Riflessioni sul Decreto Dignità e il lavoro

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Per una utile riflessione sulle dinamiche attuali è necessario ricostruire il quadro dei processi che hanno investito il lavoro da quarant’anni a questa parte, e vederne gli effetti che hanno determinato dal punto di vista dei lavoratori, e cioè della situazione con cui le persone dentro e di fronte al lavoro si trovano a fare i conti per far valere i propri problemi e tentare di affermare un loro punto di vista.

Vediamolo nei suoi tratti essenziali, in modo sintetico ma significativo.

Si è completamente esaurita la credibilità di un quadro globale che assegnava alla politica (radicale o riformista che fosse) il compito di costruire un mondo diverso e alternativo a cui i lavoratori potessero riferirsi.

Nel frattempo a livello sociale era possibile, proprio in nome di quel futuro affidato alla politica, organizzare attraverso l’associazione sindacale, resistenza, difesa e miglioramenti a livello nazionale. Tutto questo è finito, senza possibilità di ritorno.

È interessante notare che ciò è accaduto anche per la forza oppositiva al capitalismo che si sviluppò sulla base di quel modello, ma nel contempo questa forza nell’affermarsi mostrava i limiti intrinseci e l’impossibilità di superarli dentro quello schema.

Sul piano dei processi che investono il lavoro, abbiamo assistito a una progressiva trasformazione della forma impresa e delle attività a essa collegate: frantumazione e frammentazione, delocalizzazione interna e internazionale, presenza di imprese diverse all’interno della stessa impresa, precarietà e difficoltà occupazionali, riorganizzazione di nuove forme di lavoro “autonomo” subordinate o parasubordinate, crescente ruolo della globalizzazione finanziaria (lontana per i lavoratori, ma vicina nei suoi effetti).

Sopra i processi di decentramento e deverticalizzazione (snellimento organizzativo) funzionavano nuove forme di concentrazione e centralizzazione della macchina del comando.

Rispetto all’equilibrio precedente sui cui si era costruita una dimensione di possibile intervento dei lavoratori il quadro cambia.

Il lavoratore si trova espropriato della possibilità di intervenire con il proprio punto di vista. Rischia di non essere più chiara la controparte nei confronti della quale organizzarsi e con quali percorsi unirsi con gli altri lavoratori.

È spesso agevole per imprenditori o manager sfuggire alla responsabilità nei confronti del lavoro.

È favorita la possibilità di schiacciare la dimensione di chi lavora in una chiusa accettazione e identificazione con la realtà imprenditoriale in cui si trova a operare.

Se poi a tutto questo, insieme al quadro globale all’inizio citato, si aggiunge il progressivo indebolimento del contratto nazionale (a sua volta ritagliato su confini categoriali del passato) e il fatto che persino all’interno della stessa azienda vi sono contratti e forme di rapporto di lavoro diverse, la situazione che ne risulta per il lavoratore è evidente.

Nel contempo abbiamo assistito a interventi legislativi sui problemi sociali, sul lavoro e l’impresa (dai diritti, ai contenuti e alle caratteristiche della contrattazione, alla praticabilità di svariate forme di rapporto di lavoro, alla possibilità dei più svariati processi di destrutturazione, alla riduzione del welfare universalistico) con una organica e omogenea tendenza nel segno dell’affermazione del primato assoluto dell’impresa e dell’economia rispetto al lavoro.

Una sistematica riduzione anche per via legislativa dei diritti dei lavoratori che non siano subordinati ai diritti dell’impresa e dell’economia (che è ovviamente quella capitalistica) e la creazione di condizioni particolarmente sfavorevoli alla possibilità di ricostruire un punto di vista alternativo.

Ci limitiamo qui a un parziale elenco degli interventi legislativi attuati dai governi nelle diverse versioni senza apprezzabili differenze sino e oltre il cosiddetto Jobs act.

La cancellazione dell’art. 18 e cioè il ripristino della possibilità di licenziare senza giustificato motivo.

La praticabilità da parte delle imprese della cessione di rami dell’attività interni all’impresa stessa e al suo ciclo.

La cancellazione dell’obbligo alle causali per le assunzioni a tempo determinato, rese utilizzabili senza quindi alcuna distinzione significativa dalle assunzioni a tempo indeterminato.

