Napoli. Le ombre cinesi del caffè sospeso

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Nata in tempo di guerra, l’usanza del “caffè sospeso” è tornata di moda in questo scorcio di secolo ventunesimo, come antidoto proletario a una tragedia che guerra non è o, almeno, ci hanno spiegato, non va chiamata così, perché la guerra è una cosa ben più seria. Anche se di morti ce ne sono tanti, ma proprio tanti.

Figlia di una coincidenza del tutto naturale (così pare), la pandemia che ha svuotato le strade del mondo ci ha impedito di reagire alla maniera che il popolo ritiene da sempre più congeniale in questi casi, dandosi cioè la mano e abbracciandosi, per regalarsi solidarietà. Ora non è possibile, ora è il tempo del distanziamento sociale. Ok, stiamo a casa. Eppure deve esserci un modo di aiutarsi che non sia quello di fare una videochiamata. State sicuri, c’è ed è anche ricco di fisicità, non è virtuale. Qualcuno, nei vicoli di Napoli, ha tirato giù un paniere e ci ha messo su un cartello per dire che, pure dal balcone, si può essere di aiuto a chi vive per strada. Qualcun altro è andato più in là, ha evocato lo spirito del “caffè sospeso” e ha dato forma ad una nuova creatura, la “spesa so-spesa”, che ha attecchito nelle regioni del sud prima di essere nuovamente esportata in tutt’Italia, senza infrangere le regole del lockdown.

E così, si torna a parlare di questa vecchia abitudine partenopea di fare dono a uno sconosciuto, ma stavolta è diverso. Non si tratta più di un caffè che si può consumare nel brusio di un bar e andar via, senza lasciare traccia. Stavolta il fautore della solidarietà non è più un barman vecchio e sornione che squadra l’avventore e ne indovina le scarpe da tennis sotto la giacca consunta. Oggi la “chiave dell’acqua” è il bottegaio che raccoglie le confidenze delle famiglie, che conosce palmo a palmo la geografia del quartiere, dei bassi, della gente nascosta dietro una finestra semichiusa; è lui il confessore della precarietà cronica di un single, di un capofamiglia carcerato o disoccupato, dei debiti contratti dalla anziana vedova dirimpettaia, della mamma chiusa in casa col figlio disabile o malato di mente, di una coppia giovane con il frigo vuoto che non sa a chi appellarsi per il latte ai bambini, di un lavoratore al nero che non ha più scale da pulire.

E così, improvvisamente, dopo gli applausi alla sanità pubblica, abbiamo riscoperto anche i piccoli commercianti, quelli che fanno ancora credito e ti procurano quel prodotto che non si trova più, comprese le mascherine pezzottate e l’amuchina quasi originale. Salumieri, macellai, ferramenta, verdumai e panettieri hanno recuperato punti preziosi sui loro diretti concorrenti che sono i supermarket di catene francesi e padane, luminosi, scintillanti e assortiti, con “gondole” che trasudano salmone e formaggi di ogni provenienza.

In fatto di umanità, questo esercito di piccoli imprenditori, condannati fino a ieri a scomparire per effetto di una globalizzazione che non lascia scampo, ha preso una bella rivincita a suon di sentimenti, muovendosi come rianimatori nelle corsie dei condominii, laddove piccoli appartamenti silenziosi nascondono fragilità sociali che sfuggono ai censimenti e alla dichiarazione dei redditi. Il piccolo esercente arriva fin dentro queste stanze dimenticate, rintraccia i suoi perduti avventori di cui conosce i gusti alimentari (e pure la marca delle sigarette preferite), distribuisce la frutta fresca, qualche dolce per i bambini e un po’ di pasta, pelati e olio che sono l’ossatura portante del pasto familiare. È un Amazon che non chiede password perché sa già tutto della sua comunità e si mette in moto ogni mattina, senza vergogna di chiedere, a chi passa per il suo negozietto, di aprire il portafoglio e fare quello che lo Stato tarda a fare: riconoscere l’esistenza di una categoria di invisibili, fatti di carne e ossa.

Questa strana macchina improvvisata, questa rete anonima della “spesa sospesa” che non fa capo ai grandi circuiti della solidarietà, si dissolverà con il ritorno alla cosiddetta normalità, pur avendo espresso una forza sociale tellurica e spesso ignorata. Queste “ombre cinesi”, chiamateli pizzicagnoli, fruttaioli, cotecari o casadduogli, ma non chiamateli eroi, non verranno mai intervistati da nessuno e neppure ringraziati pubblicamente, perché la legge del “caffè sospeso” vuole così. Dona e vai, senza mai chiedere chi, come, dove, quando.

