«Su tutto il territorio regionale è vietato compiere, con mezzi motorizzati, percorsi fuoristrada. Tale divieto è esteso anche ai sentieri di montagna e alle mulattiere, nonché alle piste e strade forestali che sono segnalate ai sensi della legge regionale 12 agosto 1981, n. 27 e della legge regionale 9 agosto 1989, n. 45». Così recita la legge n. 32/1982 della Regione Piemonte. Mi viene da pensare che un divieto analogo esista in tutte le regioni della penisola, ma limitiamoci al Piemonte e in particolare alle piste agro-silvo-pastorali, cui Pro Natura Torino dedicò un apposito saggio nel 1994.
E prendiamo le mosse dal fatto che la legislazione in materia negli anni si sia notevolmente ammorbidita. Infatti, la legge succitata del 1981 prevedeva tutta una serie di cautele per aprire una pista (ad esempio, nel caso di esbosco la possibilità di valutare altri mezzi che non fossero la pista, esempio le teleferiche) e la esplicita possibilità di apporre una chiudenda all’inizio della pista, in modo da riservare il passaggio ai soli aventi diritto. Tutto questo è scomparso con la norma del 1989. Il risultato è che a inizio pista voi troverete solo l’avviso di divieto di transito ai sensi della legislazione vigente e nulla più.
Ora, considerate un qualsiasi comune montano del Piemonte di quanti effettivi di polizia municipale possa disporre. Considerate che le guardie ecologiche e le guardie venatorie sono figure di volontari e in numero decisamente ridotto rispetto a decenni addietro. Considerate che anche i carabinieri forestali (diciamo grazie alla riforma di Marianna Madia) sono diminuiti di numero. Considerate tutto questo, e considerate altresì che siamo un popolo latino che i divieti se può non li rispetta (non per niente troverete delle scritte con cui si intima che è “severamente vietato” e non semplicemente “vietato”), ed avrete questo risultato: sulle piste in Piemonte transitano automezzi e motociclette in pressoché assoluta libertà/impunità. Ne ho avuto la riprova questa estate. Due esempi fra i tanti: alta Valle Susa, pista agro-silvo-pastorale che sale da Ruilles al Colle Chabaud: sembrerebbe impraticabile tanto è sconnessa, eppure ecco passarci accanto dei suv, anche un Mercedes, e poi moto. Alta Val Chisone, strada sterrata che da Sestrieres sale al Col Basset: nei giorni in cui è chiusa al traffico veicolare è tranquillamente percorsa.
Ora, tutto questo alle amministrazioni comunali è perfettamente noto: e allora domandiamoci. Perché, oltre al cartello, non apporre la famosa chiudenda (sempre possibile), ossia la sbarra con lucchetto, dimodoché sia consentito il transito solo agli aventi diritto? Se non lo si fa molto probabilmente la risposta risiede in quella sostanziale disattenzione (ad essere buoni) all’ambiente che accomuna il legislatore agli amministratori locali.