La messa a disposizione delle imprese di una incredibile serie di forme di rapporto di lavoro, tra cui anche i voucher.

Una sorta di menù di scelte sulle forme di assunzione a disposizione delle imprese senza condizioni.

Interventi fiscali e decontributivi premianti aumenti salariali a livello aziendale (se collegati e derivanti dal conseguimento di obiettivi di “successo” dell’azienda sulla base di meccanismi quasi sempre discriminanti e su cui il margine di intervento dei lavoratori è per lo più inesistente).

A questo punto si aggiungono con analogo premio quote se destinate a forme di sostegno a interventi assicurativi sul piano sociale o a bonus per consumi sociali o anche privati.

È evidente quindi l’effetto punitivo del contratto nazionale (per i cui aumenti non è previsto il vantaggio di cui sopra) e l’invasione dell’autonomia della contrattazione collettiva.

Viene incentivato l’aziendalismo contrapposto alla solidarietà di base con il contratto nazionale.

Nel fare questo non si esita a eludere lo stesso dettato costituzionale sull’intervento della giustizia fiscale.

Nel quadro delle modifiche legislative, come se non bastasse, occorre poi considerare quella molto significativa che con l’art. 8 (introdotto nel decreto del governo Berlusconi del 2011 e poi confermato e inserito nella finanziaria 2012) consente all’impresa di derogare da quanto previsto dal contratto nazionale e persino da normative legislative.

Non è obiettivo di questa riflessione l’approfondimento che pure sarebbe necessario sulle ragioni della scarsa opposizione e anche complicità e corresponsabilità delle forze di “sinistra” (non certo riducibile alla categoria del tradimento), a parte alcuni importanti tentativi di reazione di una parte del sindacato e in particolare della FIOM.

Ci limitiamo qui a citarle.

Ritorniamo invece alla questione da cui siamo partiti:

In quale situazione viene a trovarsi oggi la donna e l’uomo di fronte ai problemi che si trova ad avere e vivere dentro e intorno al lavoro in un mondo i cui connotati generali sono una enorme disuguaglianza, una precarietà generalizzata e divisioni e differenziazioni profonde; un mondo del lavoro che si presenta frammentato e privo di molti diritti fondamentali, esteso rispetto al passato a nuove aree necessarie al profitto e all’economia finanziarizzata, all’interno di condizioni di concorrenza selvaggia a cui ai lavoratori viene richiesto di aderire e sottomettersi?

È qui che bisogna cercare le basi della crisi della politica e della democrazia moderna di massa la cui nascita è stata storicamente connessa alla entrata in scena e al ruolo delle grandi masse legate al lavoro, classi più che genericamente popolo o gente.

Sarebbe utile partire da questo e dalla consapevolezza quindi della estrema difficoltà e complessità nella ricerca di risposte, considerando esaurite le principali esperienze del passato (ripartendo non da zero ma dalla persistenza della domanda su cui ricostruire: l’idea di un mondo in cui si affermino i valori della giustizia sociale, della solidarietà e dell’uguaglianza).

Allo stato attuale, che mi pare predisposto a durare, sono dentro questa situazione le ragioni della crescente affermazione non solo in Italia di culture di destra, anche a livello operaio.

È questo il problema di fondo più che le contingenti dinamiche governative e il tema della durata dell’attuale alleanza di governo, il cui consenso è comunque connesso al quadro descritto.

Considerando anche che è bene sapere che la tradizione della destra europea del Novecento è stata caratterizzata dell’uso della questione sociale per cercare consenso popolare per risposte autoritarie e demagogiche contro politiche centriste, seppure “democratiche”, non in grado però di essere dalla parte degli interessi sociali popolari in campo.

Assumere come base della crisi della sinistra le condizioni elencate all’inizio di questa nota non ci consente di per sé di derivarne le risposte. Consente però di essere consapevoli della profondità della crisi della politica e della democrazia e della consistenza e gravità della deriva di destra e autoritaria in corso.

Favorisce la ricerca di percorsi di ricostruzione che non illudano sulla possibilità di scorciatoie “politiciste” verso il “centro”, in nome della necessità di evitare i pericoli di destra (che semmai verrebbero così favoriti, così come a livello sociale la logica del “meno peggio” ha portato al peggio).

