Firenze, o cara

Quando ho cominciato a insegnare ho lavorato per un istituto tecnico del Comune di Firenze. Lo stipendio lo andavo a prendere proprio in Palazzo Vecchio. Una busta con i soldi in contanti. Andavo in bici la mattina presto, prima di entrare a scuola o nel giorno libero. La città era bellissima. La luce tersa delle mattine, i negozi che stavano per aprire, qualcuno a sistemare le vetrine, qualcun altro che puliva il marciapiede davanti all’entrata. La pace del circo prima dello spettacolo. Il languore del tempo che sembra sospeso nei gesti intimi di apertura sul mondo.

Amavo pazzamente abitare nel centro di Firenze. Era la mia città. Una volta, giovanissimo, avevo portato degli amici conosciuti in campeggio al mercato di San Lorenzo. Strade strette, piene di bancarelle. A un certo punto il mercato sfociava in Piazza del Duomo. Io andavo avanti tranquillamente, loro si bloccarono. Nel sole, il cielo azzurro dietro il Battistero, la piazza era di una bellezza che toglieva il fiato.

In un magnifico libro di Marco Revelli, Non ti riconosco, si racconta del panorama dell’Italia post-industriale, sostituita da mega centri commerciali, spesso abbandonati. Cattedrali del nulla che hanno riempito il vuoto di vuoto. La desolazione del circo dopo lo spettacolo. Penso si potrebbe dire anche di Firenze, non ti riconosco più. Si potrebbe dire di molti centri storici. Un tempo abitati, vissuti di vita vera, bella da conoscere anche per il turismo, non modellati sulle esigenze del consumo di passaggio. Non dominati dalla ricerca paradossale dell’uguale: i grandi brand, presenti nella stessa forma in tutte le grandi città, a soddisfare il vizio assurdo di cercare sempre un’identità di massa, impersonale, anche nell’altrove.

Qualche settimana fa a Firenze è iniziata la raccolta delle firme necessarie a chiedere un referendum consultivo per abolire due articoli delle norme urbanistiche che rendono ai fondi di investimento molto facile, scavalcando qualunque discussione e deliberazione collettiva, la realizzazione di student-hotel di extra lusso che poi diventano strutture ricettive per una clientela d’élite. Molti spazi della città, le ville storiche di maggior valore, rischiano di essere destinate a questa “riqualificazione”: al triste destino del lusso. E il centro di Firenze si spoglia di fiorentine e fiorentini, cacciati altrove dalla razionalità miserabile della rendita. La raccolta delle firme è stata all’esordio un incredibile successo. Ne ha parlato tutta la stampa locale. Occorrevano 100 firme per proporre il referendum al Comune, in un solo pomeriggio, tre ore, ne sono state raccolte 600.

Avevo dei dubbi sull’iniziativa promossa da Firenze Città Aperta. Da tempo i tentativi di creare un movimento, spingere alla protesta a partire dalla materialità della sofferenza economica, mi sembravano cadere nel vuoto. Troppe le sconfitte subite, troppo il disincanto diffuso. Si è quasi naturalizzata l’ingiustizia, la disuguaglianza. Troppo lontana la società dai decisori istituzionali, troppo vuota di rappresentanza la sfera politica. Siamo entrati nel tempo dell’ormai: inutile provare ancora, non c’è più niente da fare. Fine della speranza quindi della lotta.

E però qui si parlava di una città. Della propria città. In un bel libro di Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, si cita George Orwell per distinguere patriottismo da nazionalismo. Il patriottismo di Orwell in Omaggio alla Catalogna non ha nulla a che fare con la potenza o la grandezza dello Stato. È legame intimo, affettivo, con il paesaggio, le campagne, le case. È legame d’amore con i tuoi luoghi, non svalorizzazione o desiderio di dominio su altri popoli o Stati.

A Firenze probabilmente non manca una certa dose orgoglio e presunzione. E tuttavia credo che qui abbia giocato e giochi un patriottismo buono. Quello affettivo, amoroso, che ha a che fare con qualcosa che si porta dentro. Chi viveva nel centro storico poteva andare incontro anche a un bel po’ di disagi – scale ripide, parcheggi avventurosi, caos notturno –, però se dalle sue finestre vedeva il giardino di Boboli o San Miniato a Monte quella bellezza era sua. Non importava neppure che la guardasse, la sentiva. Gli apparteneva in qualche modo. Lo faceva cittadino di quella città, membro di una comunità, di una polis che aveva una storia. Che era quella storia. Qualcosa di grande quanto di intimo e personale.

Con queste firme credo non si sia trattato di sensibilizzare la città, con l’atteggiamento pedagogico spesso tipico della sinistra. Semplicemente si è intercettata una sensibilità, dato voce pubblica a un sentimento: l’amore ferito verso la città che adesso sembra espellerti per fare posto ad altri, con più potere d’acquisto. La tua città, che non riconosci più. Non si tratta di una questione solo economica. La perdita è quella di una identità, di qualcosa che ci appartiene e a cui si appartiene. Che fa parte, come tutto ciò che si ama, di quello che siamo. È un po’ come sentirsi mutilati.

E alla fine, in ogni caso, esserci nel conflitto sarà ritrovarsi interi, costruire comunità politica a partire da qualcosa che esiste e resiste: il bisogno di una vita vera collettiva. L’amore per i tetti, le piazze, le strade. Una finestra che si apre e ti mostra dove sei, chi sei e con chi.

Gli autori

Andrea Bagni

Già docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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One Comment on “Firenze, o cara”

  1. Andrea Bagni, con la sua sensibilità, la sua sapienza e la capacità di interpretare gli accadimenti, ha saputo esprimere ciò che ciascuno di noi firmatari dell’ appello “SALVIAMO FIRENZE, promosso da Firenze Città Aperta per richiedere un referendum consultivo, aveva in animo nel sottoscrivere i quesiti oggetto dello stesso. Bagni, delineata la lontananza della società dai decisori istituzionali ed il vuoto di rappresentanza della sfera politica, conclude amaramente ” fine della speranza, fine della lotta “. Ma così non ha da essere, proprio perchè
    ” esserci nel conflitto sarà ritrovarci interi, costruire comunità politica “: è ciò che auspichiamo, grazie Andrea

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