Roma: lo sgombero di Baobab, l’umanità alla porta

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La mattina di martedì 13 novembre un ingente apparato di polizia e le ruspe del ministro dell’interno Salvini hanno sgomberato, a Roma, in zona stazione Tiburtina (allontanando oltre cento persone), il Baobab Experience di piazzale Maslax, un luogo di accoglienza organizzato da un collettivo di volontari nel parcheggio davanti all’ex hotel Africa, per ospitare migranti, rifugiati e senza dimora in genere esclusi dal sistema di accoglienza della capitale. L’esemplarità della vicenda impone di tornarci su.

Baobab Experience è un collettivo costituitosi sulla base dell’esperienza di gestione dell’emergenza di fronte alla quale si trovò il centro culturale Baobab (di qui il nome) di via Cupa. A quel tempo, il centro culturale Baobab era operativo da circa 11 anni e costituiva un punto di riferimento per tanti migranti.

Proprio nella primavera del 2015, a seguito dello sgombero della baraccopoli di Ponte Mammolo, Baobab venne raggiunto da un numero di migranti pari a circa il triplo della sua capienza massima. La generosità degli abitanti della città consentì tuttavia al centro di reggere il colpo. La necessità di trovare soluzioni di accoglienza mostrò la forza della solidarietà che gli abitanti di una città sono capaci di esprimere nei confronti di chi versa in stato di bisogno. Ma ben presto lo slancio dei volontari dovette fare i conti con la miopia delle istituzioni che, il 6 dicembre 2015, sgomberarono il centro di via Cupa.

L’operazione non scoraggiò, peraltro, il collettivo, consapevole della necessità di continuare a fornire un punto di riferimento ai migranti che continuavano ad arrivare a Roma. Le attività proseguirono di fronte ai cancelli chiusi dell’edificio sgomberato.

Nei primi mesi del 2016 il collettivo diede vita all’associazione Baobab Experience. Di lì a poco iniziarono le peregrinazioni: la pratica dell’accoglienza venne esercitata, di sgombero in sgombero, prima al piazzale del Verano, successivamente al piazzale Ovest della Stazione Tiburtina, poi a quello Est, poi a piazzale Spadolini e poi – da giugno 2017 – a piazzale Maslax. Qui il collettivo fu raggiunto dalla solidarietà internazionale e volontari da Francia, Inghilterra, Germania, Spagna e Brasile si prodigarono per portare il loro contributo.

Arriviamo così al 13 novembre scorso, quando va in scena il ventiduesimo sgombero e anche il “centro di accoglienza informale” di piazzale Maslax viene chiuso.

Baobab si fa forza e, come le precedenti ventuno volte in tre anni, rialza la testa e continua la propria attività, nell’adempimento del dovere inderogabile di solidarietà sancito dall’articolo 2 della Costituzione, in favore di quanti chiedono accoglienza.

Nel corso degli oltre tre anni di attività, tante persone (si stima siano circa 70.000) hanno trovato un punto di riferimento nell’attività che il Baobab svolge fornendo cibo, indumenti, un posto dove dormire, orientamento al lavoro, scuole di lingue, attività ricreative, cure mediche e assistenza legale.

Dal 2015 a oggi le esigenze delle persone che hanno usufruito dei servizi che il collettivo Baobab è riuscito ad approntare sono cambiate con il mutare delle politiche, delle leggi e delle prassi nazionali ed europee. Nel 2015 tanti migranti passavano da via Cupa nel tentativo di percorrere la penisola dalle coste meridionali (sulle quali erano approdate) fino ai confini settentrionali, al fine di oltrepassarli e chiedere asilo nei Paesi del centro e del nord Europa. Nel 2018, invece, tante persone hanno raggiunto piazzale Maslax dopo esser state ricondotte in Italia, ai sensi del regolamento Dublino, dalle autorità dei Paesi europei che erano riusciti a raggiungere. Nella maggior parte dei casi l’attività di Baobab è stata indirizzata verso persone escluse dal circuito dell’accoglienza istituzionale, cioè verso persone in attesa di accedere ai centri istituzionali o persone per le quali il periodo di accoglienza era già terminato.

L’approvazione del decreto immigrazione e sicurezza è destinato a far ingrossare le fila degli esclusi. Infatti, la riforma chiude ai richiedenti asilo le porte dei centri facenti parte del sistema che (fino al giorno precedente l’entrata in vigore del decreto) si chiamava proprio Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR).

In questo modo, nuove categorie di esclusione si aggiungono a quelle preesistenti. E allora Baobab non può fermarsi. Di fronte alla creazione di marginalità sociale Baobab continua a dare centralità, luce e voce alle persone che le politiche del Governo vorrebbero ridurre al buio dell’invisibilità.

Le persone che hanno beneficiato dell’accoglienza di Baobab hanno sperimentato sulla propria pelle dapprima l’indifferenza dell’amministrazione capitolina, poi la solidarietà della società civile e, dopo ancora, l’arroganza del Governo nazionale. Aspettando l’accoglienza. Umanità, giustizia e buon senso chiedono il conto a questa legalità.

About Luigi Di Leone

Luigi Di Leone, avvocato, presta da tre anni assistenza legale come volontario per il collettivo Baobab

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