaduto in passato, sulla condizione di vita dei lavoratori e dei cittadini – poiché il potere si è in gran parte trasferito dallo Stato ai grandi gruppi finanziari, alle corporations, alle multinazionali, ai più vari poteri extraterritoriali – mette gli uomini politici alla perenne ricerca di consenso tra i cittadini, sempre più considerati elettori, piuttosto che soggetti sociali reclamanti bisogni e diritti” (pp. 10-11). In queste parole c’è la sintesi della crisi globale, inclusa  quella del nostro infelice paese.

Le Contronarrazioni passano in rassegna tutti i luoghi comuni  (e quasi sempre biechi) che circolano sulla nostra stampa e sui mezzi di informazione, diventando koiné inverificata, e li rovesciano come un calzino, dati alla mano. Così si passa dai migranti, che con le loro tasse e contributi  danno all’Italia molto più di quanto prendono (nel 2016, a esempio, hanno versato allo Stato 19,1 miliardi mentre hanno ricevuto 4,34 miliardi, con un vantaggio per lo Stato di 14,76 miliardi: cfr. articolo di Ignazio Masulli, Aiutiamoli a casa loro, p.35) allo spopolamento delle aree rurali, in Valpadana, già  granaio d’Italia e ora la zona più inquinata d’Europa, nelle aree interne e nella meravigliosa dorsale appenninica, da Modena all’Aspromonte. (Articolo di Rossano Pazzagli, Tutti al centro, p. 37).

E un’urbanizzazione che dalla fine della guerra a oggi in Italia è cresciuta di oltre 9 volte e mezza, addirittura “nelle tre regioni meridionali ad alta intensità criminale si è registrata un’iperurbanizzazione di oltre tredici volte rispetto a quella esistente nel 1945.” (Alberto Ziparo, La crescita illimitata è irrinunciabile, p. 74).

Tema ripreso da Antonio Battista Sanguineto, La tutela del paesaggio impedisce lo sviluppo economico, p. 59, che ci ricorda che “fra il 1990 e il 2005 ben il 17% (più di 3 milioni e mezzo di ettari) della Superficie agricola utilizzata, la Sau, è stata cementificata o degradata”. E cita come campioni di questa gara di consumo del suolo la Calabria (col 26%) e la Liguria, in testa a tutti con il 45%  (e le cronache quasi quotidiane di frane, smottamenti e crolli confermano l’abnorme percentuale…).

Sanguineto ricorda inoltre il grande esempio di Roosevelt che nel suo New Deal incluse un progetto di restauro del territorio “che impegnò, a partire dal 1933, alcune centinaia di migliaia di ragazzi fra  18 e i 25 anni” e negli anni seguenti “due milioni di giovani lavoratori (…) piantarono 200 milioni di alberi, rifecero gli argini dei torrenti, allestirono laghetti artificiali per la pesca, costruirono dighe e strade di collegamento, scavarono canali per l’irrigazione, gettarono ponti, combatterono le malattie degli alberi, ripulirono spiagge e terreni incolti.” (pp.64-65) In proposito si veda anche, citato in nota, K.K. Patel, Il New Deal. Una storia globale, Einaudi, 2018.

Franco Toscani, poi, in Va tutto bene. Tecnocrazia, capitalismo e nichilismo salveranno il mondo, p. 51, smonta il folle mito della corsa al progresso chiedendosi, sulla scia, tra gli altri, di Heidegger, Günther Anders, Hans Jonas, se proprio si deve davvero fare tutto ciò che si può fare.  Avvertendo  che il tempo è già scaduto. Del resto se un piccolo virus invisibile sta mettendo in ginocchio un pianeta orgogliosamente sicuro di sé…

Si potrebbe continuare a lungo con le citazioni: quasi ogni intervento è un controcanto (documentato) dell’ideologia dominante dagli Ottanta in poi in Occidente e nel nostro sventurato paese. Basta leggere l’intervento di Roberto Budini Gattai, Le grandi opere aiutano lo sviluppo, p. 79, che smantella l’infausta ideologia delle Grandi Opere incarnatasi nella Legge Obiettivo del 2001, voluta da Berlusconi, buccinata anche da quasi tutta la servile stampa italiana e abrogata  dalla Magistratura nel 2016.

Ma ora l’individuo che l’aveva promossa  minaccia pure di candidarsi a Presidente della Repubblica…

Parecchi altri contributi di queste lucide e documentate contronarrazioni dell’ideologia e del potere dominanti andrebbero citati, a partire da quelli di Salvatore Cingari (Prima i meritevoli, p.105), di Luigi Vavalà (La scuola deve preparare al mondo del lavoro, p. 115), di Mario Fiorentini (L’educazione è funzionale alla performance, p. 111) e di Anna Angelucci (Il digitale è la scuola del futuro, p. 127): tutti dedicati allo scempio che l’ideologia dell’efficienza e della meritocrazia ha fatto della scuola italiana, subordinandola non alla formazione delle persone ma allo sviluppo economico.

Il problema è come passare dalla denuncia alla pratica, quindi alla politica, soprattutto in un paese in cui la politica è morta nella corruzione o nella mediocrità e, soprattutto, nell’impotenza. Al punto in cui siamo resta però indispensabile testimoniare, almeno indicando un’alternativa che resti come ideale regolativo.

 

Gli autori

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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