Mario Carrara, professore antifascista: un’iniziativa per ricordarlo

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Un gruppo di cittadini torinesi ha deciso di onorare la figura di Mario Carrara (e quella della moglie Paola) con varie iniziative che ne mantengano viva la memoria. In particolare è in atto un progetto per collocare nel parco a lui dedicato fin dal lontano 1946 (il più grande parco pubblico di Torino, detto comunemente della Pellerina) dei pannelli esplicativi dedicati lui e alla moglie affinché i fruitori del parco possano conoscere ed amare chi tanto ha operato per far sì che noi potessimo, oggi e in futuro, in piena libertà, conoscere e amare. In questo contesto il 2 giugno, alla Pellerina, sarà organizzata, in collaborazione con l’Anpi Martinetto e la Circoscrizione IV, una passeggiata storica che rievocherà la vita e le opere di Carrara. Conviene qui ricordarle.

Il professore e medico Mario Carrara (1866-1937) fu uno dei 12 professori universitari che, nel 1931, si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Un giuramento ideato e promosso dal filosofo fascista Giovanni Gentile. Il professor Carrara perse il suo lavoro, divenendo di fatto un nemico del fascismo, regime a cui si oppose anche la moglie Paola Lombroso (1871-1954), figlia del celebre Cesare, eccellente pedagogista, ideatrice del Corriere dei piccoli e delle “Bibliotechine rurali”, destinate a incentivare la lettura fra i bambini delle classi sociali più povere. Ecco le parole che Mario scrisse nella lettera al Rettore dell’Università di Torino per motivare la sua posizione di netto rifiuto del giuramento di fedeltà al regime:

Illustrissimo signor Rettore,
ricevo dalla S. V. l’invito a prestare giuramento secondo il disposto dell’art. 18 del Regio Decreto-Legge 1227 del 28 agosto 1931; ma debbo con rincrescimento informarla delle ragioni che mi trattengono dall’aderirvi. Se, come appare dal contesto dell’articolo citato, con la nuova formula mi si chiede di contrarre impegni di natura prettamente politica, debbo fare osservare che questi sono del tutto estranei alla materia esclusivamente tecnica del mio insegnamento; almeno quale ho impartito ormai per lunghi anni e con risultati, che non sta a me valutare, ma di cui la mia coscienza è paga. Tale era, del resto, il mio stretto dovere di sereno cultore di scienza ed insegnante; dovere che assunsi volenterosamente entrando nella Università dello Stato, e che sarò ben lieto di continuare ad assolvere ancora, se potrò farlo con animo sgombro da ogni preoccupazione e con quella libertà di indirizzo che è necessaria ad ogni attività di pensiero.

La vicenda del giuramento ideato da Giovanni Gentile e imposto ai docenti universitari italiani è uno snodo storico che merita un opportuno approfondimento, anche perché mette bene in luce la tempra morale di Mario Carrara. Riprendo dal bel saggio di Franco Capozzi (che contiene anche una ampia ed eccellente bibliografia) il passo dedicato a questa vicenda:

Il regio decreto contenente l’obbligo di giuramento per i professori universitari entra in vigore il primo novembre 1931. Le due più significative iniziative intraprese contro questa imposizione coinvolgono entrambe, in maniera più o meno diretta, Carrara. L’8 novembre 1931 Francesco Ruffini, professore di Diritto ecclesiastico a Torino, scrive una lettera al premio Nobel Albert Einstein, suo ex collega alla Commissione internazionale di cooperazione intellettuale della Società delle nazioni, pregandolo di intervenire in aiuto dei professori italiani. È Carrara che, per evitare che la lettera venga intercettata dalla censura postale, parte il giorno dopo per Ginevra portando con sé la lettera di Ruffini. Una volta giunto a destinazione, Carrara consegna la lettera al cognato Guglielmo Ferrero, espatriato in Svizzera l’anno prima, che la invia con uno scritto di accompagnamento ad Einstein.
La reazione dello scienziato tedesco non si fa attendere. Il 16 novembre 1931 Einstein scrive al ministro della giustizia Alfredo Rocco pregandolo di consigliare a Mussolini di «risparmiare al fiore dell’intelletto italiano un’umiliazione simile». Nella lettera osserva che è «nell’interesse dello Stato italiano e del suo prestigio agli occhi del mondo» che «i leali servitori della verità scientifica vengano lasciati in pace» e ricorda come «la ricerca della verità scientifica, svincolata dagli interessi materiali di tutti i giorni, dovrebbe essere sacra a ogni governo». Commentando questa vicenda nel suo diario Einstein scrive: «Eccellente risposta in tedesco, ma la cosa resta comunque una idiozia da gente incolta». E con lungimiranza aggiunge: «Bei tempi ci aspettano in Europa». A Ginevra Carrara non si limita a consegnare al cognato la lettera di Ruffini. Sappiamo infatti da una lettera scritta da Gina Lombroso al figlio Leo Ferrero che Carrara è giunto in Svizzera con lo scopo di «combinare qualcosa per questo giuramento che incombe come un incubo sui professori». Insieme ai cognati Gina Lombroso e Guglielmo Ferrero e a Egidio Reale, Carrara decide di lanciare un appello alla commissione internazionale di cooperazione intellettuale in cui si chiede di «aiutare gli uomini di scienza italiani nella difesa della loro libertà intellettuale». L’appello, che ottiene in poche settimane più di 1260 adesioni da tutto il mondo (900 delle quali provenienti dalla sola Spagna), preoccupa lo stesso Mussolini, che in un telegramma del 6 dicembre 1931 indirizzato a tutti gli ambasciatori e ministri plenipotenziari all’estero scrive: «Si sta inscenando con punto di partenza Ginevra una nuova montatura contro il governo fascista a proposito giuramento professori università. [] Se occorre bisogna sventare questa nuova campagna tendenziosa antifascista».
La Commissione risponde all’appello nel gennaio del 1932, quando Carrara e i suoi colleghi non giuranti sono già stati espulsi dall’università, con parole ignave: «Non è compito della Società delle Nazioni immischiarsi nelle questioni particolari degli stati».
(F. Capozzi, Mario Carrara, l’erede di Lombroso che non giurò fedeltà al fascismo, in “Rivista di storia dell’Università di Torino”, ISSN 2281-2164, vol X, n. 2, 2021)

