Il Comune di Torino, il debito per derivati e il coraggio di don Abbondio

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I contratti derivati stipulati dal Comune di Torino nei primi anni 2000, durante l’amministrazione del sindaco Chiamparino, e rinnovati intorno al 2006 (https://volerelaluna.it/talpa5/2018/07/13/la-crisi-finanziaria-del-comune-di-torino-ragioni-e-prospettive/), continuano a danneggiare il bilancio comunale di ogni anno. La perdita per l’anno 2021 è stata di 16 milioni di euro; dal 2016 per ciascun anno la perdita ha superato i 15 milioni di euro; dall’inizio dell’avventura il totale delle perdite comunali ha superato i 153 milioni di euro. I contratti derivati – come noto – sono strumenti finanziari il cui valore dipende dall’andamento di un’attività sottostante (finanziaria o reale) e, poiché il capitale dei mutui a cui sono ancorati i derivati stipulati dal Comune di Torino è in costante diminuzione, la percentuale di perdita sugli stessi ha raggiunto il 3,6% annuo, come se fosse un secondo tasso di interesse.

In questo quadro e nella totale assenza di iniziative da parte del Comune di Torino, si è inserita a metà ottobre una sorprendente sentenza (di primo grado) di un tribunale londinese presieduto dal giudice Foxton. La causa opponeva le banche Dexia e Intesa San Paolo (toh, chi si rivede!) al Comune di Venezia, rappresentato dall’attuale sindaco Luigi Brugnaro, di centrodestra. La cosa curiosa è rappresentata dal fatto che a ricorrere al Tribunale di Londra sono state le due banche che (per ora) hanno perso la causa. Ma quel che qui interessa è che l’oggetto del contendere è perfettamente sovrapponibile a quello dei derivati stipulati nello stesso periodo dal Comune di Torino, guarda caso con le stesse banche.

L’Amministrazione di Venezia, allora di centrosinistra, aveva stipulato due derivati collegati a due mutui di 85 e 40 milioni circa, per tutelarsi dal rischio di un previsto aumento dei tassi di interesse, che poi non si è mai verificato. Anzi per anni il tasso favorevole alle banche, l’Euribor a sei mesi, è stato negativo e anche oggi supera di poco il 2%. Inoltre i nuovi derivati assorbivano un precedente derivato in perdita per il Comune per 7,5 milioni di euro, portando tale perdita a carico delle banche. Dall’analisi delle operazioni il giudice deduce che il Comune intendeva proteggersi dall’aumento dei tassi di interesse e che la stipula ha garantito un flusso di cassa (cash flow) al Comune stesso. Gli esperti interpellati dal giudice hanno concluso che il floor (o tetto minimo) del tasso di interesse era cinque volte maggiore a favore delle banche e che il pay off (cioè la relazione tra il valore dei derivati e quello dei mutui sottostanti) era estremamente negativo per il Comune. Il tribunale, dopo una lunga disamina, stabilisce che «prendere denaro a prestito con possibilità di non dover mai rimborsare o di dover rimborsare una somma molto maggiore è speculazione» (punto n. 230 della sentenza). Nel punto 268, poi, rileva che le operazioni esaminate sono di tipo speculativo «in quanto non sono state effettuate allo scopo di finanziare operazioni di investimento» e conclude che esse violano l’art. 119, comma 8, della Costituzione italiana, secondo cui gli enti locali possono indebitarsi solo per spese di investimento, non per operazioni speculative (punto 269). Il conseguente rilievo è che «gli enti locali italiani non avevano potere sostanziale o capacità giuridica per compiere tali operazioni». Gli atti relativi ai derivati sono quindi nulli, in quanto il Comune di Venezia non era in grado di compiere tali operazioni speculative. La conclusione è clamorosa: il Comune di Venezia ha diritto alla restituzione degli importi pagati alle banche (punto 463). Per il Comune di Venezia significa un possibile recupero di circa 30 milioni di euro, ovviamente se la sentenza troverà conferma nei successivi gradi di giudizio.

Torniamo, a questo punto, a Torino. I derivati stipulati con Dexia, San Paolo e JPMorgan hanno le stesse caratteristiche di quelli veneziani. L’Amministrazione scorsa a guida 5Stelle, pungolata dalle associazioni Attac e Assemblea 21, aveva ipotizzato di costituire una commissione di esperti per studiare la possibilità di azioni legali relative ai derivati comunali, anche in base alla sentenza della Corte di cassazione n. 8770/2020 che ha dichiarato nulli i derivati non approvati dai Consigli comunali. Ma poi non ne è seguito nulla. Ora, alla luce della sentenza inglese, la nuova amministrazione avrebbe la possibilità di aprire una trattativa specie con Intesa San Paolo, principale banca cittadina, per rivedere i contratti derivati ancora in essere che causano perdite crescenti al bilancio comunale. Con buone prospettive anche in caso di contenzioso legale a Londra.

Il sindaco Lo Russo avrà il coraggio di aprire una vertenza con la banca più forte della città, che attraverso la Fondazione San Paolo si presenta come benefattrice (e qui, invece, mostra una ben diversa veste)? La nuova amministrazione se la sente di fare i conti con gli errori del passato nell’interesse dei torinesi? Ci sembra improbabile, ma staremo a vedere.

Gli autori

Ettore Choc

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