Ci aiuta anche a evitare di riproporsi forme del passato sul problema del “partito” e della rappresentanza, e i diffusi rimpianti sul ripristino di valori nazionalisti.

Le difficoltà del pensiero di “sinistra” nel misurarsi con l’attuale situazione sono rese evidenti da quanto accaduto in questi ultimi mesi a fronte del formarsi del governo “giallo-verde” e dei suoi primi atti, nonostante che lo straordinario successo del referendum sulla Costituzione consentisse una riflessione sulle possibilità di uscire da uno stato di totale impotenza (anche in presenza dei limiti di fondo della situazione).

È forte l’impressione di avere oggettivamente e soggettivamente favorito la necessità di varare un governo di alleanza Lega e 5Stelle onde evitare il rischio di nuove elezioni.

Il problema non era quello di una coalizione di governo alternativa insieme ai 5Stelle (alternativa inesistente), ma la messa in campo di temi di governo su cui confrontarsi e rendere più difficoltosa la convergenza di 5Stelle con Lega e Salvini, in presenza di evidenti diversità e contraddizioni tra le due formazioni ed i reciproci elettorati.

Tra queste senz’altro molte questioni sociali e l’antifascismo, la democrazia e il razzismo, ben sapendo la esplicita (o comunque di fatto fascistoide) collocazione di Salvini.

Non è stata posta alcuna discriminante a destra (come invece accade nei principali paesi europei).

Solo ora (quindi con minore credibilità) viene usato il tema che doveva essere la discriminante di partenza.

D’altra parte analogamente è mancata una preventiva messa in chiaro di scelte governative sul lavoro su cui confrontarsi che non riducessero l’opposizione agli atti del governo a generica opposizione.

Certo questo era difficile per forze che avevano approvato il Jobs act e che non erano disposte a sottoporre a critica le scelte e le politiche fatte dal precedente governo. Per ragioni opposte, infine, non molto dissimile era l’atteggiamento assunto dai residui di “sinistra” fuori dal PD.

In entrambi i casi invece ben differente è parsa la sensibilità sui temi dei diritti civili, una sensibilità di assoluta importanza ma senza una adeguata riflessione sul fatto che il tema dei diritti civili sganciato dai diritti sociali non è sufficiente a rispondere al problema della crisi della democrazia (come è oggi evidente in tutta Europa, e non solo).

Non so se Di Maio avesse davvero avuto l’intenzione di aprire un dialogo con il PD e a sinistra. In tutti i casi gli è stata data la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità dell’eventualità che si trattasse di un “bluff” con l’effetto di favorire l’entrata della Lega di Salvini al governo.

La vicenda del decreto dignità conferma e accentua ancora di più le dinamiche indicate.

Di Maio aveva dichiarato di partenza i propositi che intendeva perseguire con il decreto.

Nonostante la debolezza dei contenuti dichiarati, tra cui l’assenza del ripristino dell’art. 18, vi è stato un attacco ai contenuti generalizzato (da destra e da sinistra) anche in presenza di alcuni intenti interessanti in quanto contrastanti con le scelte precedenti e con il Jobs act, che in precedenza si erano venute affermando sul lavoro senza vero contrasto.

La critica più aggressiva è venuta non a caso dalle associazioni imprenditoriali, dell’industria e del commercio.

Solo una parte dei sindacati ha espresso interesse a uno sviluppo positivo di alcuni degli intenti dichiarati, mantenendo giustamente un giudizio critico sulla debolezza e i limiti complessivi dell’orientamento di partenza.

Si è determinata una situazione che ha favorito modifiche nelle scelte finali tradotte in decreto e legge che, oltre a confermare i limiti generali e l’assenza di questioni in precedenza evocate e di grande importanza, hanno chiaramente indebolito i punti più interessanti, con in più lo scandaloso rilancio della vergognosa forma dei voucher in settori che, semmai, meriterebbero di andare finalmente alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro.

Nel richiamare questi aspetti ci riferiamo in particolare al contrasto dei processi di delocalizzazione, alla reintroduzione delle causali con limiti temporali per le assunzioni a tempo determinato e al problema dell’utilizzo di forme di somministrazione di manodopera.

