Partire dai territori. Il mio è la Locride

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Sono stato (con lealtà e onore), dal 2013 al 2017, assessore all’Urbanistica e alla Unione dei Comuni della Valle del Torbido nel Comune di Marina di Gioiosa Ionica.

Nel 2015, dopo una lunga serie di contatti via Skype con un gruppo di docenti e di studenti dello IUAV di Venezia (la prestigiosa Facoltà di Architettura della Città lagunare), orientati ad approfondire e studiare le implicazioni urbanistiche nelle città interessate da fenomeni di immigrazione che ripercorrono itinerari millenari, decidemmo di comune accordo che sarebbe stato più produttivo che venissero in Calabria per un approfondimento sul posto. Come Amministrazione comunale, che aveva messo al centro della propria attività il ribaltamento delle politiche urbanistiche perseguite, con cattiveria e tenacia, negli ultimi decenni (siamo stati la prima amministrazione calabrese ad avere adottato la deliberazione di “consumo di suolo zero”), facemmo incontrare e confrontare questi giovani con un gruppo di giovani del posto (architetti, ingegneri, psicologi e finanche un filosofo) riuniti in una sorta di team che aveva come nome “rigenerazione creativa”. A conclusione della visita, in una bella serata conviviale, interrogammo i nostri ospiti sulle impressioni che avevano maturato nel periodo passato, in nostra compagnia, nella nostra terra. Molti di loro ci dissero che erano partiti lasciando i propri genitori in uno stato di grande apprensione dovuto al fatto che l’idea che avevano della Calabria, e della Locride in particolare, era che dovessero scansare i proiettili di kalashnikov. Ripartivano emozionati per la bella esperienza, professionale e umana che avevano maturato. Tra i risultati di queste attività, una convenzione stipulata tra il Comune di Marina di Gioiosa Ionica e lo IUAV e, fatto molto più bello, la laurea con 110 e lode e pubblicazione, per due dei giovani studenti, con una tesi incentrata sui temi sviluppati nei due anni di collaborazione con e nella nostra comunità.

Tutto ciò buttato a mare da un provvedimento di scioglimento del Comune, decretato a dicembre del 2017 dal Presidente della Repubblica su richiesta del ministro degli interni Minniti, in base a una relazione del Prefetto di Reggio Calabria (per inciso lo stesso Prefetto che si sta battendo, con una ingiustificata e tenace attività, per distruggere l’esperienza di Riace).

Ho voluto fare questa premessa per sottolineare un aspetto in particolare: il pregiudizio.

La ’ndrangheta, la criminalità organizzata, soffocano in maniera asfissiante le comunità meridionali, calabresi e della Locride. Tuttavia sostenere, come fanno ormai da decenni la grande stampa di (dis)informazione e la politica quasi nella sua interezza, che in Calabria e nel Sud, tutto è ’ndrangheta, significa di fatto dire che niente è ’ndrangheta. Condannando definitivamente la parte sana di questa parte del Paese, che è largamente maggioritaria checché ne dica qualche pseudo esperto del fenomeno, divenuto tale solo per esigenze mediatiche, al destino di soccombere.

Lo Stato, dalla unità in avanti, ha solo mostrato i muscoli con le classi più povere e oppresse, stipulando patti segreti e palesi con gli oppressori di sempre, costruendo reggimenti di ascari che avevano il compito di facilitare l’oppressione. La ’ndrangheta, la criminalità organizzata, soffocano in maniera asfissiante le comunità meridionali, calabresi e della Locride, alcuni assunti in situazioni di emergenza e rimasti strumenti della routine quotidiana.

L’esempio più clamoroso è l’art. 143 (che si compone di una decina di commi) del ddl 267 del 2000 (che norma gli scioglimenti dei Comuni per infiltrazione e/o condizionamento delle mafie), abusato continuamente e inutilmente per sospendere la democrazia nelle comunità, prevalentemente quelle calabresi, campane e siciliane.

Ho usato il termine abusare consapevolmente. Un solo esempio. Il Comune di Platì, negli ultimi dieci anni è stato sciolto quattro volte. Lo Stato, con i suoi uomini e apparati ha, di fatto, governato quella comunità, in barba alla Costituzione, per più dell’80 per cento del tempo. Se ne potrebbe dedurre che andrebbe sciolto lo Stato perché non in grado di evitare l’inquinamento da parte della criminalità. Oppure decidere, una volta e per tutte che a Platì non si deve più votare. Questi eventi (lo scioglimento del Comune di Platì e del mio Comune) capitavano in coincidenza dell’esplosione dell’inchiesta definita “mafia capitale” dalla quale veniva fuori che pezzi importanti dell’Amministrazione capitolina erano nella disponibilità di alcune consorterie massonico-mafiose che fanno impallidire la ’ndrangheta che opprime Platì. Eppure l’articolo 143 del ddl 267 per il Comune di Roma non è stato disturbato. Come se per i cittadini di Roma (ma si potrebbero citare innumerevoli altri casi accaduti sopra la linea gotica) non valessero le stesse normative valide per i cittadini (di serie B?) di Platì.

Sono un medico e so che se curo una polmonite per quattro cicli terapeutici con lo stesso antibiotico e non ottengo la guarigione, sono due le possibilità che ho davanti: una è pensare che i batteri sono così malvagi che per farmi un dispetto non si fanno uccidere dall’antibiotico, oppure, cosa più sensata, devo pensare che la strategia terapeutica che sto adottando non è quella che serve e, per il bene del paziente, devo cambiare strategia.

Il ministro degli interni Minniti, che ha spalancato praterie sulle quali il suo successore Salvini cavalca al galoppo senza alcun ostacolo, menava vanto di avere sciolto 30 Comuni a differenza del suo predecessore (altro campione come ascaro) che, in un lasso di tempo molto più lungo, ne aveva sciolti miseramente solo cinque. Lo stesso ministro Minniti, oltre questa strategia per battere la ’ndrangheta, ne metteva in atto una molto più efficace: la firma al registro della cittadinanza attiva contro la ’ndrangheta e per la legalità. Questo passaggio, che resterà alla storia, ha fatto tremare, e ancora tremano impauriti, tutti i mafiosi calabresi…

La Calabria, il Sud, la Locride, sono territori di straordinaria complessità. Con una storia di infinite dominazioni che solo raramente hanno fatto registrare scatti di ribellione. Mai rivoluzionari. Ribellione, appunto, come quella che la storiografia contemporanea si è incaricata di liquidare con il termine spregiativo di “brigantaggio” in seguito alla nascita di una colonia del Regno del Piemonte.

Il Sud, come tutti i Sud del mondo, afflitto da innumerevoli contraddizioni, alcune antropologicamente proprie, altre, come la criminalità organizzata, fatte passare per antropologiche ma che tali non sono (cfr. I. Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubbettino, 2015), meriterebbe un’attenzione priva di pregiudizi dagli osservatori esterni ma soprattutto dalle proprie classi dirigenti le quali prima dovrebbero svestire i panni, comodamente indossati, di ascari e restituirsi al ruolo di guida e di governo che i popoli civilizzati assegnano loro.

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