Un angolo di paradiso in pericolo: il Vallone di Sea

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«Il tempo millenario abita qui, e quando si mette piede nel Vallone si avverte qualche cosa di unico e impenetrabile, affascinante come può esserlo soltanto ciò che è fuori dall’umano». Con queste poche ma sentite parole, Gian Carlo Grassi, uno dei maggiori alpinisti italiani, anni fa descriveva il Vallone di Sea, una delle ultime aree wilderness dell’arco alpino occidentale, in Val Grande di Lanzo. Perché il Vallone è proprio così. Fuori dall’umano. Con quella sua selvaticità, quelle pareti a precipizio. Un angolo di paradiso, e in qualche modo anche di inferno.

Ma non sembrano pensarla così gli amministratori del comune entro cui ricade il Vallone, Groscavallo. Amministratori che si sono fatti finanziare un progetto per mettere fine all’isolamento, cogliendo l’occasione del fatto che vi sono degli alpeggi abbandonati di proprietà pubblica. Orbene, chi frequenta da decenni le nostre Alpi sa benissimo (e lo sanno anche gli amministratori) che non basta una strada per rendere appetibile il ritorno ai monti e, quand’anche ci fosse il ritorno, le baite spesso vengono abbandonate dopo che sono state rese agibili con soldi della collettività. L’arco alpino occidentale è pieno di strade che terminano nel nulla o che raggiungono alpeggi ristrutturati ma deserti. La ragione delle strade peraltro è semplice, quasi sempre: dare lavoro a un’impresa locale. E poi chissenefrega se sarà utile o meno.

Nel caso, il Comune di Groscavallo ci provò già trent’anni fa, nel 1994, proponendo una strada (le chiamano “piste” ma sono solo strade sterrate) che avrebbe rovinato l’intero Vallone. Poi il progetto fu abbandonato anche per la sollevazione delle associazioni ambientaliste. In seguito si volle realizzare una centralina idroelettrica: progetto abbandonato anch’esso. Adesso ci riprova di nuovo con la strada che raggiungerebbe le prime baite abbandonate, Gias Balma Massiet (per ora, ma «con la prospettiva di una sua prosecuzione al fine di raggiungere gli alpeggi successivi salendo lungo il vallone di Sea»).

La redditività del progetto è per lo meno dubbia. In più ci sono i vincoli da rispettare. Ma al di là di questi aspetti economici e giuridici, il punto è il valore inestimabile di uno dei pochi paesaggi intatti delle Alpi occidentali. Perché la wilderness, e comunque la natura, è un valore in sé e il termine “valorizzare” è una contraddizione in termini. Senza contare che un angolo di natura integro può anche portare vantaggi economici con il turismo dolce. Ma questo è secondario rispetto al concetto principe: la sensibilità di un amministratore dovrebbe riuscire a integrarsi nell’elemento naturale e comprenderne l’importanza. Per il presente, ma anche per il futuro, per figli e nipoti.

Ha senso barattare un angolo magico di natura per un po’ di lavoro, per di più ipotetico, di un margaro? Domanda ovviamente pleonastica. Vedremo. Intanto, il 21 maggio scorso è stata proposta, sull’assurdità della pista, un’interrogazione alla Camera da parte dei deputati Mauro Berruto e Marco Simiani.

Gli autori

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: "Piste o peste"; "Disastro autostrada"; "Torino. Oltre le apparenze"; "Verde clandestino"; "Loro e noi. Storie di umani e altri animali"; "Il mare privato". Come unico autore: "Regole minime per sopravvivere"; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni"; "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo". Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

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