Sono questioni che intervengono su alcuni dei tanti terreni che, come elencato in precedenza, hanno concorso a dare via libera all’arbitrio nelle scelte delle imprese nei confronti del lavoro.

È utile notare che le associazioni imprenditoriali hanno via via modificato l’aspro giudizio negativo di partenza fino a vantare come un successo le modifiche ottenute nei testi finali del decreto e della legge.

Sui processi di delocalizzazione le sanzioni nei confronti di aziende che delocalizzino attività svolte in Italia e che usufruiscano o abbiano usufruito di forme di agevolazione pubblica si applicano sanzioni sulle delocalizzazioni fuori dall’Europa e con date notevolmente diluite. Il quadro delle sanzioni si indebolisce molto (se non del tutto) per le delocalizzazioni che avvengono nei paesi dell’area dell’Unione Europea (cioè le più rilevanti).

È vero che le attuali regole europee rendono ovviamente più complicato intervenire sulle scelte delle imprese nel muoversi tra un Paese e l’altro dell’Unione in rapporto alle conseguenze sul lavoro (considerate le basi su cui è stata costruita l’Europa), ma questa poteva essere l’occasione per aprire dentro l’Europa anche su questo versante il problema e sostenere modifiche delle attuali regole, evitando di risolvere tutto chiudendosi nella comoda distinzione tra i rassegnati all’Europa così com’è e i cosiddetti “sovranisti”.

Sono poi reintrodotte le causali per cui le assunzioni a tempo determinato debbano prevedere ragioni (giustificato motivo) e necessità transitorie dell’impresa e un tempo massimo di utilizzo oltre il quale si procede all’assunzione a tempo indeterminato.

È una modifica importante rispetto alla cancellazione della causale attuata dai precedenti governi, per cui all’impresa veniva data piena libertà sulla scelta della forma di assunzione del lavoratore.

Nel testo finale della legge vi sono punti che, pur mantenendo il concetto, ne indeboliscono gli effetti di applicazione, ad esempio, con il fatto che la nuova situazione non si applica per i periodi già intercorsi e comunque è previsto che la causale non vada considerata per il primo anno.

Tra l’altro va anche considerato che i vari contratti prevedono, all’inizio dell’assunzione definitiva, periodi di prova che sono stati molto allungati negli ultimi decenni.

È evidente comunque che la reintroduzione della causale e dei tempi massimi restituisce, su questo aspetto, al lavoratore e all’intervento contrattuale uno spazio che limita l’arbitrio dell’impresa.

Infine sulla somministrazione di manodopera (da azienda/agenzia fornitrice ad azienda utilizzatrice) le intenzioni dichiarate da Di Maio e le prime bozze erano simili a quelle previste per le clausole sul tempo determinato, con in più una evidente ostilità verso questa forma di relazione fra aziende che si traduceva in alcune specifiche norme.

Questi aspetti si sono persi per strada nel testo finale con esplicito plauso della Confindustria (molto sensibile su questo punto), pur conservando caratteristiche analoghe a quelle previste per le causali.

In conclusione, sulle questioni del decreto e (ora legge) contro le dichiarate intenzioni di partenza sono pesantemente intervenuti con successo forze politiche, organi di (dis)informazione e varie associazioni imprenditoriali; è stato invece del tutto scarso, se non inesistente, il ruolo di forze e pensiero della “sinistra”, che sono parsi più impegnati alla propaganda contro il governo che a richiamare Di Maio, alle sue responsabilità sulla base della messa in campo di propri, precisi e concreti contenuti anche rispetto ai tanti temi non affrontati.

È uno scenario che rischia di ripetersi nei prossimi mesi, su problemi di grande spessore come la politica fiscale e contributiva, il rapporto con il problema previdenziale e della sanità pubblica, il tema ambientale e i tanti altri inerenti il lavoro e lo sviluppo. A breve termine tra l’altro si pone, inoltre, il tema di un decreto di prolungamento dei tempi praticabili per la cassa integrazione, che stanno per scadere per scelta del precedente governo con l’effetto di decine di migliaia di licenziamenti alle porte.

