Piemonte. La caccia agli untori del presidente Cirio

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Covid, migranti, pandemia.
I nuovi untori che giungono da lontano: prima, all’inizio, furono i cinesi e tutti ricordiamo ancora l’isteria mediatica legata alla coppia finita allo Spallanzani di Roma, che ingenerò una violenta caccia all’asiatico: quello che si mangia i pipistrelli, quello privo di igiene e sostanzialmente incivile.
Passa il tempo ma il nuovo mondo non sorge, nonostante un battesimo del fuoco che non ha cancellato radicate coazioni a ripetere. Rimane la via di fuga più breve, l’uomo che viene da lontano, il responsabile.
Mi ha impressionato un post particolarmente allarmato, e allarmistico, firmato dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Righe che mi hanno riportato indietro nel tempo. Il 29 luglio, scriveva su un social: BASTA INVIO DI MIGRANTI IN PIEMONTE (tutto maiuscolo), nel corpo del post così argomentava:

«Sto seguendo personalmente la situazione e trovo profondamente assurdo che la Regione non possa avere competenza in una decisione del genere, ma debba subire le scelte del governo nazionale su un tema che può avere conseguenze dirette sulla salute e sulla sicurezza sanitaria del proprio territorio. Mi sono sincerato quotidianamente, tramite il prefetto di Torino che ringrazio per la consueta efficienza e attenzione, che nei confronti di queste persone venissero adottate tutte le procedure e le verifiche sanitarie opportune e che le Forze dell’ordine garantissero l’effettivo rispetto della quarantena a cui erano sottoposte. Ora però diciamo “basta” e l’ho scritto al Ministero degli Interni perché il Piemonte non può garantire oltre queste forme di accoglienza. Arriviamo da mesi terribili, siamo state una delle regioni più colpite dall’emergenza e stiamo raggiungendo, a fronte di sacrifici enormi, un equilibrio sanitario che non può essere messo a rischio in questo modo. Quindi ho formalmente chiesto con fermezza al ministro Lamorgese di non voler procedere a ulteriori invii, che metterebbero fortemente a rischio la tenuta e la sicurezza del nostro sistema sanitario e sociale».

A corredo del pezzo, la foto di un barcone.
Il post, che riporto integralmente per correttezza, colleziona quasi ottomila “like”, contro una media ben inferiore a mille delle esternazioni social del presidente della Regione.
Negli oltre mille e cinquecento commenti non potevano mancare florilegi che, al di là dei toni ormai consueti che non vengono moderati, mettono in evidenza come la percezione popolare, ma sarebbe meglio iniziare a spingere il lemma “gentismo” lasciando perdere il popolo, mantenga alta la guardia sul tema “invasione”. O meglio: quando ci sono da recuperare consensi, il migrante è sempre un ottimo argomento.
Ora, come sempre, i numeri dell’invasione sono lì che raccontano l’aleatorietà del fenomeno: un centinaio, forse di più, hanno invaso il Piemonte e in generale le regioni del Nord governate dalla destra.
Ma l’aspetto curioso, diciamo così, di questa storia, è legato alla normativa nonché agli effettivi casi di Covid registrati tra i migranti. La normativa – l’art. 103, comma 20, del decreto legge n. 30/2020 – suona così:

«Al fine di contrastare efficacemente i fenomeni di concentrazione dei cittadini stranieri in condizioni inadeguate a garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie necessarie al fine di prevenire la diffusione del contagio da Covid-19, le Amministrazioni dello Stato competenti e le Regioni, adottano soluzioni e misure urgenti idonee a garantire la salubrità e la sicurezza delle condizioni alloggiative, nonché ulteriori interventi di contrasto del lavoro irregolare e del fenomeno del caporalato. Per i predetti scopi il Tavolo operativo istituito dall’art. 25 quater del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, può avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, del supporto del Servizio nazionale di protezione civile e della Croce Rossa Italiana».

È evidente che tale norma impone alle Regioni, tutte, di adottare soluzioni idonee a «garantire la salubrità e la sicurezza» etc. La responsabilità della gestione dell’emergenza ricade, dunque, su Regione Piemonte e Prefetture che, immagino, stanno spendendo il massimo delle forze per mettere in pratica la legge che la impone.
Detto questo, l’assoluta esiguità dei flussi migratori – da non confondere con i flussi di braccianti che si muovono attraverso l’Italia – mal si compenetra con i lai che si alzano dal Piemonte e in generale dalle regioni governate dalla destra. Vengono confusi i braccianti – capita nel cuneese – con i migranti che arrivano, tutto in un pentolone, ed erompe una narrazione tossica che va a solleticare le paure ben amplificate dal Covid.
Il fatto è che non c’è nessuna invasione in corso: c’è solo da mettere in pratica la legge, eseguire i protocolli sanitari laddove risulta necessario, trovare luoghi salubri dove dar alloggio ai pochi che arrivano.

Pietro Cuffia

Pietro Cuffia, giornalista, segue il fenomeno delle migrazioni in diverse parti d’Italia.

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