C’è un’immagine che racchiude più di ogni analisi il paradosso che si manifesta ad Aliano ad agosto di ogni anno: per alcune notti i calanchi si accendono di luci, poesia, musica gitana e klezmer, migliaia di persone giovani risalgono i vicoli di un paese che sulla carta conta ottocento abitanti ma di effettivi ne ha la metà; poi, il festival finisce, e tutto tace. Le case tornano vuote, i balconi muti, il paese torna a essere quello che è per i restanti trecentosessanta giorni dell’anno, con qualche euro in più in tasca e la stessa emorragia demografica di sempre. È in questo scarto, in questa ciclicità che non redime nulla, che si può leggere una parabola sorprendentemente camusiana: quella di Sisifo condannato a spingere il masso, ogni anno, fino alla cima dell’agosto lucano, per vederlo rotolare di nuovo a valle il giorno dopo e restare a valle per tutto il resto del tempo.
“La Luna e i Calanchi” nasce ad Aliano, il paese dove Carlo Levi fu confinato e che scelse come propria sepoltura, sotto la regia di Franco Arminio, teorico della paesologia. È, nelle intenzioni, una “cerimonia” più che un festival: poesia, impegno civile, la comunità come protagonista. Ma la realtà materiale che lo sostiene racconta un’altra storia, più stridente. Nelle prime edizioni il festival è stato finanziato da Eni e Fondazione Mattei, e buona parte della rigenerazione urbana del borgo – i restauri, il museo Carlo Levi – è passata dalle royalties regionali sulle estrazioni petrolifere della Val d’Agri, lo stesso denaro che una popolazione ormai disillusa da anni di trivelle associa non alla ricchezza ma a un territorio ferito, contaminato, tradito nelle sue promesse di sviluppo. Non è un dettaglio: è il cuore assurdo della vicenda, nel senso più propriamente camusiano del termine. Albert Camus definiva l’assurdo come la distanza incolmabile tra il bisogno umano di senso e il silenzio irragionevole del mondo; la constatazione che chiedere unità e coerenza a una realtà che non le offre produce uno strappo, una frattura logica che non si può sanare ma solo abitare con lucidità. Ad Aliano l’assurdo prende una forma quasi didascalica: un festival che parla di riscatto dei luoghi marginali, finanziato, almeno in parte, dagli stessi meccanismi economici che quei luoghi li hanno impoveriti e inquinati. Chi in piazza tempo fa ha provato a nominare la discarica di percolato a pochi chilometri dal paese, o le trivelle, si sente rispondere che non è “il momento adatto”. L’assurdo, qui, non è un concetto filosofico astratto: è una scena di piazza, un prete zittito, un microfono che cambia argomento.
Camus, posto il problema dell’assurdo, ne trae una conclusione che spiazza: non bisogna concludere che nulla ha senso, quindi tutto è permesso o tutto è vano, bisogna vivere l’assurdo fino in fondo, senza scorciatoie consolatorie. Le due scorciatoie che Camus rifiuta sono il suicidio, cioè la fuga dalla contraddizione tramite la sua eliminazione, e il “suicidio filosofico”, cioè il salto nella fede o nell’illusione che ricuce artificialmente lo strappo. Applicato alla questione di Aliano, questo schema illumina due tentazioni opposte e ugualmente sterili: da un lato il cinismo di chi liquida il festival come pura operazione di greenwashing culturale e vorrebbe che non si facesse affatto (il “suicidio”, negare il valore di qualunque gesto perché imperfetto); dall’altro la retorica edificante di chi racconta l’evento come una favola di riscatto dei paesi, senza mai nominare le royalties, le trivelle, lo spopolamento strutturale che nessuna manciata di giorni d’agosto potrà mai invertire (il “salto”, la fede consolatoria nella narrazione). La terza via che Camus indica è la rivolta: non la ribellione distruttiva, ma la lucidità di chi continua ad agire pur sapendo che l’assurdo non si risolve, perché è nell’azione stessa, non nel suo esito garantito, che sta il senso. È forse questa la chiave più onesta per leggere il festival di Arminio: non un fallimento da condannare né un successo da celebrare acriticamente, ma un gesto ostinato, ripetuto ogni anno, di fronte a un problema – lo spopolamento delle aree interne – che perfino i documenti governativi hanno iniziato a descrivere come “irreversibile”. Continuare a fare il festival, sapendo che da solo non basterà mai a invertire la curva demografica, è in fondo un atto di rivolta camusiana: un rifiuto di arrendersi alla rassegnazione istituzionale, pur senza l’illusione di poter risolvere il problema con la poesia e la musica gitana.
