Procida, capitale della cultura 2022: un’isola meticcia

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1.

Le elezioni amministrative seguono logiche proprie nella dialettica fra soggetti politici, non automaticamente connessa a priorità e alleanze nazionali. Anche il giudizio sulle passate amministrazioni è spesso la somma di valutazioni specifiche, non ben conoscibili dall’esterno: la storia politica di ogni realtà, la personalità del Sindaco al primo mandato, l’effettiva realizzazione degli impegni presi in campagna elettorale, la capacità di comunicare visione di una prospettiva più condivisa di altre, scandali e contingenze del momento. Si ripete spesso che vi sono temi sempre e ovunque delicati per candidati e liste, uno di questi sarebbe l’atteggiamento verso i migranti, forse il principale si dice: converrebbe dichiarare che non li vogliamo nel nostro comune, vadano altrove se proprio si trovano in Italia. Non è sempre così e non sempre conviene. Vediamo il caso della futura capitale italiana della cultura 2022, Procida, 370 ettari, 16 chilometri di frastagliato perimetro a soli 3,4 dalla terraferma campana.

Nel comune di Procida si è votato poco meno di un anno fa, il 20 settembre 2020. Si presentavano più o meno le stesse due alternative di cinque anni prima. È stato riconfermato sindaco Raimondo Dino Ambrosino candidato della lista “La Procida che vorrei”, prevalso su un altro ex sindaco, Luigi Muro capolista di “La Procida per tutti”, totalizzando 3.423 voti, 154 in più dell’unica altra lista, il 51,15% del totale. Nel 2015 si era votato il 31 maggio, come è noto la pandemia ha provocato il rinvio di qualche mese rispetto alle scadenze previste. Sei anni fa la lista “La Procida che vorrei” aveva ottenuto 3174 voti, il 48,98%, mentre le altre tre liste rispettivamente il 35,67 e l’11,57 (quelle in qualche modo paragonabili alla seconda di fine 2020), il 2,76 (quella intitolata al Movimento 5 stelle). Il fatto è che, fra il 2015 e il 2020, il comune è stato uno dei pochi in Campania (e in Italia) a offrirsi “volontario” quando la Prefettura di Napoli (come le altre, ovunque in Italia) ha chiesto aiuto per l’accettazione di “migranti” nel proprio territorio. Da nessuna parte la richiesta era esagerata, si chiedeva disponibilità per tre migranti ogni mille abitanti (!), un triennio non tutta la vita (!). Procida si è fatta avanti, soprattutto su spinta della componente femminile dei decisori politici, in particolare della vice sindaco 48enne Titta Lubrano Lavadera.

Nel 2017 il comune di Procida aderì alla rete Sprar, il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati; nel triennio 2018-2020 sono stati accolti 34 migranti (la popolazione dell’isola consiste in circa 11.000 donne e uomini); varie associazioni locali collaborarono subito, le otto parrocchie furono coinvolte in modo positivo. La scelta fu quella di un’accoglienza diffusa e non concentrata in un unico edificio; non solo distribuzione di vitto e alloggio, soprattutto misure di informazione, accompagnamento, orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio economico, che generassero opportunità lavorative e occasioni culturali per gli stessi procidani; vennero reperiti appartamenti sul mercato immobiliare, si segnalò la preferenza per nuclei familiari (i giovani in inverno su un’isola hanno contesti solitari cui è difficile abituarsi); gare, appalti, servizi sono gestiti da una cooperativa locale di inclusione sociale; finora sono approdate una cinquantina di donne e uomini in fuga; i migranti (provenienti soprattutto da Nigeria e Centro Africa) hanno via via pure indossato con orgoglio il tradizionale prezioso costume della Graziella. 

Ostacoli e amarezze non mancano. Non è stato premuto un interruttore, piuttosto favorito un cammino. I popoli di naviganti e viaggiatori hanno lasciato tracce in tanti parti e mari del mondo, sanno di aver riportato pure indietro componenti e reperti di altri ecosistemi. La contaminazione territoriale è, dunque, diffusa esperienza quotidiana. Per un isolano non serve studiare per sapere di andare e tornare da e su un’isola a vario titolo meticcia. Il percorso era spontaneo: rispondere al grido di dolore di chi attraversa il deserto e il mare con innumerevoli ostilità, diffidenze, rischi. All’inizio si mostrava sana umanità, non si era mossi da ideologia, l’intenzione era sfatare pregiudizi. Quasi subito sono arrivati decreti governativi nazionali che non andavano certo nella stessa direzione. L’esperienza è, invece, proseguita con successo, il progetto è stato premiato, si è passati dallo Sprar al Sia o Siproimi e tutto è stato prorogato per il triennio 2021-2023. In mezzo ci sono state le elezioni e chi aveva fatto una scelta trasparente di accoglienza non è stato penalizzato dal voto, al contrario. 

