«I care a lot»

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Regia: J Blakeson
Sceneggiatura: J Blakeson
Cast: Rosamunde Pike, Peter Dinklage, Dianne Wiest, Eiza Gonzalez, Macon Blair, Chris Messina
Fotografia: Doug Emmett
Montaggio: Mark Eckersley
Musiche: Mark Canham
Usa, commedia/thriller, 118 minuti

«I care a lot» («Ci tengo molto») è l’espressione più volte pronunciata con tono accorato da Marla Grayson, tutrice legale di anziani non più autosufficienti, apparentemente amorosa nei confronti dei suoi assistiti, in realtà cinica iena. L’attività socialmente utile della Grayson infatti è lo specchio per allodole di una truffa che la parvenza sociale di facciata rende assolutamente redditizia. Con la complicità di medici e responsabili di case di riposo, e grazie anche al burocratico disinteresse delle istituzioni che non sanno andare oltre l’immediata superficie, la protagonista ottiene la tutela di anziani in realtà in perfetta salute e in perfetta autonomia, per spolparli di ogni bene e arricchirsi; le vittime vengono rinchiuse in ospizi, isolate dalla famiglia e controllate in ogni aspetto della loro vita dalla totalmente indifferente burattinaia, la quale intanto sguazza nei loro averi e nelle loro ricchezze. Il gioco va alla grande per la Grayson, fino a quando una preda apparentemente molto ghiotta, una ricca signora in pensione, mostra di essere in realtà un osso molto duro e difficile da masticare; per la tutrice legale inizierà un incubo, per sopravvivere al quale dovrà mettere in campo tutta la sua tenacia, il suo talento calcolatore e la sua aggressività.

Il film di Blakeson, disponibile su Prime Video e fresco di vittoria del Golden Globe per la miglior attrice di una commedia grazie a Rosamunde Pike, porta alla luce la squallida realtà dello sfruttamento di anziani (e non solo) da parte di professionisti della tutela, che negli Stati Uniti non è un caso raro, come dimostra, per esempio, la vicenda di April Parks in Nevada, o l’esistenza stessa di un ente – la Nasga ‒ che mira a sensibilizzare, combattere e prevenire questa mercanzia. Curioso, fra l’altro, vedere come l’home page dell’associazione, piena dei volti delle vittime, sia simile alla parete dell’ufficio della protagonista, piena dei volti delle galline delle uova d’oro che sta spolpando. Forse un riferimento visivo voluto dal regista, che ha dichiarato di essersi ispirato a vicende frequenti, non realizzando però una classica trasposizione di una storia vera, ma una rielaborazione che unisce commedia nera e thriller di malavita, in cui la denuncia più chiara delle vicende si unisce a una riflessione che tocca aspetti più sottili e profondi.

La florida attività della protagonista, e delle figure che hanno ispirato il personaggio, innanzitutto, parte da presupposti assolutamente legali. In I care a lot tutta la seconda parte, la più vicina al thriller, diventa quindi uno scontro tra un gangsterismo lecito e un gangsterismo effettivo, tra una spietatezza legale e una davvero criminale. Significativo è il momento in cui la Greyson si lamenta con l’anziana preda causa di tutto, dopo che un commando ha provato a liberarla dalla casa di riposo, dicendole di non accettare il fatto che i suoi amici hanno giocato sporco, mentre lei ha sempre giocato pulito.

Una frase che permette di cogliere un altro aspetto che il film sfiora; l’apparenza, e nello specifico l’apparenza del “bene”, per cui certi atteggiamenti e comportamenti bastano a garantire giustezza e giustizia, impedendo di andare nell’effettiva sostanza della realtà. Sotto molti aspetti inoltre, a partire dalla sana sigaretta elettronica regolarmente in bocca alle frequenti sessioni in palestra, la Greyson veste quella rispettabilità esteriore e salubre di certa cultura impegnata. Più provocatoria che ambigua è, inoltre, la sottotraccia per cui la freddezza morale della tutrice nasce come reazione a un mondo dominato dai maschi. Il suo è, in qualche modo, un cinismo femminista, altro elemento di bontà di fondo che viene messo in discussione dal gioco sulle apparenze sociali e culturali, e sulle aspettative spettatoriali a riguardo, messo in atto dal film.

Blakeson gioca con gli stereotipi, della realtà, delle narrazioni sociali e culturali e del cinema di riferimento, per creare una situazione in qualche modo paradossale – anche se forse non sempre ha il coraggio di esserlo fino in fondo, I care a lot punta molto sul grottesco – che accentua il cortocircuito di fondo; cioè, che il sogno americano nell’ottica del neocapitalismo ha perso ogni minima bussola etica e morale. Non è più “solo” cinico e arrivista, come nelle classiche figure dei self made man che da sempre tanto cinema statunitense ha dipinto; è diventato sadico e del tutto inconsapevole – e non disinteressato, differenza sostanziale ‒ della minima parvenza etica e morale. È una realtà in cui sono del tutto saltati i confini tra bene e male, oltre che tra il più o meno lecito e il più o meno illecito, che resistono, appunto, solo nelle fallaci apparenze esteriori. È un film infatti in cui, come dice il detto, «il più pulito c’ha la rogna», anziana vittima compresa, pure lei dal cuore nero dietro la linda apparenza di una benestante e tranquilla pensionata.

Lo stile visivo vivace e che tende a superare le righe, dai colori accentuati, che siano quelli solari dei momenti in cui l’attività della protagonista va a gonfie vele o quelli scuri e al neon dei momenti più thriller, sottolinea l’atmosfera paradossale che il cortocircuito di cui sopra provoca. Aldilà di qualche ridondanza e di qualche concessione al didascalismo, più di rappresentazione stilistica che tematico, I care a lot è una riuscita satira in salsa thriller, più inquietante che beffarda, e sicuramente pessimista. Può lasciare un retrogusto un po’ amaro solo il finale che, accennando una sorta di giustizia e di morale, intacca la radicalità di questo pessimismo di fondo.

Edoardo Peretti

Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.

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