Se la rivolta camusiana rifiuta tanto il cinismo quanto la favola consolatoria, resta da capire in cosa consista concretamente una terza via che non sia solo un esercizio di equilibrismo filosofico. Qui soccorre la riflessione di Rossano Pazzagli, storico del territorio e tra le voci più lucide sul tema delle aree interne italiane. Pazzagli osserva che allo spopolamento non si può rispondere con un astratto ripopolamento, né con politiche calate dall’alto da chi non conosce la vita nei territori – un’osservazione che si attaglia perfettamente al rischio implicito in un festival costruito attorno a un’unica regia carismatica, per quanto radicata (forzatamente) nel luogo. La sua proposta sposta l’accento dal numero degli abitanti al processo: non si tratta di perseguire un difficile ripopolamento delle aree interne, ma di attivare processi di rigenerazione dei piccoli Comuni, ridando loro voce. È una distinzione che vale come criterio di verifica per lo stesso Sisifo di Aliano: un festival “rigenera” se restituisce voce e sovranità al paese ben oltre le giornate d’agosto; si limita a “ripopolare” temporaneamente, svuotandosi puntualmente subito dopo, se resta un evento importato, per quanto ben intenzionato. Pazzagli arriva persino a interrogare il linguaggio con cui raccontiamo questi luoghi, notando come la locuzione stessa di “aree interne” sia forse impropriamente utilizzata per un fenomeno di spopolamento ben più profondo e di lungo periodo, un’attenzione lessicale non dissimile dal sospetto verso la parola “borgo”, troppo spesso già ridotta a etichetta da cartolina.
Ma qui si apre la domanda più scomoda, quella che la retorica del “rilancio dei borghi” preferisce non porsi: la rivolta di Sisifo, in Camus, è feconda perché è lui a spingere il masso, è la sua stessa energia, il suo rapporto diretto con lo sforzo, a produrre l’unica forma di dignità e persino di felicità possibile; “bisogna immaginare Sisifo felice”, scrive Camus, perché è il gesto stesso, posseduto pienamente dal protagonista, a dargli senso. Il problema di Aliano è che il masso, ad agosto, non lo spinge il paese: lo spinge un direttore artistico che arriva con il proprio pubblico, il proprio calendario, la propria regia, e se ne va con esso. Il paese non è Sisifo: è la montagna. È il teatro su cui si consuma lo sforzo di qualcun altro, per pochi giorni, prima che tutto torni silenzioso per il resto dell’anno. Ed è questo lo scarto che rende l’operazione ambigua anche nella sua declinazione più nobile: un evento identitario costruito attorno alla voce e alla regia di un’unica figura carismatica – per quanto sinceramente animata da amore per il territorio – rischia strutturalmente di produrre un contenitore spettacolare più che un processo di comunità capace di sopravvivere al passaggio della carovana. La differenza tra rigenerazione autentica e turistificazione temporanea sta proprio qui: se la sovranità sul cambiamento resta concentrata in chi arriva, performa e riparte, il paese resta ricettore passivo di un flusso stagionale, non soggetto di un progetto che gli appartenga negli undici mesi che seguono. E allora la domanda da porsi non è se il festival “funzioni”, ma per chi funzioni, e per quanto tempo dopo che le luci si sono spente.
C’è infine un ultimo pericolo, forse il più insidioso, che l’ottica camusiana aiuta a nominare con precisione: quello dell’alibi. Se l’assurdo va abitato con lucidità e non con l’autoinganno, allora il rischio più grave per un’operazione come questa non è essere imperfetta – lo sarà sempre, come ogni gesto umano di fronte a un problema strutturale – ma diventare comoda copertura per l’inazione altrui. Un festival fotogenico, capace di produrre immagini di piazze piene e giovani entusiasti per pochi giorni l’anno, permette a tutti – istituzioni regionali comprese, con le loro royalties investite più in spesa corrente che in sviluppo strutturale – di dichiarare che “qualcosa si sta facendo” per le aree interne, senza dover affrontare le vere leve che trattengono le persone in un luogo tutto l’anno: lavoro, sanità, scuola, infrastrutture. La lucidità camusiana consisterebbe, allora, nel continuare a fare il festival, perché il gesto ha valore anche senza garanzia di successo, ma senza mai scambiarlo per una soluzione, e continuando a chiedere, magari anche sul palco, perché no, di petrolio, di discariche, di spopolamento vero. Bisogna immaginare Aliano felice, si potrebbe dire parafrasando Camus, ma solo se quella felicità nasce da un paese che torna a essere protagonista del proprio masso non solo quando le telecamere sono accese, e non semplice sfondo argilloso su cui, per una manciata di notti, altri vengono a scattarsi la fotografia della propria rivolta.


Analisi giusta, la stessoa varrebbe anche per lo sponz festival che si tiene a Calitri.