Calabria. Per immaginare un futuro

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Nei territori si avvia una stagione di elezioni. Spesso assai delicate. Volere la Luna ha scelto di restarne fuori. Perché il degrado della politica è tale da richiedere una rifondazione in tempi lunghi e con pratiche nuove, che non consentono scorciatoie. I problemi evocati dalle elezioni, relativi al presente e al futuro delle persone, sono peraltro, ovviamente, al centro del nostro interesse. Di qui la scelta di ospitare, anche sollecitandoli, interventi che li affrontino (purché non riconducibili a una campagna elettorale in senso stretto). In questa prospettiva si colloca la pubblicazione di questa conversazione tra Luigi Pandolfi e Domenico Lucano che affronta questioni cruciali della situazione calabrese, su cui già siamo intervenuti con un intervento di diverso segno di Emilio Sirianni: https://volerelaluna.it/territori/2021/01/22/la-calabria-si-merita-de-magistris/. (la redazione)

La Calabria è una regione che si barcamena da secoli tra conformismo, subalternità al potere costituito e rotture clamorose. Più volte, nondimeno, è stata capace di stupire, con dure lotte e progetti visionari. Le prossime elezioni regionali, per come si sta delineando il quadro delle candidature e degli schieramenti, potrebbero riservare delle sorprese. In questo quadro non è una cosa di poco conto il fatto che anche tu abbia deciso di scendere in campo. Hai declinato in passato altri inviti, ora lo fai per la tua terra. Cosa ti ha convinto del progetto di Luigi De Magistris?

Nella mia vita hanno sempre contato le combinazioni. Le mie scelte non sono state mai dettate da particolari calcoli personali. È stato così tanti anni fa quando è iniziata l’avventura di Riace, lo è adesso con questa scelta di impegnarmi in prima persona per la Calabria. Luigi De Magistris è stato sempre molto vicino alla nostra esperienza, al laboratorio Riace, e mi è stato vicino, insieme a tanti altri, nei momenti più difficili di questa nostra storia, che credo debba in un modo o nell’altro continuare. Da sindaco di Napoli ha partecipato ad alcuni grandi appuntamenti che si sono svolti a Riace nel recente passato, come la grande marcia della solidarietà del 6 ottobre 2018 e quella che ha visto la presenza della sindaca di Barcellona, Ada Colau. Per questo, quando mi ha chiesto di dargli una mano, di lavorare insieme a un progetto di rinnovamento, non ho avuto difficoltà ad accettare, cogliendo peraltro nella sua scelta di proseguire il suo percorso politico in Calabria un’opportunità per la nostra regione. Questione di combinazioni. Non dimentichiamo poi che Luigi De Magistris, da pubblico ministero, aveva capito che il problema della criminalità organizzata non si esauriva nel ruolo della manovalanza, ma poteva essere compreso nella sua reale gravità soltanto alzando lo sguardo verso la cosiddetta “borghesia mafiosa” e i sodalizi massonici a essa collegati. Un mondo invisibile, che però decide, eccome se decide, per le sorti della nostra terra. Poteri forti, che hanno anche intrecci con la politica. Torniamo alla scelta di candidarmi. Credo che in Calabria possa accadere davvero qualcosa di importante. La prima forma di oppressione che i calabresi vivono attualmente è quella di non poter immaginare un futuro, per sé e per i propri figli. Rassegnazione, fatalismo. Ecco, vorrei dare un contributo per infrangere questa convinzione, per una grande opera di riscatto collettivo. Ci proveremo con la nostra lista che, non a caso, abbiamo deciso di chiamare “Un’altra Calabria è possibile”. Lo faremo comunque con la nostra autonomia, senza subalternità, con la bellezza dei nostri valori. 

