La “primavera di Catania”: un caso di postdemocrazia?

image_pdfimage_print

C’è stato un momento della sua storia in cui Catania assurse agli onori della ribalta nazionale non per i suoi record negativi – come la quantità di spazzatura per le strade o in generale la cattiva amministrazione – bensì per essere stata protagonista di un tentato rinnovamento che ebbe modo di estendersi per quasi due legislature (dal 1993 a tutto il 1999), grazie anche a quel senso di liberazione dai vincoli della vecchia politica e dei tradizionali partiti che era stato l’effetto della stagione di “mani pulite”. Siamo nella seconda metà degli anni Novanta, quando i Comuni interpretarono un grande protagonismo; tra di essi fu proprio Catania una delle città maggiormente presenti sulla scena nazionale, rivestendo la sua esperienza, con tutti i suoi errori e realizzazioni positive, utili lezioni che possono avere un valore significativo per capire le contraddizioni e i limiti che incontra la sinistra quando si tratta di gestire in concreto una realtà complessa e piena di interessi contrastanti, specie nella realtà meridionale.

Di questa vicenda – ancora poco oggetto di studio – ci dà una testimonianza in presa diretta uno dei suoi maggiori protagonisti, Paolino Maniscalco nel volume L’occasione perduta. Ricordi di un assessore della primavera di Catania (Algra Editore, 2023), che ricoprì uno degli incarichi più delicati e difficili, quello di curare la Nettezza Urbana, proprio il settore nel quale Catania si era distinta in negativo battendo ogni record nazionale e forse anche internazionale. Nell’essere riuscito a eliminare dalle strade la munnizza (come si dice a Catania) e aver reso finalmente la città pulita, come hanno riconosciuto gli stessi avversari politici, il merito che maggiormente rimane nella memoria dei cittadini catanesi, visto anche il disastro che proprio in questo settore subentrò alla sua gestione. Non ci interessa qui andare a ripercorrere le vicende di questa stagione, del resto ben ricostruite dall’autore. Cerchiamo invece di lumeggiare alcuni aspetti di tale vicenda che possono essere paradigmatici e servire da insegnamento a futura memoria.

Iniziamo dal simbolo di tale stagione, identificato nel sindaco Enzo Bianco, il cui travolgente successo amministrativo lo portò a diventare prima presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e, quindi, ad essere promosso (dicembre 1999) ministro dell’Interno nel Governo D’Alema, con conseguenti dimissioni da primo cittadino, così segnando in modo decisivo la fine della primavera di Catania e il sopraggiungere dell’inverno con la disastrosa sindacatura dell’allora medico di Berlusconi, Umberto Scapagnini. La conseguenza fu che, nonostante le sue realizzazioni, la “primavera” non fece sbocciare fiori né tanto meno portò frutti; come ammette lo stesso Maniscalco, non si riuscì «a scardinare il sistema di potere della nostra città né a far diventare i catanesi rispettosi degli altri e delle regole» (p. 15). Resta la domanda se, sulle basi di quanto già fatto, sarebbe stato possibile negli anni successivi portare a compimento tale difficile compito. Ma la decisione (e l’ambizione) di Bianco portò alla sua fine: è stato questo uno dei tre più significativi errori diagnosticati dall’autore quali motivi fondamentali dell’incompiutezza dell’opera, proprio quando – dopo aver assestato la macchina amministrativa – era giunto il momento di procedere più spediti. Al danno di per sé delle dimissioni di Bianco, si accompagnarono le sue indecisioni circa la designazione del successore, che voleva fosse un suo uomo, dando così l’impressione di voler eterodirigerlo anche da ministro. Nonostante questi incidenti di percorso, tuttavia, l’ottimismo regnava e si pensava che il candidato sul quale alla fine si era trovato l’accordo avrebbe potuto farcela grazie alle sue qualità intrinseche. Non si aveva il polso della situazione, sicché si andò incontro a una inaspettata e amara sconfitta che portò alla sciagura di Scapagnini, capace di sciupare in pochi anni quel che di buono era stato fatto e portando anche al dissesto le finanze del comune.

Un altro dei tre errori diagnosticati dall’autore, che però ha inciso maggiormente nei primi anni della Giunta, è stata la divisione del fronte progressista ad opera de La Rete (“i puri” di Leoluca Orlando), che ha messo in difficoltà la Giunta, in minoranza nel Consiglio, in nome dell’egoismo di partito, delle ambizioni personali e della regola che pare da sempre governare le forze progressiste, per le quali il principale nemico è non la destra, ma «colui che gli sta a fianco» (p. 28).