La posizione di rifiuto di Mario Carrara ebbe una certa risonanza e sostegno da parte del mondo antifascista, ad esempio da parte di Nello Rosselli e di sua madre Amalia Pincherle Moravia, amica di lunga data di Paola Lombroso. Anche esponenti del mondo universitario espressero solidarietà: uno fra tutti Alberto Ziveri, libero docente di Psichiatria e neuropatologia dell’università di Macerata, e dunque non sottoposto all’obbligo di giurare, che esprime con queste parole la sua ammirazione per Carrara: «In questi tristi momenti il conoscere che esistono ancora persone che hanno conservato il senso della dignità umana, che non sono degli schiavi vergognosamente umili di una aberrante concezione paranoide, produce una soddisfazione e una consolazione non piccole; è per ciò un dovere essere solidali con uomini come Lei».

Le conseguenze di questo gesto per la famiglia Carrara non si fecero attendere: la posta e le telefonate furono messe sotto controllo, la loro casa fu perquisita ben due volte, nel ‘35 e nel ‘36, fino a giungere all’arresto di Mario, come esponente di spicco del movimento “Giustizia e Libertà”, il 13 ottobre del ‘36. Il professore aveva 70 anni ed era in precarie condizioni di salute. Fu condotto alle carceri Nuove di Torino, proprio il carcere in cui aveva svolto il suo ruolo di medico e aiutato con scaltrezza molti detenuti politici. Morì il 10 giugno 1937.

Del tutto opposta la “carriera” politica di Giovanni Gentile, a cui il Governo italiano, il 10 aprile di quest’anno, ha deciso di dedicare un francobollo commemorativo. Giovanni Gentile fu convinto interventista alla Prima guerra mondiale, estimatore di Mussolini al quale il 31 maggio 1923 scrisse: «Mi sono dovuto persuadere che il liberalismo […] non è oggi rappresentato in Italia dai liberali, che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma per l’appunto da Lei». Fu Ministro della Pubblica Istruzione nel governo fascista fra il 1922 e il 1924, ideatore di persecuzioni politiche e licenziamenti contro insegnanti antifascisti e di una riforma scolastica classista, definita dallo stesso Mussolini «la più fascista delle riforme». Fu ideatore nel 1925 del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, a cui si contrappose Benedetto Croce con il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” (firmato, per inciso, anche da Mario e Paola Carrara); fu il direttore scientifico dell’Enciclopedia italiana (a proposito della quale nel 1933 rassicurò Mussolini che a nessuno non iscritto al Partito fascista «è dato inserire una sola parola nel testo»). Fu l’organizzatore della Conferenza di Roma con il ministro tedesco Hans Frank, esponente nazista, cui espresse pubblicamente “piena adesione”; fu fervente ammiratore di Hitler, elogiato in un discorso ufficiale del 19 marzo 1944 come “condottiero della grande Germania”. E infine fu sostenitore ferreo della Repubblica di Salò nel novembre del 1943. Gentile venne ucciso a Firenze da sette partigiani gappisti nell’aprile del 1944.
Se, ad oggi, la sua uccisione (poi sconfessata dal Cln toscano) appare atto di esecrabile violenza, inopportuna ed esecrabile appare la sua “nobilitazione” e commemorazione voluta dal nostro Governo tramite l’emissione di un francobollo a lui dedicato. In una solenne cerimonia, alla presenza dei vertici di Poste Spa e del Poligrafico dello Stato, il Ministro della cultura (sic!) Sangiuliano ha definito il fascista Giovanni Gentile «il più importante intellettuale italiano insieme a Benedetto Croce». Evito ogni commento che lascio alle sensibilità dei lettori.

Gli autori

Claudia Peirone

Claudia Peirone, insegnante di lettere in pensione, ha fatto parte del Comitato torinese per la difesa della Costituzione, dell'associazione CoAbitare e del Movimento per la decrescita felice.

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