Quando si parla di Riace, inevitabilmente, il pensiero va al tema dell’accoglienza. Accoglienza non solo come prova di umanità, ma anche come chiave di volta per una politica di rigenerazione dei borghi interni, soggetti da anni al fenomeno dello spopolamento e a un lento processo di desertificazione economica. Eppure, a ben vedere, Riace è stata molto altro. Acqua, rifiuti, tutela dell’ambiente e del paesaggio, riqualificazione del centro storico. Un diorama di buone pratiche amministrative che potrebbe essere preso a modello per un futuro governo della regione.

Sono d’accordo, ma consentimi una premessa. Tutto quello che è accaduto, che è stato fatto a Riace negli anni scorsi, non è stata opera di un singolo. Diciamo che se di successo si può parlare a proposito di alcune scelte amministrative, di alcuni progetti, ciò lo si deve alla straordinaria permeabilità delle nostre amministrazioni alle idee più interessanti, feconde, risolutive, che hanno incrociato il nostro percorso. Prendiamo il caso dell’accoglienza. Decisiva è stata la collaborazione con monsignor Giancarlo Maria Bregantini, all’epoca vescovo di Locri-Gerace, che, a proposito di “aree fragili”, dove la fragilità non è soltanto sociale ed economica ma addirittura esistenziale, diceva che far leva sulla nostra identità, sulle nostre tipicità, doveva significare recupero della nostra millenaria storia di accoglienza. Non un culto sterile delle nostre tradizioni, ma valorizzare le nostre migliori tradizioni per affrontare il presente e costruire il futuro. A modo mio, dico che Riace, in questo senso, è un mix di esperienze che rappresenta la dimensione più autentica della calabresità, di quella Calabria che ancora riesce a guardare al mondo senza la lente del pregiudizio, memore della sua storia di incontri con altre culture e di emigrazione. Sul piano pratico, tutto questo rappresenta uno dei modi più efficaci per romper il silenzio, il vuoto, che si è impadronito dei nostri paesi. Quale altra alternativa c’è all’abbandono delle nostre case, alla chiusura di scuole, asili, uffici postali? Una volta avviata l’opera di rigenerazione sociale e umana, tutto il resto è venuto per così dire a cascata, anche la riqualificazione estetica e urbanistica e il recupero funzionale del centro storico, oggi in gran parte recuperato e sottratto al degrado. E le politiche riguardanti il ciclo dei rifiuti, sulle quali già avevo maturato una consapevolezza diversa dei problemi e delle opportunità, grazie all’incontro con un fisico ambientale, Salvatore Procopio, autore di un libro sull’argomento che si intitola, per l’appunto, Il mio rifiuto. Da problema, i rifiuti sono diventati una risorsa, in termini occupazionali e finanche turistici. Ci siamo affrancati dal sistema di raccolta dei rifiuti basato sull’appalto del servizio a ditte esterne e abbiamo creato delle cooperative sociali che hanno dato lavoro a dieci persone, soggetti vulnerabili, tra persone del posto e rifugiati. Non solo. Nel centro storico, dove più difficile era l’accesso dei mezzi meccanici, abbiamo utilizzato dei carretti di legno, costruiti da un cittadino di origini rom, e gli asini per la raccolta delle frazioni differenziate dei rifiuti. Una pratica risalente ad anni molto lontani della nostra storia, ripresa e curata sul piano estetico, che negli anni ha finito per attrarre tanti visitatori e curiosi nel nostro piccolo borgo, perfino una televisione australiana. Il settore dei rifiuti che diventa un attrattore turistico? A Riace è successo. Paradossalmente, però, finisco sotto inchiesta e oggetto di misure cautelari proprio per la gestione dei rifiuti. Mi contestano l’affidamento diretto alle cooperative sociali, perché non erano iscritte nell’apposito albo regionale. Ma al tempo in cui furono fatti quegli affidamenti il registro ancora non c’era. Per il resto, tutto era stato fatto nel rispetto delle leggi vigenti e con i pareri favorevoli degli uffici. Cosa che riconoscerà in seguito la Corte di Cassazione. Ma tant’è. Sono certo che queste verità presto trionferanno, anche in sede giudiziaria.