2.

Nel frattempo, l’amministrazione di Procida ha anche avanzato la candidatura a capitale della cultura (lo slogan non poteva che essere “La cultura non isola”) ed è diventata il primo caso di isola “capitale” in Europa. Ora, tutti gli isolani si stanno preparando a un anno che incuriosisce ogni cittadino italiano ed europeo. Forse è il caso di programmarvi una capatina nei prossimi 24 mesi, a fine 2021, per tutto il 2022, anche nel 2023 (e dopo).

Procida vuole mantenere l’identità meticcia e unica del turismo lento e dello scambio eguale. A partire da quello che sono stati i suoi caratteri più noti al mondo per quasi due secoli: ospitare un carcere nel borgo abitato, la reclusione come rilevante invadente attività economica locale. Pure sotto questo punto di vista l’amministrazione dell’isola costituisce oggi un mirabile esempio nazionale, vi è un assessore comunale che ha la specifica delega alla “valorizzazione” del palazzo ex carcere. Vi è lui dietro l’idea della prigione antica come complesso monumentale nuovo, memoria sociale e patrimonio comune, scrigno di “beni culturali”: il tenimento agricolo; l’opificio; il belvedere sulla Spiaggia dell’Asino; il cortile rinascimentale; l’edificio delle “celle singole” e quello dei “veterani”; la Caserma delle guardie, la Medicheria e la Casa del Direttore. Vi sarà modo e spazio per una piena accessibilità, per un percorso museale di storia architettonica e marinara, per iniziative imprenditoriali compatibili (anche di ricettività), per una fruizione pubblica colta e silenziosa, forse anche per ricordare le tante isole carcere del mondo e del Mediterraneo.

Terra Murata è l’insediamento antropico più antico di Procida, risale ad almeno 1500 anni prima di Cristo, ai greci (che da tempo erano sbarcati sulla vicina mitica Ischia). Si trova sull’unica collina (meno di cento metri sul livello del mare), era più sicuro e meno distruggibile da eventi climatici o da umani invadenti. Quasi mezzo millennio fa vi trovò ampia sede una nobile residenza rinascimentale, il famoso Palazzo d’Avalos, poi i Borbone vi trasferirono un proprio reale palazzo con relativa corte, infine fu destinato a carcere. Con celle e mura a strapiombo sul mare per ampia parte di un lato dell’ellittico perimetro esterno, un ampissimo tenimento agricolo con fabbriche annesse per i detenuti più operosi e meno pericolosi e altre spesse mura confinanti con edifici urbani preesistenti. Dal 1831 al 1988 il Sud preunitario, il Regno d’Italia, il regime fascista, la Repubblica vi hanno incarcerato svariate tipologie di condannati. Il complesso di edifici è divenuto un’isola carceraria nell’isola (come scrisse il medico del penitenziario, Giacomo Retaggio), l’intera Procida “l’isola prigione” (come scrisse Truman Capote in un racconto).

Nel 2013 tutte le strutture carcerarie furono trasferite al comune a condizione di dotarsi di un piano particolareggiato di riqualificazione e valorizzazione. Il piano, da fine 2018, c’è e ha ovviamente tempi lunghi di realizzazione. Per intanto, dal novembre 2016 l’amministrazione comunale ha utilizzato un minuscolo finanziamento di 25 mila euro dell’Associazione istituzionale delle isole minori (ANCIM) per mettere in sicurezza un percorso di visita e individuato un’associazione culturale locale convenzionata che gestisce le aperture e gli spazi, avendo anche recentemente editato la bella guida “da reggia a carcere” e ospitato mostre ed eventi culturali (come pure un festival di cinema).

La stessa pertinenza agricola è divenuta in parte parco pubblico, con nuove piantumazioni e bei progetti futuri. Gli edifici del complesso tutto denominato Palazzo d’Avalos sono aperti al pubblico e vale davvero la pena farci un salto. Tanto altro è ancora da fare ma già molto è interessante: trovate divise e calzari, le celle singole e i dormitori, sterpaglie e calcinacci dei quasi 30 anni di abbandono (1988-2016), i sorrisi e la disponibilità a turno di una quindicina di ragazzi e ragazze che vi lasciano entrare a 5 euro o vi guidano dentro a 10, all’ingresso una specie artigianale di bookshop, decine di testi in distribuzione, materiali guide locandine opuscoli romanzi e saggi sulla regina delle galere e sull’isola (anche) di Arturo.

Una versione più ampia dell’articolo è pubblicata su ilbolive.unipd.it

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