Infine, terzo decisivo errore della “primavera”: l’essere stati assorbiti così tanto dall’attività amministrativa, da dimenticare il rapporto con i cittadini, che pure era stato alla base del successo elettorale con il coinvolgimento delle associazioni, dal quale era nato il “patto per Catania”. A sanare questo iato che si andava formando non contribuiva certo la personalità di Bianco «fondata non sul coinvolgimento ma sul ghe pensi mi» (p. 145). Le stesse associazioni che avevano sostenuto il progetto erano passate dall’esplicito appoggio e dalle critiche alle singole scelte a una progressiva delusione e distacco, specie con la seconda sindacatura (1998-1999), a cui non si poteva rimediare con le strutture di partito sempre più evanescenti, specie a sinistra, a seguito della discutibile scelta di una “organizzazione leggera”, voluta soprattutto da Veltroni. La “ossessione del fare” ha risucchiato nel gorgo delle incombenze quotidiane e dei labirinti burocratici gli amministratori volenterosi, facendo loro dimenticare una regola che la destra ha avuto sempre ben presente: non è la correttezza amministrativa e l’anonimo interesse generale a premiare, ma la visibilità politica e l’interlocuzione, anche personale, con i singoli, la gratificazione che questi pensano di ricevere anche solo avendo prestata attenzione o udienza dal politico. Il fatto di consegnare o di firmare le lettere in cui si comunica l’accoglimento dovuto di una richiesta, non lasciandone l’incombenza a un funzionario, fa parte di quella sapienza politica posseduta dalla destra ma assente nella sinistra, votata solo all’efficienza amministrativa. E infatti, i vecchi assessori ci tenevano molto a questa prassi; e, commenta Maniscalco, «alla luce dei risultati elettorali del 2000, debbo dire che erano più saggi di me» (p. 49). Nella società dello spettacolo l’apparire è molto più importante dell’essere, l’annuncio più decisivo della realizzazione, non le buone pratiche e la riorganizzazione che veniva effettuata dell’attività amministrativa.

E qui veniamo al punto cruciale che sta al fondo dell’occasione perduta: l’incapacità di creare consenso a fronte della “furbizia” del centrodestra che aveva saputo, attraverso i “patronati”, diffondere sul territorio una rete di assistenza e di vicinanza al cittadino che non solo lo aiutava nello svolgimento delle pratiche, ma ne orientava il voto facendogli credere che quanto dovuto e i servizi offerti fossero un generoso omaggio o interessamento del politico di riferimento a cui faceva capo uno o più patronati. Così le sezioni di partito e le segreterie politiche furono di fatto sostituite dai patronati, e poi anche dai CAF, mentre le forze di sinistra si erano private col tempo di terminali capaci di comunicare col territorio e di intercettare le esigenze e gli umori dei cittadini, di avvertire quel “sentire della gente” che ha più peso della razionalità nella riorganizzazione dei servizi. Inoltre il centrodestra favorì e seppe sfruttare a pieno il cambiamento del sistema elettorale, che passò dal voto disgiunto con due schede a quello con un’unica scheda, con l’effetto di trascinamento: il voto per i consiglieri di una lista sarebbe stato automaticamente assegnato al candidato sindaco cui essa era collegata. L’astuzia di moltiplicare le liste e quindi i candidati fece esplodere il voto di preferenza per quest’ultimi con l’effetto di convogliare i voti sul sindaco Scapagnini, come dimostra l’attenta lettura delle schede elettorali: quelle a favore della destra nella maggior parte dei casi davano solo la preferenza a un consigliere della lista, con pochi voti solo per il sindaco, mentre i voti a favore della sinistra mostravano l’andamento opposto. È questo un fenomeno tipico, almeno nel Mezzogiorno, dove il voto degli elettori di centrodestra è generalmente rivolto alla persona mentre quello degli elettori di sinistra è rivolto al partito e, solo in pochi casi, viene aggiunto un voto di preferenza.