La questione non è la ovvia opposizione a questa formazione governativa, ma la qualità dell’opposizione e la capacità di non apparire come se si fosse solo in attesa del divaricarsi di laceranti contrasti nella maggioranza e di illusorie rivincite elettorali senza chiarire il merito della propria opposizione.

Le dinamiche che hanno accompagnato la vicenda “decreto” sino alla forte accentuazione dei limiti, confermata e accentuata nel testo finale (a cui si aggiunge la pesante introduzione dei voucher) inducono a considerazioni sulla affidabilità di Di Maio, sia nel caso che abbia strumentalmente e consapevolmente bluffato, sia che abbia subito gli effetti dei contrasti di cui prima e del mancato ruolo da sinistra.

Ciò di cui però intendo occuparmi nell’ultima parte di questa riflessione è utilizzare quello che è accaduto come occasione nella ricerca di tracce utili per far luce sulle basi generali delle difficoltà nel ricostruire una pratica e un pensiero “di sinistra” intorno ai problemi del lavoro. Ovviamente si poteva comunque fare di meglio, anche all’interno dell’attuale situazione, utilizzandola per chiarire concrete iniziative di governo da assumere e fare conoscere al Paese esercitando un ruolo di pressione e contrasto.

In parte è ciò che ha fatto la CGIL.

Mi interessa però, di più, sottolineare la netta predominanza, ancora e anche a “sinistra” in quasi tutte le svariate forme, di un approccio politico tradizionale sui problemi del lavoro in cui la sfida è su chi si propone di più o di meno (in forme radicali o moderate) di fare il bene dei lavoratori.

A me pare una cultura del tutto insufficiente per tentare di avviare un percorso di ricostruzione in quanto ignora le condizioni che si sono determinate (e che abbiamo tentato di illustrare nella parte iniziale di questa nota) sul mondo che oggi si presenta all’uomo e alla donna di fronte e dentro il lavoro, anzi i lavori.

Un percorso di ricostruzione parte solo dal prendere atto che si sono affermati (ormai da molti decenni) processi, e condizioni conseguenti, che rendono molto complicata, per il lavoratore e la lavoratrice, la credibilità sulla possibilità di una capacità collettiva di intervento sulla realtà per far valere un proprio punto di vista sulla base di valori di giustizia sociale, uguaglianza e solidarietà.

È solo la riemersione di questa soggettività che può riaprire una dialettica di conflitto sociale nel confronto capitale/lavoro come base di una effettiva democrazia.

Su questo percorso dovrebbe ormai essere sufficientemente chiaro che non può essere riproposto il modello del passato (anche nelle diverse versioni).

Non si può che passare attraverso la capacità di favorire la possibilità dei lavoratori di essere protagonisti insostituibili di processi di riunificazione del lavoro e di affermazione di un proprio autonomo punto di vista.

Ciò non vuol dire negare il ruolo di forze politiche, sindacali e comunque associative, ma concepirlo come al servizio di questo percorso e processo con proprie idee, proposte ed elaborazioni, senza però pretendere di sostituire e prevaricare nelle richieste e nei risultati la decisiva verifica democratica della partecipazione e del consenso dei lavoratori e delle lavoratrici interessati.

Per dirla in termini semplificati e molto sintetici si potrebbe riassumere con “non promettere di fare il bene dei lavoratori, ma favorire le condizioni per cui lavoratori e lavoratrici possano farsi del bene”.

È questo approccio che si presenta anche in questa fase ancora quasi inesistente, come dimostra anche il caso preso in esame in questa nota sulle dinamiche che hanno portato alla legge sul lavoro.

Hanno prevalso di partenza ragioni determinate comunque da uno schema di opposizione politica generale a prescindere dall’opposizione politica di merito su questo o quel punto.

Sulle causali, sulla somministrazione di manodopera e sulle delocalizzazioni è stato quasi assente l’argomento che si trattava di giusti diritti e di rafforzamento della possibilità per il lavoratore e la lavoratrice di esercitare maggiore potere contrattuale.

Quando venivano (debolmente) difesi prevaleva l’argomento che non solo non ostacolavano produttività, sviluppo e occupazione, ma anzi favorivano anche le imprese.

