Roma, Casal Bruciato: Suzana è una di noi

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Il fatto è noto.
Una famiglia Rom – padre, madre e 12 figli (tutti, tra l’altro, nati in Italia) – ottiene in assegnazione un alloggio popolare nella zona di Casal Bruciato, un quartiere della periferia est di Roma. Il 6 maggio prende possesso dell’abitazione e viene accolta da una trentina di persone, tra cui alcuni militanti di Casa Pound, che cercano di impedire l’accesso con urla, minacce e spintoni. Il giorno successivo Casa Pound organizza in loco un sit-in invitando gli abitanti a manifestare contro l’assegnazione della casa e contro i Rom.
Storia inquietante di razzismo e fascismo a fronte della quale le istituzioni sembrano latitare, la polizia si limita a controllare la situazione, alcuni giornali della destra si lanciano nell’ennesima campagna xenofoba. Nel corso del sit-in, che raccoglie qualche decina di persone, c’è chi cerca di impedire l’accesso degli Omerovic (questo il nome della famiglia) e chi urla insulti e minacce. Dai filmati si sentono distintamente espressioni come “vi impicchiamo” e “troia, ti stupro”, rivolte alla madre mentre, scortata dalla polizia, cerca di entrare in casa tenendo in braccio una figlia.
Incredibilmente le istituzioni (dal capo dello Stato al ministro dell’interno, pur solitamente così pronto a intervenire su tutto) tacciono. Il fragoroso silenzio è rotto soltanto, l’8 maggio dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi, e dal vescovo ausiliare di Roma Est, Giampiero Palmieri, che ci mettono la faccia andando a far visita alla famiglia e a esprimerle solidarietà, pur a fronte di insulti e contestazioni. La sindaca aggiunge che l’assegnazione della casa è avvenuta secondo le regole, che la famiglia assegnataria ci resterà e invita «chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne» a vergognarsi. Cose ovvie in un contesto civile. Un po’ meno nel nostro Paese in cui anche Luigi Di Maio, “capo politico” del partito della sindaca, reagisce con fastidio riprendendo nientemeno che lo slogan “Prima gli italiani” (coniato da Casa Pound e fatto proprio dal ministro Salvini).
Nella prima mattina del 9 maggio il Papa incontra a sorpresa, nella sacrestia di San Giovanni in Laterano, la famiglia Omerovic. È un incontro privato ma, secondo le agenzie, il Papa la invita a «resistere» perché «bisogna dire no a ogni forma di odio e di violenza». Poco dopo, nell’incontro con la diocesi, aggiunge: «Ci sono in tanti quartieri di Roma guerre tra poveri, discriminazioni, xenofobia, e anche razzismo. Oggi ho incontrato 500 Rom e ho sentito cose dolorose. Xenofobia: state attenti, perché il fenomeno culturale mondiale, diciamo almeno europeo, dei populismi cresce seminando paura».
Solo allora cominciano le reazioni, in verità assai timide, delle istituzioni e del Governo.
Chi – da subito – non tace sono i genitori e gli insegnanti della scuola Simonetta Salacone, frequentata dalle bambine della famiglia Omerovic, che si organizzano per dar loro sostegno e che indirizzano al capo dello Stato e ad altre istituzioni nazionali e locali la lettera che pubblichiamo di seguito: un altro esempio, come quello del «non me sta bene che no» del ragazzo di Torre Maura, che nei territori gli anticorpi ci sono.

Siamo genitori e insegnanti dell’I.C. Simonetta Salacone, la scuola che frequentano tre delle quattro figlie di Suzana, la donna rom (nata in Italia) che ha finalmente avuto la possibilità di dare una casa alla sua famiglia con l’assegnazione di un alloggio popolare a Torrenova.
Un diritto che si è conquistata regolarmente e legalmente.
Ciò nonostante da quando è entrata nel suo alloggio è stata ed è continuamente minacciata, insultata, molestata da persone fomentate e sostenute dalla formazione di estrema destra Azione frontale, il cui presidente, tale Ernesto Moroni, è l’autore dell’invio di teste di maiale alla comunità ebraica di Roma nel gennaio del 2014: organizzano presidi sotto casa sua, la insultano con slogan razzisti di giorno e di notte, insultano le sue bambine appena si affacciano nel cortile condominiale; qualche sera fa le hanno staccato la corrente elettrica.
Fortunatamente Suzana ha trovato ad accoglierla anche splendidi vicini di casa, che la stanno sostenendo come possono.
E la stiamo sostenendo anche noi, genitori e insegnanti, organizzando dei turni per non lasciarla sola di notte, aiutandola ad arredare la sua casa, continuando a motivarla nella sua coraggiosa scelta di lasciare il campo per una nuova vita nella sua casa.
Facciamo tutto questo con gioia e senso di appartenenza ad una comunità, la nostra scuola, inclusiva, democratica e antifascista, ma ci chiediamo se sia normale.
Possibile che delle persone debbano organizzare dei turni per salvaguardare l’incolumità di una di loro? Possibile che delle bambine debbano essere terrorizzate? Insultate? Che le autorità conoscono gli autori di queste violenze e lasciano che continuino a perpetrarle?
Le bambine di Suzana sono le nostre bambine. Suzana è una di noi. Non possiamo tollerare che le compagne delle nostre figlie e dei nostri figli subiscano quotidianamente violenze e umiliazioni. In quale Paese viviamo? Continueremo a presidiare la casa di Suzana fino a quando non sarà sicura, continueremo ad impegnarci con lei perché prevalgano l’inclusione e l’interazione sull’odio fascista e l’intolleranza. La nostra scuola è intitolata a Simonetta Salacone. Simonetta diceva che “la scuola può tutto”. E noi le crediamo.

 

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