Dicevamo della ripubblicizzazione dell’acqua, un tema di stringente attualità, visti i tentativi recenti ‒ anche attraverso il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, nel quale si parla di “industrializzazione” del ciclo idrico integrato ‒ di riorganizzare il settore, non escludendo in linea di principio un ruolo preponderante dei privati. Eppure, nel 2011 un referendum aveva sancito chiaramente che con l’acqua non si devono fare profitti.

Anche sul tema dell’acqua abbiamo fatto tesoro delle migliori elaborazioni e delle pratiche più innovative. La permeabilità di cui parlavo prima. Ricordo, a tal proposito, il contributo che abbiamo avuto da personalità come Alex Zanotelli, che sul tema dell’acqua pubblica ha fatto e fa battaglie esemplari, e Giovanni Di Leo, ingegnere idraulico scomparso di recente, che aveva lavorato presso l’Ufficio Gestione acquedotti della Cassa per il Mezzogiorno della Regione Calabria. A proposito della SoRiCal, la società mista che in Calabria gestisce gli acquedotti e vende l’acqua ai comuni, Di Leo diceva che si trattava di una “sovrastruttura” inutile, ovvero utile soltanto per trarre profitti dalla gestione dell’acqua, visto che il socio privato era una multinazionale francese. Aggiungendo che la gestione degli schemi idrici doveva ritornare in capo alla Regione o, comunque, agli enti pubblici, compresi i comuni. Anche perché le tariffe pretese da SoRiCal erano illegittime e aggravavano lo stato di salute dei conti pubblici comunali. Sono tanti i comuni calabresi finiti in dissesto finanziario per l’acqua. A partire da questa convinzione, a Riace ho provato a passare dalle parole ai fatti. Non ci siamo limitati a scrivere nello statuto comunale che l’acqua è un bene pubblico su cui non possono fare profitti. Grazie a un geologo che aveva maturato esperienze anche in Africa, Aurelio Circosta, abbiamo realizzato un pozzo per conseguire l’autosufficienza idrica del nostro paese e liberare la gestione e l’erogazione dell’acqua dalle grinfie dei privati. In questo modo, l’unico costo rimasto a carico della collettività era quello dell’energia elettrica, necessaria per portare l’acqua in superficie. Ma anche questo costo si potrebbe abbattere, eliminare, investendo sulle rinnovabili. La Calabria è ricca di acqua ma anche di sole, non dimentichiamolo. Insomma, l’acqua non può essere considerata una merce come le altre. Ironizzando, si potrebbe dire che chi pretende di fare commercio con l’acqua prima dovrebbe dimostrare di essere proprietario delle nuvole e della pioggia. Per questo bisogna battersi affinché sia un ente pubblico regionale in collaborazione con i comuni a gestire questa risorsa, nell’interesse delle comunità.

Il Covid ha reso ancora più palesi le carenze del sistema sanitario regionale. Sembra che per lo Stato il problema principale sia solo il debito accumulato in questi anni e l’esecuzione del Piano di rientro che ne è derivato. Il diritto alla salute trattato come una questione contabile. Intanto, mentre le strutture pubbliche sono state tagliate, amputate, depotenziate, in nome di un efficientismo incoerente con il dettato costituzionale, la corruzione e il malaffare non sono stati minimamente scalfiti. Senza parlare del drenaggio di risorse dal settore pubblico a quello privato, che, come lo stesso Piano di rientro riconosce, è stato uno dei motivi del progressivo deperimento della sanità pubblica calabrese.