Tale incapacità di creare consenso non giustifica però del tutto l’impossibilità della Giunta di creare un movimento d’opinione a sé favorevole, specie nel mondo imprenditoriale, degli industriali e dei commercianti. I primi, poco avvezzi alla reale concorrenza, se non a parole, «aspiravano ad avere amministratori che eseguissero le loro richieste pedissequamente» (p. 280), secondo un modello di azione che a livello globale ha portato a quella che è stata chiamata postdemocrazia: in essa «sopravvivono tutte le forme democratiche compreso, cosa molto importante, lo stato di diritto – ma l’elettorato rimane passivo, si astiene da qualsiasi fastidioso attivismo e non esprime una società civile sufficientemente vivace da creare delle controlobby che contrastino l’attività silenziosa portata avanti, nei corridoi del governo, dagli interessi economici» (C. Crouch, Combattere la postdemocrazia, Laterza, 2020, p. 48). Questo è vero a livello globale e con i grossi gruppi finanziari e bancari – portando a quel potere delle lobby che ho già descritto in un mio precedente articolo (Dalla democrazia alla lobbycrazia, www.aldousblog.it ) – ma ha anche riflessi più caserecci a livello locale con una classe politica al servizio degli interessi dei grossi gruppi economici operanti sul territorio; o come avviene con i commercianti, singolarmente meno rilevanti e però fondamentali per creare consenso, perché più diffusi sul territorio. A tutti costoro dà fastidio una politica “forte”, che voglia avere una funzione decisiva nel regolamentare e condurre su binari di correttezza e trasparenza l’attività economica e amministrativa, cioè una politica che sia poco disponibile ad assecondare i voleri del “mercato”, che poi coincidono con quelli dei mercatori. Quando, ad esempio, la Giunta cercava di introdurre la gestione pubblica delle discariche, così toccando i consolidati interessi dei proprietari delle stesse, spesso inquinati dalla mafia; la giustificazione di chi ad esse si opponeva era sempre la solita ricetta del neoliberismo: «bisognava smetterla con l’intervento pubblico che era la malattia e non la cura etc., la solita solfa della ‘teologia neoliberista’» (p. 295); e così «la cieca difesa degli interessi di imprese fuori mercato e dei padroni delle discariche è costata a noi siciliani vent’anni di ritardi, bollette salatissime e spazzatura per strada» (p. 297).

Peccato che proprio la sinistra si sia fatta catturare da questa teologia, contribuendo per suo conto allo smantellamento dell’intervento pubblico in nome dell’efficienza del privato, sempre e comunque, più ancora di quanto fatto dalla destra (dimentichiamo forse con quale governo sono state fatte le grandi privatizzazioni?). Una efficienza più frutto di propaganda ideologica che reale, come dimostrano i processi di ripubblicizzazione di servizi e attività prima privatizzati in gran parte del mondo (cfr. S. Kishimoto e O. Petitjean, Il ritorno alla gestione pubblica dei servizi di base. Comuni e cittadini chiudono il capitolo privatizzazioni, Transnational Institute et al., 2017, ma si veda anche G. Caprio: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/12/06/servizi-pubblici-locali-il-bluff-della-privatizzazione/).

Tuttavia la predilezione alla coltivazione del “proprio orticello” non è una malapianta che alligna solo tra gli imprenditori; è un male assai diffuso, che interessa anche i cittadini meno compromessi col potere e di solito onesti. Ne è spia quanto dice lo stesso Maniscalco: «Quando qualcuno che viene da fuori mi chiede come mai amministratori che hanno portato la città al disastro continuano ad essere votati gli rispondo, in modo volutamente disorientante, che vincono le elezioni proprio perché amministrano male: in una città dove non funziona nulla e non c’è più la speranza di un cambiamento, tanta gente si è rassegnata ad affidarsi a un protettore, a cercare un rapporto diretto con chi occupa la stanza dei bottoni» (p. 319). È questa la situazione che ho in un mio precedente articolo definito come la “disfunzione funzionale”, illustrandola proprio con l’ultima batosta elettorale subita dalla sinistra alle elezioni comunali di Catania del 2023 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/06/05/ragionando-sullennesima-batosta-elettorale-catania-ad-esempio/). Infatti, solo nello spazio vuoto dell’inefficienza il potere politico trova lo spazio della mediazione; solo grazie alla micro-illegalità diffusa è possibile consolidare il proprio potere attraverso il “non-intervento”. Solo quando le istituzioni non funzionano, l’ente pubblico è inefficiente e la società è frammentata istituzionalmente in ambiti separati, tanto più è necessaria la mediazione politica, tanto più il singolo cittadino ha bisogno del patronage (la funzione dei “patronati” e dei CAF, per l’appunto). Ciascuno, insomma, nella sua nicchia professionale, territoriale o settoriale trova il modo di godere di privilegi che lo convincono sulla non convenienza del cambiamento complessivo. I commercianti che si oppongono ad ogni regolamentazione del traffico non fanno che difendere il proprio orticello, il proprio piccolo privilegio e se ne infischiano della maggiore razionalità del piano di circolazione o dei vantaggi complessivi per la cittadinanza. La lotta alla mafia, che porta al crollo delle grandi imprese dei cavalieri del lavoro, crea il malcontento dei lavoratori che si vedono ormai in mezzo alla strada: in questi casi o si è in grado di dare risposte sostitutive, senza rinviare a un nebuloso e incerto futuro; oppure si deve avere la forza e la capacità di esercitare una egemonia tale da fornire una forte motivazione ideologica che renda tollerabile l’attesa del cambiamento rendendo pronti a scontare anche una certa quantità di difficoltà iniziali, affrontando il necessario periodo di “transizione”.

