1° maggio a Firenze

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Questa la mia rubrica “Ora d’arte”, uscita oggi Primo Maggio sul Venerdì di Repubblica (e scritta, come sempre, quindici giorni fa).

«Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo», ha scritto George Orwell. In queste settimane di quarantena ci accorgiamo quanto sia vero: quando le rade passeggiate ricalcano quasi ossessivamente le strade «in prossimità» delle nostre case. Così, per esempio, mi è capitato di vedere, come da tempo non facevo, la Colonna della Giustizia, in piazza Santa Trìnita.
La volle lì Cosimo, primo duca e granduca: sempre all’inseguimento del modello romano, imperiale. Il piano (concertato con Giorgio Vasari, annuente il grande vecchio Michelangelo) era di tirarne su tre: quella della Religione (in piazza San Marco) non ci fu mai, quella della Pace (davanti a San Felice in Piazza) rimase sempre senza statua. Ma l’elegantissimo fusto di granito di Santa Trìnita, quello riuscì perfettamente.
Cosimo se lo fece regalare da un papa, che lo tolse alle Terme di Caracalla. Quando arrivò in piazza – era il 27 settembre 1563, dopo quasi un anno e mezzo che era partito da Roma – si aprì un barile di vino per dar da bere a tutte le maestranze impegnate in quella straordinaria impresa. Poi Bartolomeo Ammannati le costruì la testa e il piede: quest’ultimo davvero magnifico, con una panca elegantissima che per fortuna nessuno ha ancora pensato di transennare. Infine Francesco del Tadda, l’unico capace di scolpire il durissimo porfido, dette forma alla statua della Giustizia, che la corona.
L’ultima volta che le sono arrivato alle spalle, da via delle Terme, pensai a come si incastra perfettamente, questo raggio di sole della grandiosa Roma, nella piccola scala ombrosa dei palazzi fiorentini.
Solo girandole intorno, poi, mi accorsi che sulla sua panca sedevano, in compostissimo silenzio, cinque riders, provenienti a occhio da ogni continente: nelle loro divise di plastica variopinta, le biciclette parcheggiate lì accanto, aspettavano evidentemente di poter consegnare, per qualche centesimo, un ordine di qualche ristorante vicino. Era come se mi fossero apparsi i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini, Piero Calamandrei: che, proprio qua, ai piedi della Colonna della Giustizia, il 31 dicembre del 1924 videro bruciare i libri del loro Circolo di Cultura dai fascisti. Sì, perché c’è una cosa che unisce i padri della nostra Costituzione, che vollero fondare la Repubblica sul lavoro che oggi si festeggia, e questi lavoratori senza diritti che solo con un grande sforzo riusciamo a vedere anche se sono ogni giorno sotto il nostro naso. E quella cosa è la Giustizia: che un granduca volle far volare alta sopra le nostre teste, e che oggi invece spetta a noi far camminare per le nostre strade.

 Post scriptum

Stamani, Primo Maggio, ho visto di lontano che sulla base della Colonna era affisso un minuscolo manifesto.


Avvicinandomi, ho potuto leggerlo: eccolo.

Sciopero delle consegne.

Ecco: come anche negli scorsi anni, i riders devono conquistare il loro diritto al Primo Maggio scioperando. Scioperano contro gli stipendi da fame, il controllo orwelliano delle loro prestazioni e oggi anche contro la mancanza di difese e barriere contro il coronavirus.
Non penso ci sia un modo più alto e più degno per usare il patrimonio culturale: che lo spazio pubblico in cui diventiamo collettività, in cui lottiamo insieme per la nostra dignità.
Oggi, primo maggio 2020, quei riders, in buona parte immigrati che non parlano l’italiano, danno il senso più profondo al «patrimonio storico e artistico della Nazione» (articolo 9 Cost.). Il senso più giusto.

 

 

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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