La sanità piemontese: privato è bello

È noto che la principale competenza delle regioni italiane riguarda la materia sanitaria, al punto che oltre i tre quarti dei loro bilanci sono assorbiti da questa voce di spesa. Sulle politiche sanitarie si misurano capacità e competenze delle forze politiche regionali, così come le loro fortune e sfortune elettorali. Per questo, è difficile comprendere le motivazioni che hanno indotto la Giunta regionale piemontese e, al suo interno, le forze politiche di sinistra, ad assumere o a sostenere una visione tanto svalutativa del diritto fondamentale alla salute come quella che connota l’azione dell’amministrazione Chiamparino.

Facendosi scudo di difficoltà finanziarie scaricate sul bilancio sanitario, ma non originate da squilibri dello stesso (come accertato dalla Corte dei conti), il governo regionale in carica ha posto in essere una serie di misure restrittive – blocco delle assunzioni, contrazione della rete ospedaliera, riduzione dei posti letto negli ospedali e nelle residenze sanitarie assistenziali – che ha segnato il rattrappimento del servizio complessivamente erogato. Lo evidenzia, in particolare, l’abnorme lista d’attesa che ritarda ad libitum la presa in carico dei malati cronici non autosufficienti.

Si pensava che l’apice di tale atteggiamento svalutativo fosse la nota con cui l’avvocatura della Giunta, interrogata lo scorso maggio sui doveri gravanti sulle strutture sanitarie pubbliche alla luce del quadro costituzionale, testualmente rispondeva che il «diritto soggettivo alla cura non è illimitato, ma corrisponde a quanto l’apparato normativo vigente nel tempo del bisogno prevede che sia obbligatoriamente prestato», precisando che per «apparato normativo» deve intendersi la disciplina «legislativa e amministrativa» in vigore. Detto altrimenti, la Costituzione non avrebbe, in sé, alcuna forza normativa, essendo il suo contenuto esclusivamente definibile sulla base della normativa di attuazione: una tesi – risalente agli anni Cinquanta del Novecento – respinta dalla Corte costituzionale fin dalla sua prima sentenza perché, sovvertendo il sistema delle fonti del diritto, avrebbe prodotto la prevalenza delle leggi, e addirittura degli atti amministrativi, sulla Costituzione.

Pochi giorni fa, anche questa vetta è stata però superata dalla delibera con cui l’assessore PD alla Sanità ha consentito ai medici specialisti delle strutture private accreditate di prescrivere visite, esami e farmaci ai pazienti del servizio sanitario piemontese. La misura rappresenta un inedito nella storia regionale, e anche a livello nazionale incontra pochissimi precedenti.

Il motivo è evidente: consentire il rinnovo delle cure presso i privati, senza che sia necessario un nuovo passaggio innanzi al medico di base, depotenzia la capacità di controllo delle autorità regionali contro eventuali scelte inappropriate poste in essere dai privati stessi. Se a ciò si aggiunge che il meccanismo dei rimborsi si basa sulle singole prestazioni erogate – e non sulla presa in carico complessiva del paziente – è facile prevedere che le autoprescrizioni private si concentreranno sugli interventi maggiormente remunerativi, riservando al pubblico quelli economicamente meno interessanti.

Siamo oltre alla privatizzazione della sanità: lo schema è quello ben noto – e tanto caro all’imprenditoria italiana – della privatizzazione dei guadagni e della socializzazione delle perdite. L’ulteriore delegittimazione del servizio pubblico, gravato dagli interventi più complessi e costosi, è dietro l’angolo.

Nemmeno la destra, che pure ha governato il Piemonte per quattordici degli ultimi venticinque anni, era mai giunta a tanto. Torna la questione accennata all’inizio: come possa il centro-sinistra piemontese pensare di riuscire a essere davvero competitivo nelle imminenti elezioni regionali promuovendo politiche così marcatamente antisociali è incomprensibile. Un vero e proprio mistero è, poi, la posizione di LeU – recentemente è stato costituito il gruppo consiliare nell’ambito della maggioranza che sostiene Chiamparino – totalmente remissiva di fronte a politiche che nemmeno la destra aveva osato realizzare. Che anche a livello regionale l’esclusiva preoccupazione dei dirigenti della sinistra di un tempo sia oramai il proprio avvenire personale?

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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