I colori di Gioiosa Jonica

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Il fax è arrivato l’ultimo giorno di corso, alla fine di alcuni incontri sul “Diritto di asilo e diritti fondamentali” e Alessia sorrideva. È la responsabile dello SPRAR-SIPROIMI (acronimi di “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” e di “Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati”) di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) e da tempo aspettava quella notizia. A dicembre scadeva il progetto e con i decreti sicurezza non si sapeva se e per quanto sarebbe stato prorogato. Finalmente ora per altri sei mesi si poteva “tirare avanti”, certo non stare tranquilli ma almeno provare a tamponare tutta una serie di emergenze che questo stato di cose ha creato.

L’abolizione della protezione umanitaria ha visto intere famiglie ritrovarsi per strada, situazioni estreme a cui si cerca di rispondere come si può. Non è facile, per chi lavora in questo settore spiegare che “ora non si può più fare niente per te”. Sono persone, amici e amiche con cui hai condiviso storie importanti, dolorose. Essere operatore dell’accoglienza richiede oltre alla competenza anche tanta umanità e l’empatia permette di abbattere il muro di terrore di tante storie lacerate.

Da diversi mesi era tutto sospeso, tutto in forse: niente più nuovi ingressi, niente programmazione, personale e operatori con il futuro appeso a quella comunicazione. Erano già pronte le lettere di licenziamento, visto che dicembre era la death line e a fine novembre ancora non si sapeva nulla. Bisognava prepararsi tutti: migranti e operatori. Nella Calabria Jonica, Gioiosa è un’esperienza virtuosa, di lunga data che ha segnato la vita della comunità tutta. Quello che era un piccolo paesino di ex emigrati ora è una cittadina accogliente, dove la festa di fine Ramadan è un momento di gioia collettivo. Il progetto di accoglienza a Gioiosa è cominciato nel 2013 come ampliamento dello SPRAR di Riace e diventa autonomo l’anno successivo con l’arrivo dell’amministrazione Fuda. Inizialmente c’erano solo venticinque beneficiari, prevalentemente uomini singoli ma ultimamente sono arrivate anche diverse famiglie. Già nel secondo anno di vita, nel 2014 il numero dei beneficiari è salito a settantacinque ed è rimasto a pieno regime fino al 2016 con diciotto/venti persone impiegate sia come operatori che nell’amministrazione. Gestito da Recosol (Rete dei Comuni Solidali), lo SPRAR di Gioiosa ha applicato il modello Riace dell’accoglienza diffusa e gli ospiti hanno avuto la possibilità di seguire corsi professionali, laboratori di cucina, momenti ludici di interazione.

Dal settembre 2018 non sono stati fatti nuovi inserimenti e attualmente gli ospiti sono ventiquattro con quindi cinquantuno posti vacanti. Un anno lunghissimo, durissimo e incerto dove tutto è stato reso ancora più difficile dalla burocrazia e gli operatori si sono organizzati riducendo ore di lavoro per evitare licenziamenti, aiutandosi tra di loro come una grande famiglia. Non sono certo mancati momenti di tensione ma traspare dagli sguardi di ognuno la solidarietà della condivisione. In questo anno lungo come dieci, gli operatori hanno lavorato a una mostra, forse pensando di voler lasciare una testimonianza delle tante storie di migranti raccolte in questi anni. I racconti dei migranti incontrati sono diventati storie dipinte, sculture, costruzioni artistiche. Miriam e Carmen che ci accompagnano nel percorso della mostra non nascondono l’emozione, ogni immagine appartiene a un volto a loro ben noto e l’effetto è dirompente: lacera e sconcerta. Mille storie in una stanza, tanti colori per descrivere il grigiore di un’epoca alla deriva.

L’articolo è pubblicato anche su Comune-info

Roberta Ferruti

Roberta Ferruti, giornalista free lance, ha collaborato con diverse testate locali e nazionali tra cui “Avvenimenti”, “Paese Sera”, “Il Manifesto” e “L’Espresso”. Si occupa di politica estera, viaggi, solidarietà ed ecologia. È stata tra i promotori dei primi Gruppi di Acquisto Solidali del Lazio, dell’Università Verde dei Castelli Romani e ha collaborato alla nascita della prima proposta di legge per l’agricoltura biologica. Nel 2016 ha iniziato un lungo viaggio in solitudine sulle rotte dell’immigrazione che si è concluso a Riace. Dal 2017 è operatrice RECOSOL, Rete dei Comuni Solidali.

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