Reggio Emilia. Le elezioni comunali e la doppia crisi del PD e del M5S

A Reggio Emilia la data delle ormai prossime elezioni europee coincide con quella delle elezioni comunali. Per la città si tratta di un appuntamento delicato, che potrebbe mettere fine a un’esperienza che ha visto ininterrottamente la sinistra d’origine comunista al governo della città fin dall’immediato dopoguerra. Con prevedibili ripercussioni sul resto dei comuni della provincia.

Già nelle scorse elezioni comunali le cose non si erano messe tanto bene per la larghissima coalizione di forze che per la seconda volta si erano raggruppate intorno al sindaco PD Luca Vecchi, costretto per la prima volta all’onta del ballottaggio, in uno spareggio che alla fine lo aveva visto facile vincitore contro una destra insipida e raccogliticcia, andata allo spareggio solo per la diserzione dalla campagna elettorale di un M5S inspiegabilmente rinunciatario.

Il risultato è stato un ulteriore coerente slittamento del governo locale lungo le strade aperte da quell’incontro fra ex-PCI ed ex-DC locali, avvenuto all’inizio degli anni ’90 dopo la vittoria a livello centrale di Berlusconi, che aveva realizzato un vero e proprio laboratorio che, poco dopo, aveva fatto da battistrada al progetto nazionale prodiano. E all’interno del quale ci si annusò, si verificò la vicinanza e la vera e propria contiguità dei punti di vista delle due componenti sulla gestione del governo locale. E su questi presupposti si stilarono quegli accordi in base ai quali furono definite, sempre sotto il segno della provvisorietà, le ‘zone d’influenza’ delle varie componenti. In questo modo si subordinò la stesura dei programmi a questi accordi, come se questi fossero i bisogni reali della città. Si partì con l’accordo sulla prescuola che aprì la gestione delle scuole materne più belle del mondo alle private, fra le quali ovviamente la parte del leone fu fatta dalle private cattoliche. Con un silenzio assordante sui destini del resto della scuola reggiana. Seguirono a ruota, le aperture al privato no profit e profit (cioè rispettivamente al privato sociale “d’area”, facente capo cioè a questo o a quel potentato locale) e agli ospedali e alle cliniche convenzionate con l’Ausl; la cementificazione della città, con le conseguenti pesantissime situazioni di stress ecologico, e di accentuato rischio sul piano delle infiltrazioni ndranghetiste (come poi hanno dimostrato numerose inchieste giudiziarie); la finanziarizzazione dell’economia, e il suo allontanamento sia dall’economia reale che dal territorio locale, che rappresenta una gravissima rottura con una significativa tradizione del capitalismo reggiano; e infine l’assalto forsennato ai beni comuni, che ha in Iren il suo caposaldo, e che consiste essenzialmente nella finanziarizzazione dei servizi e nella privatizzazione dell’acqua, in tandem con l’alta finanza. Sono questi i principali vettori intorno ai quali si è cementato in questi 25 anni il nuovo blocco sociale che costituisce la base su cui poggia oggi il potere locale a Reggio Emilia.

Si tratta di un corpaccione snervato e senz’anima. Che viene dopo una lunga galoppata che aveva visto, dal ’45 alla fine della Prima Repubblica, il PCI e la sinistra locali capaci di immaginare, programmare e realizzare un insieme di riforme a favore dei lavoratori e dei deboli (si pensi innanzitutto al welfare reggiano) in una città sottoposta a un poderoso processo di trasformazione, che, nell’arco di due sole generazioni, da contadina e protoindustriale diventò dapprima industriale, poi postindustriale e terziarizzata, e alla fine multiculturale. Riuscendo a governare le sfide e le metamorfosi cui era andata incontro nello stesso periodo la città: la sua stessa struttura urbana, la famiglia, i servizi, la società. E a farlo evitando quella disgregazione sociale cui sono andati incontro territori come il Veneto, in cui nello stesso lasso di tempo i cambiamenti sono stati altrettanto rapidi.

Oggi, dunque, siamo in presenza di un corpaccione senz’anima e senza progetto, che gode ancora della fama derivante dalle sperimentazioni e dalle realizzazioni dei primi decenni post-bellici, ma che ha perso ogni spinta ideale, ogni volontà di disporsi dalla parte dei lavoratori e dei deboli, cercando, col passare delle consiliature, di agglomerare un treno di interessi i cui compartimenti possono essere aggregati in maniera diversa a seconda delle opportunità del momento. Lasciando la città in balìa di ciò che si va spontaneamente e pericolosamente aggrumando in base alle esigenze del mercato. Si veda ad esempio ciò che sta avvenendo sul piano dell’immigrazione, laddove l’accoglienza dei migranti è stata delegata al privato sociale; la scuola sta cercando faticosamente di favorire il processo di inculturazione e acculturazione delle seconde generazioni; ma il mercato del lavoro appare come poco presidiato e fortemente compartimentato, con le due aree del lavoro somministrato e del lavoro nero – fortemente presenti in città e in provincia – che comprendono principalmente gli immigrati, pericolosamente abbandonati a se stessi, in condizioni spesso semi-schiavistiche, e sottoposti a forme più o meno evidenti di caporalato.

Ora pare che al PD locale non basti più mettere in fila i vari gruppuscoli che è riuscito ad aggregare fin dall’inizio del 2000. L’elemento di discontinuità è rappresentato in tutta la regione dalle elezioni del 2019 e del 2020, che, se si considerano l’altissimo numero degli astenuti e la perdita della maggioranza da parte del PD in un numero esorbitante di comuni, è molto più drammatico di quanto dicano i risultati finali di queste due ultime elezioni. Si sta aprendo un varco. E questo spiega il perché di un appello al M5S, che già appare sui giornali, e che per ora vede quest’ultimo silente. Da una parte pesa il flop del Movimento nel 2019, dall’altra l’ennesimo rinnovamento del gruppo dirigente locale, che nel frattempo ha perso molti aderenti e militanti. Il pericolo è che il M5S diventi la terza gamba di quest’alleanza basata su interessi che – come abbiamo visto – poco hanno a che vedere con quelli degli strati popolari che li hanno votati, e soprattutto delle fiere battaglie che hanno fatto anche qui a Reggio. A partire dalla lotta del M5S locale contro l’IREN che vide in prima fila, in piazza Prampolini, proprio Beppe Grillo contro Graziano Delrio.

Gli autori

Leonardo (Dino) Angelini

Leonardo (Dino) Angelini, psicologo psicoterapeuta, ha studiato Sociologia a Trento e Gruppoanalisi presso la Sgai di Milano. Vive a Reggio Emilia, dove dal 1971 ha lavorato dapprima nel CIM di Jervis, e successivamente nell’Ausl occupandosi sempre di bambini, adolescenti, famiglie, pre-scuola e scuola. È stato responsabile del Consultorio Giovani dell’Ausl di Reggio Emilia.

Guarda gli altri post di: