Firenze. Il Lebowski e un “altro mondo possibile”

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Nel piccolo cosmo fiorentino vi sono alcune realtà che risultano atipiche rispetto al contesto, come se facessero parte di un percorso e di un progetto diversi rispetto a quelli dominanti, anche a sinistra (a quello che rimane della sinistra). Il Lebowski, ad esempio, è qualcosa di più di un gruppo sportivo. Direi che è un “fare comunità” intorno a una pratica sportiva, un “fare comunità” collegato, nello spazio e nel tempo, a varie esperienze di partecipazione solidale che partono dal basso e che hanno come pregiudiziali forti e indiscutibili l’antirazzismo, l’antisessismo, l’antifascismo.

Nello spazio, perché vi è un sottile filo rosso che tiene uniti, tanto per esemplificare e limitandoci all’area fiorentina, il Lebowski, la “fattoria senza padroni” di Mondeggi, la rete contadina di “genuino clandestino”, la lotta di resistenza (punto di riferimento per tante altre situazioni simili) della GKN, le mobilitazioni e le iniziative concrete che, seppure con difficoltà, stanno continuando anche in questo periodo sui temi dell’accoglienza e dell’inclusione dei/delle migranti, della pace (contro la  guerra, “senza se e senza ma”, per dirla con Gino Strada), della cooperazione internazionale.

Nel tempo, in quanto lo stesso filo rosso va pure in direzione di esperienze e di movimenti che hanno caratterizzato altre stagioni nella nostra città. Penso in particolare a quelle che ho vissuto, ricche di partecipazione e di azione diretta: i comitati dell’alluvione del 1966, straordinari strumenti di autogoverno realizzati dalla popolazione delle zone alluvionate, che ebbero sede nelle case del popolo e in alcune parrocchie; i doposcuola, le scuole popolari, i comitati genitori, i comitati di quartiere, che si svilupparono negli anni dal 1967 al 1976, sull’onda di Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana e cogliendo lo spirito “sessantottino”, partito dalle università e penetrato poi in tutte le articolazioni della società; i movimenti per la pace e antirazzisti che crebbero fino ad avere dimensioni di massa (tanto da essere qualificati dal New York Times come la seconda potenza mondiale, anche se tutto ciò non riuscì a impedire la guerra all’Irak) sul finire degli anni Ottanta e negli anni Novanta, dopo che la società italiana aveva visto nel periodo precedente un rilevante venir meno della partecipazione e della conflittualità, un prevalere dell’individualismo, un rincorsa al mito del successo; il susseguirsi dei “social forum” al termine del ventesimo secolo e all’inizio del nuovo millennio, “social forum” che ebbero proprio a Firenze uno degli episodi più significativi, nel 2002, dopo le tragiche giornate di Genova dell’anno prima. È proprio nei “social forum” che nasce la rivendicazione di un “altro mondo possibile” (a cui si aggiungerà nel tempo l’espressione “e sempre più estremamente necessario”). Ed è proprio in questa formula che si può tradurre il filo rosso che collega le esperienze di ieri e di oggi.

Il Lebowski, Mondeggi, “genuino clandestino”, i “resistenti” della GKN (che hanno assunto come loro motto l’“insorgiamo” da cui partì, nel 1944, la liberazione di Firenze dai nazi-fascisti e che intrecciano creatività, coscienza di classe e anche disincanto), i movimenti e le esperienze indicate in precedenza, a cui si potrebbero collegare le nuove forme di mobilitazione, essenzialmente giovanili, dei “Fridays for future” e dei “Black Lives Matter”, sono pezzi in atto già ora di quell’“altro mondo possibile”, che costituisce l’orizzonte verso cui occorre dirigersi. E l’utopia ‒ il sogno ‒, come sostiene Eduardo Galeano, è il motore che ci spinge a proseguire il nostro percorso. Anche se non viene mai raggiunto, perché si sposta sempre in avanti, tale orizzonte risulta essenziale (il suo ruolo, infatti, è proprio questo: di farci continuare a camminare). Non si tratta solo di rivendicazioni e di elaborazioni politiche, necessarie anch’esse ma che rischiano di rimanere nel vago, bensì di azioni dirette che rendono evidente la possibilità di altri percorsi, di altri comportamenti, di altri progetti.

Borja Valero, il calciatore professionista di serie A che ha scelto di giocare nel Lebowski, ha colto bene il senso dell’attività di quella formazione quando ha detto che si tratta di «un progetto di comunità contro la solitudine e che contiene anche un messaggio politico di rottura». Per costruire “un altro mondo possibile” sono necessari “un altro sport possibile”, “un’altra realtà contadina possibile”, “un altro mondo del lavoro possibile”, “un altro sistema di accoglienza e d’inclusione dei/delle migranti possibile” etc. Come afferma Andrea Bagni in un recente articolo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/01/cronaca-da-una-fabbrica-occupata/), si tratta «di una rete di esperienze comuni, vissute intensamente e non pacificate con il mondo. Rispetto al capitalismo dominante e alla sua cultura, una specie di alternativa esistenziale». È anche partendo da questo che si può trasformare lo stato attuale delle cose: tutto ciò può infatti contribuire a  rimettere in gioco la prospettiva di una società diversa, che si può indicare, con un termine un po’ desueto, come socialista.

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