Avigliana e Primo Levi

Il pomeriggio di sabato 26 eravamo in molti ad Avigliana, in Val di Susa, alla manifestazione contro il decreto su immigrazione e sicurezza e per una seria politica di accoglienza.

La manifestazione ha avuto un tono diverso dal solito. Centinaia di cittadini, tantissime associazioni, molte amministrazioni locali si sono date appuntamento lì, per rivendicare i fondamentali diritti sanciti dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, per raccontare progetti di micro accoglienza e storie di integrazione e per provare a scardinare una falsa equivalenza tra garanzia di sicurezza e chiusura dell’immigrazione. Una equivalenza diventata, purtroppo e recentemente, legge dello Stato italiano.

Ascoltando i tanti interventi che si sono succeduti in piazza Conte Rosso il pensiero è andato più volte alla Giornata della memoria e alle pagine di Se questo è un uomo, che Primo Levi scrisse proprio tra Avigliana e Torino, tra il dicembre del 1945 e il gennaio del 1947.

Nella sua prefazione Levi scriveva: «questo mio libro […] non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa concezione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano».

E nell’appendice aggiunta nel 1976 al medesimo libro aggiungeva: «conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Monito, quello di Levi, mai abbastanza ascoltato e parole che dovrebbero essere più spesso ripetute, specie in questi giorni pesanti di sgomberi, di respingimenti in mare, di approdi negati e di stranieri dipinti come nemici da cui proteggersi.