L’antica pratica del “caffè sospeso” (lasciar pagato un caffè al bar per uno sconosciuto) nel 2010 è stata ripresa e rilanciata da un’associazione che raccoglieva sette piccoli festival i quali si univano per un reciproco mutuo soccorso. Da questa idea lanciata in tempi non sospetti hanno risposto decine e decine di locali, bar (l’elenco in www.retedelcaffesospeso.com). In seguito la pratica del “caffè sospeso” si è trasformata in “pane sospeso” in biglietto del “cinema sospeso” ed ora nella “spesa sospesa”. Grazie a tutti.

Maurizio Del Bufalo

Maurizio Del Bufalo è coordinatore del Festival Cinema e Diritti di Napoli e della Rete del Caffè Sospeso. La Rete del Caffè Sospeso comprende Marina Café Noir - Cagliari, Valsusafilmfest - Valle di Susa, Cinema e Diritti - Napoli, S/Paesati - Trieste, Riaceinfestival - Riace, Filmfestival sul Paesaggio - Polizzi Generosa, Lampedusainfestival – Lampedusa.

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3 Comments on “Napoli. Le ombre cinesi del caffè sospeso”

  1. Maurizio, ti ringrazio per questa storia così bella che la dice lunga sulla generosità d’animo dei napoletani. Ho ripensato a quanto accadde al mio primo intervento come tecnico informatico Olivetti, presso un cliente a Napoli, nel lontano settembre 1963. Centro di calcolo Manifattura Cotoniere Meridionali. Al mio arrivo gli impiegati stavano per prendere il caffè appena portato dal ragazzo del bar. Non era stata, ovviamente, prevista la tazzina per il “tecnico dell’Olivetti”. Immediatamente fu prodotto un “cuoppo” e cioè un cono di carta. Ognuno dei presenti ci versò dentro un poco della sua tazzina e fui invitato a gustare il caffè in compagnia. Il rito significava: – Sei appena arrivato ma ti consideriamo come un vecchio amico. Ben arrivato.
    [ ] Non volli bere assolutamente dal “cuoppo”, con grande sorpresa dei presenti. Ancora oggi il ricordo di quella incomprensione mi provoca un senso di vergogna. Ebbi tuttavia occasione di stimare meglio l’animo partenopeo: tra l’altro, l’unica donna che ho veramente amata l’ho anche sposata: napoletana doc.
    [ ] Cesare.
    .

    1. Mio caro Cesare, grazie innanzitutto della tua bellissima lettera che mi ha fatto saltare sulla sedia….quell’azienda di cui parli mi è particolarmente cara perchè non è napoletana, ma salernitana e io ti scrivo dalla mia mansarda nel cuore di Salerno, dove sono nato e dove abito. Ma non è un fatto di campanile che mi sorprende, quanto il ricordo di quella azienda gloriosissima (oggi generosamente trasformata in un orribile centro commerciale come ce ne sono 1000 in Italia) che era l’orgoglio della nostra terra e già nel 1963 poteva ospitare il “tecnico della Olivetti” perchè aveva dimestichezza o almeno sensibilità verso i sistemi automatici di calcolo. Io abitavo a due chilometri dalla MCM in un altro colosso dell’indutria manifatturiera di Salerno, le Ceramiche D’Agostino che nel 1963 avevano ben 1.100 dipendenti ed esportavano in tutto il mondo ….ma avevano scelto la IBM. Si dà il caso che io sia stato per tutta la mia prima vita (1980-2000) un ingegnere elettronico e abbia dedicato al software gran parte della mia carriera. Insomma tante coincidenze…..e anche mia moglie è di origine napoletana….insomma prima o poi dovremmo incontrarci e prendere un caffè…..paghi tu il sospeso? ahahaha….grazie di cuore
      Maurizio

      1. Buonasera Maurizio, io ringrazio te per avermi invitata a mettere mi piace sulla tua pagina. Sto scoprendo un’altra bella realtà della nostra amata Salerno culla di cultura, arte, storia e tradizioni millenarie, oltre al meraviglioso territorio dono di nostro Signore, tutto ciò che ho sempre amato e rimarrà fino alla fine dei miei giorni nel mio cuore. Dobbiamo difendere la nostra Salerno, un abbraccio e auguri di Buona Pasqua.

        P.S.: grazie per questa testimonianza, ho sentito sempre parlare del “caffè sospeso” ora ne conosco la storia e il significato.

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