Sono problemi senz’altro da tenere in considerazione, ma che non possono mettere in discussione l’interesse prioritario dell’affermazione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e delle condizioni con cui poterle esercitare.

Diversamente viene messa in campo una sorta di inversione dei valori e del carattere dialettico dei processi, con la riproposizione di un antico schema per cui il giudizio e l’affermazione dei diritti e delle conquiste del lavoro potevano esserci solo se di partenza corrispondenti anche ai reali “interessi” dell’impresa, dell’economia e dello sviluppo.

Non credo che in una fase come quella descritta questo schema possa funzionare, tanto meno nell’impedire la deriva a destra in atto in Italia, in Europa (e nel mondo della globalizzazione finanziaria).

Certo le condizioni per aprire un percorso a un processo di ricostruzione sono molto difficili ed è giusto esserne consapevoli senza illusioni.

È possibile tracciare però i terreni fondamentali su cui impegnarsi e cogliere i segnali della realtà che paiono contribuire a rendere interessante la fase attuale rispetto al futuro da costruire.

I segnali più interessanti compaiono soprattutto nella dimensione sociale e sindacale piuttosto che in quella politica, partitica e istituzionale. Possono forse meglio segnalare le dinamiche da seguire con particolare attenzione.

La dimensione sindacale è quella potenzialmente più aperta a possibili decisivi contributi; nonostante tutto, per sua natura, mantiene una presenza di massa e di diffusa su tutto il territorio nazionale, da un punto di vista interno alle vicende storiche del movimento operaio. È quanto recentemente accaduto nel caso del referendum costituzionale.

Ne contempo però questo (forse possibile) ruolo è pesantemente contraddetto dal forte istinto conservativo e burocratizzante proprio delle grandi organizzazioni, che sino ad ora ha quasi sempre prevalso rispetto alla necessità di coraggiose aperture i cui esiti quasi mai ovviamente possono essere garantibili di partenza.

È comunque rilevante che la CGIL abbia messo tra le questioni centrali dell’attuale dibattito congressuale, il rafforzamento della sua autonomia e il non affidarsi a questo o a quel partito e a questo o a quel governo, insieme al proporsi come sindacato coalizione di tutti i lavori per una riunificazione del lavoro come fatto processuale e non slogan propagandistico, da perseguire su basi europeiste senza alternative nazionaliste.

È importante che in questo quadro venga posto il problema di un sindacato che si doti di una propria idea di società da perseguire (per chi, per cosa, come) e di un sindacato che ponga con chiarezza i diritti nel lavoro come diritti delle donne e degli uomini e in questo senso la democrazia sociale a partire dal diritto vincolante di tutti i lavoratori e le lavoratrici di partecipare e decidere sulle richieste e gli accordi. Ovviamente una cosa è avere collocato questi temi nel dibattito congressuale, altra cosa è la coerenza, tutt’altro che scontata, nel perseguirli.

Vi sono poi anche su importanti terreni come quello culturale segnali di un certo interesse (non archeologico) di attenzione e approfondimento nella ricostruzione e riflessione su esperienze del movimento operaio che possono essere utili per il percorso qui delineato.

Tra gli altri, voglio qui ricordare il recente contributo di Salvatore Cannavò con il libro Mutualismo (ed. Alegre)

Sul piano dei movimenti sulla condizione di lavoro non possiamo certo ignorare le recenti lotte nel mondo dei “lavoretti” (il mondo della cosiddetta “gig economy”) e dei Riders, nell’area della logistica e gli scioperi e iniziative sui migranti in particolare in Puglia e in Calabria.

Infine segnaliamo con particolare interesse la comparsa di primi importanti movimenti di lotta organizzati europei. È il caso del mondo Amazon e in quello Ryanair (privo però di una significativa presenza italiana).

In conclusione la realtà su cui siamo chiamati a misurarci pur partendo da un severo esame della situazione e delle nostre non superficiali difficoltà e proprio perché consapevoli dei gravissimi rischi degenerativi, non ammette che ci si possa limitare a osservarne dall’esterno gli sviluppi senza cercare di cogliere tutti gli spazi possibili che favoriscano la ripresa di protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici che rimettano al centro i valori della democrazia, della giustizia sociale e della solidarietà.

dicembre 2018