Il Covid ha dimostrato ‒ non solo in Calabria, in verità ‒ tutta la fragilità del sistema, l’insostenibilità, sul piano sociale, di un modello che ha gonfiato i portafogli delle cliniche private e sottratto risorse alla sanità pubblica. La Locride, da questo punto di vista, è un caso di scuola. Anche per gli intrecci criminali che hanno caratterizzato la storia della sanità territoriale. In generale, possiamo dire che la questione sanitaria, al sud e in Calabria, ha anche risvolti di classe. Chi ha i soldi può andare a curarsi al nord, mentre i ceti meno abbienti rischiano la vita nei nostri ospedali. Non per mancanza di professionalità dei medici, che spesso sono dei veri e propri eroi, beninteso, ma per le carenze strutturali del settore. A proposito di questo aspetto, racconto sempre un aneddoto. Alle scuole elementari, ero l’unico della classe che non era nato a Riace. L’unico che era nato in ospedale e non a casa. Questo perché la mia famiglia era un tantino più agiata di quella dei miei compagni. Mio padre era maestro elementare, non era un contadino che dava le sue braccia ai proprietari terrieri della zona. Ecco, su una scala più ampia, ancora oggi c’è chi può permettersi cure d’eccellenza fuori regione e chi invece deve accontentarsi di quello che c’è qui. Per questo è necessario cambiare paradigma. Il pubblico al primo posto e investimenti che rendano il diritto alla salute effettivamente esigibile anche in Calabria, superando il gap che si è accumulato in questi anni con le regioni del nord. Un gap che rischierebbe di allargarsi se dovesse passare quella che viene chiamata “autonomia differenziata”, un progetto che raccoglie vecchie velleità separatiste della Lega Nord. Ma torniamo a Riace, che dicevamo è stato un laboratorio di pratiche amministrative alternative al sistema dominante. Dal caso di una bambina afghana malata di tumore e di un ragazzo del Mali affetto da un’altra grave malattia si arrivò a istituire un ambulatorio medico gratuito per tutta la popolazione di Riace. Due medici che avevano seguito questi due casi, colpiti umanamente dagli stessi, vollero dare un contributo fattivo alla costruzione di un presidio sanitario nel paese. Ben presto quel presidio si arricchì di altre professionalità, dal pediatra allo psicologo, diventando un punto di riferimento per tutti i cittadini riacesi. È una piccola storia, certo, ma ho voluto raccontarla per il significato generale, paradigmatico, che esprime. Per dire che Riace è stata insieme utopia e concretezza, una fucina di valori alternativi e una storia di risultati amministrativi tangibili.

Passiamo al processo che ti vede imputato a Locri, al quale più indietro accennavi. Dopo la requisitoria del pubblico ministero di Locri Michele Permunian, la tua vicenda giudiziaria è tornata sotto i riflettori dei media e della politica (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/05/19/riace-il-pubblico-ministero-insiste-laccoglienza-e-un-crimine/). In molte occasioni hai dichiarato che ad essere messo sotto accusa non è stato tanto Mimmo Lucano quanto il modello Riace. La normalità di Riace che confliggeva con la narrazione allarmistica, da stato d’eccezione, costruita intorno al fenomeno dell’immigrazione. Vogliamo parlarne?

Si, credo che ad un certo punto l’esperienza di Riace abbia iniziato a fare paura. Era la dimostrazione che non esiste un nesso tra immigrazione e insicurezza, degrado, conflitto. Anzi. Riace ha dimostrato al mondo che l’accoglienza può diventare un volano di sviluppo, un’occasione per ridare un futuro a territori e borghi soggetti ad abbandono e spopolamento. E proprio per questo bisognava mettervi fine. Nello specifico, in questa vicenda giudiziaria si ripresenta una vecchia contraddizione: quella tra legalità e giustizia, tra la legge formale e la difesa dei diritti umani. Un conflitto tra burocrazia e principi di solidarietà e umanità. Proprio quei principi, quelle norme, peraltro, su cui avevo giurato solennemente all’atto del mio insediamento e al cui rispetto non sono mai venuto meno. Sono fiducioso comunque che la giustizia avrà la meglio. Intanto, il sogno di emancipazione collettiva al quale ho dedicato tutta la mia vita deve continuare.

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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