In assenza di una prospettiva complessiva, di un movimento politico capace di motivare e di rendere salda la voglia del cambiamento, fornito di una impalcatura culturale e organizzativa in grado di tenere legati a sé cittadini e lavoratori, non può che trionfare quel “particulare” che – riconosce amaramente Maniscalco – la destra, con molta più furbizia, ha imparato a sfruttare; i suoi esponenti hanno «capito che in una città che non funziona è più facile mantenere il potere e hanno focalizzato loro attività non sull’amministrazione ma su come controllare l’elettorato: questo è il focus del loro lavoro; poi nei ritagli di tempo si occupano del resto» (p. 319).

In fondo, si domanda Maniscalco, «ma chi me lo fa fare?» (p. 96). Eh, sì, chi lo ha spinto a lavorare come il cavallo Godrano (p. 77) per poi ricavarne delusioni e magari qualche inchiesta giudiziaria (che sempre lo ha visto uscire indenne)? La risposta è semplice e per molti comprensibile: in fondo egli viene da una generazione in cui la politica non era un affare o un’impresa nella quale scommettere il proprio “capitale umano” per ricavarne vantaggi, come recitava una copertina di Capital del 1980 dove l’immagine a piena pagina di Claudio Martelli poneva la domanda “conviene darsi alla politica?”. Ebbene se la domanda a cui rispondere è questa, allora certo Maniscalco ha fatto un investimento sbagliato. Se invece la politica si inserisce in un orizzonte di senso nel quale la propria esistenza acquista significato e vale la pena di essere vissuta, allora ne è valsa la pena, perché se è vero con Platone che «una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta», è altrettanto vero che una vita senza il calore della passione politica è un grigio e oscuro affaticarsi nel quotidiano.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, professore di Storia della filosofia nella Facoltà di Scienze della Formazione di Catania, è stato presidente nazionale della Società Filosofica Italiana.

Guarda gli altri post di:

3 Comments on “La “primavera di Catania”: un caso di postdemocrazia?”

  1. scusa ma considerare Bianco leader di sinistra è francamente un ossimoro !!!
    E’ stato un corrotto e politico di destra sia come sindaco sia come ministro dell’interno …

  2. Dispiace dovere dire che il libro di
    Maniscalco, pur condivisibile in taluni
    aspetti, muovendo da impressioni del tutto
    personali e condizionato dal carattere
    schivo e diffidente dell’autore, non è riuscito a raccontare oggettivamente e
    compiutamente quello straordinario
    periodo della nostra città e ritengo azzardato provare a fare una analisi storico politica leggendo degli appunti raccolti in momenti limitati e particolari spesso lontani dalla realtà vissuta in quegli anni. Ed in tal senso, ad esempio, sostenere che uno degli errori, anzi l’errore più grave, sia stato la divisione del fronte progressista per colpa de “La Rete” è una affermazione fantasiosa, un ricordo appannato dell’epoca. In Consiglio comunale solo grazie al contributo, anche critico, dei consiglieri de La Rete (5 su 60) il centrosinistra riuscì ad avere un ruolo dignitoso e di supporto alla giunta. Maniscalco, come Bianco, aveva una grande difficoltà di relazione con i consiglieri e questo si andrebbe analizzato.

  3. Non considero libri se non dal punto di vista dell’oggetto questi prodotti certamente degni di considerazione. Hanno il valore di cronache dal punto di vista del proprio vissuto e delle proprie speranze, aspettative e delusioni.
    Poco meno che raccolte giornalistiche. Stima e apprezzamenmto per il lavoro di Paolino Maniscalco assessore pro tempore, altrettanto quanto il lavoro di Maurizio Palermo Capo dell’Ufficio di Piano Regolatore con la consulenza di Pier Luigi Cervellati. Questi “libri” sono utili da tenere in conto per chi ha in programma di svolgere ricerche documentali attendibili a partire dalle indicazioni che in quelli sono contenute. Scienza e storia della politica e Urbanistica e storia dell’urbanistica sono un bel po’ in più. Al tempo, poi , è vero come si legge in altro commento, che temperamenti un po’ involuti e riservati non hanno di certo contribuito a promuovere coinvolgimento e partecipazione e quindi a determinare massa critica. Io c’ero. E ci sono ancora.

Comments are closed.